20 gennaio 2021, Joe e Jill entrano alla Casa Bianca; sotto il titolo, il presidente Biden firma i suoi primi provvedimenti alla scrivania dello Studio Ovale

Ad un anno esatto dall’inizio della presidenza Biden (20 gennaio 2021) cosa è stato realizzato di quell’ambizioso programma di interventi e di riforme che è stato definito il più progressista dagli anni del New Deal rooseveltiano? Francamente ben poco. A cosa è dovuto questo drammatico divario tra promesse e realizzazioni, che sta facendo gioire i repubblicani, allarma i democratici e ha fatto precipitare il gradimento del presidente nei sondaggi? Il partito democratico è una “grande tenda” sotto la quale si ritrovano persone che la pensano molto diversamente, sia in politica estera sia in politica interna. Va bene quando si tratta di prendere voti, meno bene quando si deve votare una legge. Ad avere bloccato l’agenda democratica non è stato l’ostruzionismo repubblicano, che pure ha pesato: sono stati i democratici con le loro divisioni


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

SE QUALCUNO SI prendesse la briga di dare un’occhiata al programma approvato dal partito democratico nella convention del 2020 vi troverebbe scritte nero su bianco tante belle e buone cose. In politica interna: lotta alla epidemia di Covid19, assicurazione sanitaria pubblica, sostegno all’edilizia popolare, gratuità dei community college (biennio universitario), aumento del salario minimo a 15 dollari, depenalizzazione delle droghe leggere, riforma dell’immigrazione, riforma della giustizia penale e delle carceri (le più affollate del mondo con 2.000.000 di incarcerati), riconoscimento del Distretto di Columbia come stato dell’Unione e autodeterminazione di Portorico; e ancora: contrasto al cambiamento climatico e sviluppo delle fonti energetiche non inquinanti, generale riforma elettorale per assicurare il diritto al voto. In politica estera: fine delle “guerre senza fine”, ripristino degli accordi sul nucleare iraniano, sostegno alla soluzione dei due stati per il conflitto israelo-palestinese, ritorno al multilateralismo e nelle organizzazioni internazionali. Questi sono solo alcuni dei tanti provvedimenti per attuare i quali Joe Biden e Kamala Harris vennero nominati candidati rispettivamente alla presidenza e vicepresidenza degli Stati Uniti.

La festa per la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris, con i rispettivi partner

Poi ci furono le elezioni, vinte da Biden e contestate dal perdente Trump, in una infinita grottesca tragicommedia che è culminata nell’assalto violento al Congresso il 6 gennaio e che ancora continua con il sostegno di gran parte dei parlamentari repubblicani e dei loro elettori. Intanto, contemporaneamente alle elezioni presidenziali, si erano svolte quelle per il Congresso; i democratici avevano confermato di stretta misura la loro maggioranza alla Camera, ma avevano ottenuto solo 50 seggi su 100 al Senato, che tuttavia avrebbero potuto controllare grazie al voto in più della vicepresidente Harris. Non era una vittoria smagliante, ma gli analisti (per la verità un po’ frettolosamente) decretarono che il partito democratico aveva vinto tutti e tre i rami del governo (presidenza, camera, senato) e avrebbero potuto governare il paese fino al 2024. 

Ad un anno esatto dall’inizio della presidenza Biden (20 gennaio 2021) cosa è stato realizzato di quell’ambizioso programma di interventi e di riforme che è stato definito il più progressista dagli anni del New Deal rooseveltiano? Francamente ben poco. L’aumento del salario minimo è stato subito messo da parte per l’opposizione degli industriali; la riforma dell’immigrazione (per la verità mai presentata) è affondata nella vergogna delle guardie di frontiera che ricacciavano a frustate nel Rio Grande qualche migliaio di disgraziati haitiani; idem per la riforma del diritto penale e delle carceri; le droghe leggere sono state liberalizzate in alcuni stati ma non a livello federale; i 700.000 abitanti del Distretto di Columbia continuano ad essere privi di rappresentanza nel Congresso, così come quelli del territorio di Portorico — di fatto una colonia americana; della riforma elettorale, che doveva contrastare gli aspetti più discriminatori dell’attuale sistema, compresi gli esorbitanti finanziamenti privati, si parla molto ma in sostanza per dire che è bloccata e non se ne farà nulla; la lotta alla pandemia va a rilento, mentre il virus viaggia veloce al ritmo di 1500 morti al giorno con appena il 62% della popolazione vaccinata. Quanto all’ampliamento della sanità pubblica (Medicare, Medicaid), alla gratuità del biennio universitario, agli asili nido, ai permessi parentali, al piano per l’edilizia popolare, alla lotta contro il riscaldamento globale — questi e altri provvedimenti fanno parte del mirabolante Build Back Better Act (“ricostruire meglio”), la legge che inizialmente prevedeva stanziamenti per 6500 miliardi e che ora anche nella sua ultima versione da “soli” 2000 miliardi è bloccata al Senato a causa dell’opposizione di un solo senatore democratico.

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In politica estera, dominio esclusivo del presidente, le cose vanno un pochino meglio. Dopo la guerra irachena terminata da Obama, Biden ha chiuso anche quella afgana, ma in maniera così precipitosa e disorganizzata che è apparsa più una débacle che un successo. Le relazioni con gli alleati e le organizzazioni internazionali sono migliorate, ma nella sostanza non molto è cambiato rispetto alla presidenza Trump; con l’Iran ancora non sono stati ripresi i negoziati, la questione israelo-palestinese è nel dimenticatoio, e intanto si sono acutizzati conflitti che già da anni ribollivano con la Russia e con la Cina (Ucraina, Taiwan) con discorsi ogni giorno sempre più bellicosi da tutte le parti.

A cosa è dovuto questo drammatico divario tra promesse e realizzazioni, che sta facendo gioire i repubblicani, allarma i democratici e ha fatto precipitare il gradimento del presidente nei sondaggi? Si tratta soltanto dell’ennesimo caso di un politico che promette per ottenere voti e non mantiene per non inimicarsi le lobby? La prudenza e il compromesso in politica sono d’obbligo, ma non è questa soltanto la ragione. “Honest” Joe (Biden) non è certo uno scattante cavallo da corsa, ma, come ha dimostrato in 50 e passa anni di onorata carriera politica, è piuttosto un cavallo da tiro, lento e affidabile. All’interno del suo partito ha sempre occupato una posizione di centro, né troppo a sinistra né troppo a destra, presentandosi come il rappresentante dell’uomo comune. Se nel 2020 ha deciso di abbracciare un programma così di sinistra (almeno per gli standard americani) è perché tutto il partito si era spostato in quella direzione e Biden riteneva di poterne interpretare gli umori con coerenza e lealtà. 

Lui sì, ma alcuni dei suoi compagni di partito no. Il problema è che il partito democratico è, come è stato detto, una “grande tenda” sotto la quale si ritrovano persone che la pensano molto diversamente sia in politica estera sia in politica interna. Il che va bene quando si tratta di prendere voti smussando le differenze, meno bene quando si deve votare un provvedimento e allora i contrasti riemergono. A poco giova la disciplina di partito perché in un sistema elettorale maggioritario il singolo eletto rende conto solo agli elettori del suo distretto. Insomma, ad avere bloccato l’agenda democratica non è stato l’ostruzionismo repubblicano, che pure ha pesato e peserà: sono stati i democratici con le loro divisioni.

Ma i giochi politici non si svolgono nel vuoto. Sullo sfondo, a seguirne le complicate evoluzioni, c’è l’elettorato, che non è interessato a raffinate analisi politologiche: vuole semplicemente vedere i risultati promessi e, se non li vedrà di qui a novembre 2022, punirà nelle urne il partito democratico. E questa è la ragione del clima plumbeo in cui termina questo primo anno della presidenza Biden. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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