Il drone americano sul bersaglio sbagliato e il silenzio di Biden davanti all’eccidio

Zemari Hamadi, dipendente della Ong californiana Nutritional and Educational International

È un errore o un crimine quando uno stato colpisce un bersaglio sbagliato e solo le vittime civili muoiono nell’attacco? Nella guerra contro il terrorismo, gli Stati Uniti adottano una tattica che annulla il rischio per l’esercito attaccante: colpire dall’alto con un drone (un aereo senza pilota) e colpire con precisione grazie alle meraviglie della tecnica solo quel bersaglio, disintegrarlo lasciando intatto tutto ciò che lo circonda. Ma non è andata quasi mai così. L’ultima volta il 29 agosto a Kabul: Zemari Ahmadi non era un affiliato dell’Isis, ma il dipendente di una Ong californiana. La bugia del Pentagono smascherata dai cronisti del “New York Times”. Una lezione umiliante per il nostro giornalismo embedded


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

CHE DIFFERENZA C’È tra l’attacco di una banda di terroristi che miete decine di vittime civili e un missile lanciato dall’esercito di uno stato che miete decine di vittime civili? Semplice: i terroristi colpiscono intenzionalmente i civili, mentre lo stato quando li uccide non lo fa intenzionalmente, e infatti chiama le vite umane annientate “danni collaterali”, come le case e le cose distrutte. Bene, ma cosa si può dire quando uno stato, volta dopo volta, nel colpire il “bersaglio” ammazza centinaia, migliaia di vittime innocenti? E cosa bisogna dire quando il bersaglio è sbagliato, non era quello ma un altro, e solo le vittime civili muoiono nell’attacco? Un errore? O un crimine?

Sono decenni che gli Stati Uniti hanno adottato, nella guerra contro il terrorismo, una tattica che minimizza, anzi annulla, il rischio per l’esercito attaccante: colpire dall’alto con un drone (un aereo senza pilota) e colpire con precisione grazie alle meraviglie della tecnica solo quel bersaglio, disintegrarlo lasciando intatto tutto ciò che lo circonda. Da qualche parte a migliaia di chilometri di distanza in un bunker negli Stati Uniti un pilota guida il drone, esplora, scruta la terra dal cielo e, quando ha identificato il bersaglio, chiede l’autorizzazione ad un suo superiore e spara. Si pretende che una vasta, sofisticatissima rete di intelligence permette di identificare con sicurezza il bersaglio prima e di verificare i danni poi. Solo che non è andata quasi mai così. I bersagli (o presunti tali) vengono annientati, ma le vittime civili si accumulano, attacco dopo attacco, missile dopo missile: negli anni una montagna di migliaia di corpi che erano persone fino ad un istante prima e hanno ricevuto, senza saperlo, la sentenza di morte.

Il drone americano del 29 agosto su Kabul ha ucciso dieci civili colpendo un bersaglio sbagliato

Così è andata con l’ultimo attacco ordinato dal presidente Biden il 29 agosto: un missile hellfire sparato da un drone sopra Kabul che ha ucciso dieci persone, tra cui sette bambini. Il Pentagono ha dichiarato che le vittime erano soltanto (“soltanto”!) tre, che il bersaglio, rappresentato da due terroristi dell’Isis (di cui però diceva di non conoscere l’identità), era stato distrutto. La prova che fossero terroristi? Trasportavano taniche piene di esplosivo liquido. La prova che fosse esplosivo? Dopo che il missile hellfire aveva colpito c’erano state due “esplosioni secondarie”. La prova che quella casa, quel cortile, fosse un covo di terroristi? L’andirivieni del “bersaglio” senza nome nelle ore precedenti per le vie di Kabul per prelevare i suoi complici. Per questi motivi il raid era pienamente giustificato e quindi legittimo. Comunque, per eccesso di zelo, il Pentagono aggiungeva che erano in corso “alcune verifiche”.

Mentre il Pentagono faceva le sue verifiche, evidentemente molto laboriose, il New York Times con i suoi cronisti svolgeva una piccola indagine a Kabul andando a visitare il “covo dei terroristi”, intervistando una dozzina di testimoni e sentendo il parere di esperti di esplosivi, e due giorni fa ne ha pubblicato i risultati in un articolo e in un video. Questa la sintesi.

Alcuni dei bambini della famiglia Hamadi uccisi dal drone

Il presunto terrorista si chiamava Zemari Hamadi e non era un affiliato dell’Isis, ma il dipendente di una Ong californiana, la Nutritional and Educational International (N.E.I.), che si occupa di aiuti alimentari; per il suo lavoro con una Ong degli americani temeva le rappresaglie dei talebani e già da tempo aveva fatto domanda per emigrare negli Stati Uniti. Quella mattina il suo capo gli aveva telefonato per chiedergli di passare da casa sua a prendere il laptop che aveva dimenticato. Hamadi c’era andato con la sua Toyota Corolla bianca e poi, come faceva abitualmente, era passato a prendere alcuni colleghi per portarli al lavoro. Lì a fine giornata e coll’aiuto della guardia della N.E.I. aveva riempito alcune taniche di acqua per portarle a casa perché in tutto il quartiere c’era scarsità d’acqua. Appena arrivato, ha aperto il cancello esterno e ha fatto entrare la macchina nel cortiletto di casa. Suo fratello è uscito per aiutarlo a trasportare le taniche. I sette bambini, tre figli suoi gli altri del fratello, sono usciti di corsa per salutarlo e si sono infilati nella Toyota. Dall’alto il drone non li aveva visti perché erano dentro la macchina, probabilmente ridevano e giocavano. A questo punto è arrivato il missile che con grande precisione ha annientato tutti — i bambini, Hamadi, il fratello e un cugino. Dopo il missile, secondo gli esperti interpellati, non c’è stata alcuna esplosione: i muri della casa e del cortile erano intatti e nella foto del giorno dopo si vede un albero con le foglie verdi senza traccia di bruciature.

Il Comandante in capo Joe Biden e il Capo di stato maggiore Mark Milley

Con tutta evidenza il Pentagono ha mentito. L’unico elemento di verità è che da qualche giorno un’altra Toyota bianca, che l’intelligence americana riteneva appartenesse a un militante dell’Isis, era sotto osservazione. Evidentemente c’è stato un errore: hanno confuso le macchine. Hanno confuso le persone. Hanno colpito una persona che lavorava per una Ong la cui sede e l’elenco del personale dovevano essere noti all’ambasciata e alle forze di sicurezza americane.

Non ci si stupisce che il Pentagono abbia mentito e cerchi di nascondere il proprio errore (ammesso che di errore si sia trattato e non di un eccidio intenzionale — per quanto casuale l’obbiettivo — come rappresaglia per l’attacco terrorista di pochi giorni prima che aveva ucciso 13 soldati americani). I militari mentono sempre per coprire i propri misfatti e li ammettono solo quando vi sono costretti, e neppure sempre. Ciò che invece stupisce è il silenzio — fino a questo momento almeno — del comandante in capo, il presidente Biden. Non solo le errate valutazioni dell’intelligence e dei militari lo hanno costretto alla vergogna di un’evacuazione caotica, ma adesso le menzogne, l’incompetenza e la cinica indifferenza dei militari nei confronti di vite umane innocenti gli si appuntano sul petto come un marchio di infamia.

Ci sarebbero altre domande da fare. Nella Kabul di oggi, che ci viene descritta come caotica e sotto il pugno di ferro dei talebani, i giornalisti del “New York Times” hanno potuto condurre un’indagine che ha messo in discussione, pochi giorni dopo l’evento, la versione ufficiale. E i nostri giornalisti (intendo quelli europei) che cosa fanno? Continuano a prendere per buona qualsiasi affermazione del governo americano come hanno fatto per i venti anni di guerra? Adesso tutti sono bravi a scrivere articoli e a fare servizi su tutto quello che non andava in Afghanistan, sulla vuota propaganda e falsità che ci veniva propinata. Ma allora? E ora, ancora?

Infine, ci scandalizziamo giustamente per le violazioni dei diritti umani commesse da cinesi, russi, iraniani, sauditi, birmani, e in tante parti del mondo. Chiediamo ai vari governi responsabili di renderne conto, di cessare i loro comportamenti brutali. Giusto, ma quando queste gravissime violazioni vengono commesse dal nostro potente alleato taciamo. Nessun passo ufficiale, nessuna nota diplomatica, nessuna richiesta di spiegazioni. Eppure ci potremmo anche ricordare che la Corte penale internazionale ha aperto un’inchiesta nei confronti degli Stati Uniti per crimini di guerra. I nostri governi invece tacciono e confidano, a ragion veduta, sulla memoria corta dell’opinione pubblica. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)