Guerra in Ucraina. Tra uso della forza e uso della ragione, il solo imperativo è salvare le vite umane

Il presidente della Repubblica Ucraina Volodymyr Zelens’kyj in una trincea dell’esercito per difendersi dall’esercito russo

Se permane la volontà di combattere del governo e del popolo ucraino la Russia non potrà mai vincere né militarmente né tantomeno politicamente. Se permane la volontà di combattere della Russia l’Ucraina andrà incontro ad ulteriori immani distruzioni e morti. Nessuno può vincere. Per questo è necessario trattare, trattare, trattare — da parte di tutte le parti in causa, americani e europei compresi. Un giorno sicuramente qualcuno farà un film sugli eroici combattenti ucraini e sul piccolo glorioso paese che ha resistito allo strapotere del grande vicino. Adesso è il momento di salvare loro la vita. Il prima possibile


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista 

INDIGNAMOCI, CONDANNIAMO, MA proviamo anche a ragionare su cosa sta succedendo in Ucraina e cosa dovrebbe succedere. Sgombriamo subito il campo da possibili fraintendimenti. L’azione del governo russo è una aggressione armata, non provocata e non giustificata, nei confronti di uno stato indipendente in violazione del diritto internazionale. La comunità degli stati l’ha condannata a larghissima maggioranza con una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu, e lo stesso hanno fatto l’opinione pubblica mondiale, le organizzazioni non governative e perfino (il che è un unicum senza precedenti) molte grandi imprese multinazionali.

Se permane la volontà di combattere della Russia l’Ucraina andrà incontro ad ulteriori immani distruzioni e morti. Nessuno può vincere. Per questo è necessario trattare, trattare, trattare, da parte di tutte le parti in causa, americani e europei compresi

Gli esperti militari, che guardano con attenzione l’evolversi del conflitto per trarne futuri insegnamenti, sono rimasti sorpresi dall’azione russa; non tanto dal fatto che sia stata intrapresa (questo non è di loro competenza), ma dal come. L’ex generale americano e ex capo della Cia David Petraeus (un “militare intellettuale”) ad esempio ha criticato l’intervento russo per un divario tra l’obbiettivo strategico, anche se non dichiarato, della decapitazione del governo ucraino, e l’esecuzione a livello tattico e di teatro. Avere diviso la propria forza, peraltro abbastanza modesta in relazione alle dimensioni del paese, in quattro direttrici di attacco avrebbe impedito la necessaria concentrazione sulla direttrice principale, cioè la capitale. A questo errore se ne sarebbero aggiunti altri, come la inadeguata pianificazione della logistica, con conseguenti ritardi nella fornitura del carburante, il non avere messo fuori uso la contraerea ucraina e reso agibile alle truppe di terra l’aeroporto di Kiev.

Chi scrive non è certo in grado di valutare la bontà di queste argomentazioni. È possibile però anche ai non esperti fare alcune valutazioni per spiegare la apparente situazione di stallo e i possibili scenari che si aprono ora al conflitto. 

La capacità militare non è mai data solo dalla quantità di mezzi e di personale impiegati; se fosse così i russi che dispongono di una forza militare di gran lunga superiore a quella ucraina avrebbero vinto già da un pezzo. La capacità militare, secondo il generale britannico e teorico Rupert Smith (The Utility of Force, 2007), è data dalla combinazione di forza militare, del modo in cui essa viene impiegata e dalla volontà politica di impiegarla. Uno stato che disponga di una grande forza militare ma con una insufficiente volontà politica di applicarla può essere sconfitto da un avversario molto inferiore per forza ma con maggiore volontà di prevalere e che inoltre usi metodi più efficaci di applicazione della forza. È quello che è successo nelle guerre coloniali di indipendenza, e in generale in tutte le guerre asimmetriche, dove si fronteggiano forze militari molto diseguali, ma in cui la forza minore ha una maggiore volontà politica di prevalere e inoltre utilizza la propria forza in modo più efficace (ad esempio con azioni di guerriglia o di resistenza partigiana).

Di fronte alla resistenza dello stato più debole, la reazione usuale dello stato con la maggiore forza è quella di raddoppiare i propri sforzi per fiaccare la volontà di combattere dell’avversario, intensificando gli attacchi contro gli obiettivi civili e sulla popolazione

E in Ucraina, oggi? Si conosce la disparità delle forze strettamente militari in campo, almeno per quel che riguarda i mezzi materiali. Anche con l’arrivo di armamenti leggeri, compresi missili, droni e armi anticarro, dagli Stati Uniti e dai paesi alleati, su questa sola base gli ucraini non potrebbero prevalere sull’esercito russo. Quanto alla volontà di combattere delle due parti, essa è al momento difficile da stimare: il governo russo sembra deciso a perseguire il proprio obbiettivo strategico e la popolazione russa sembra appoggiarlo, anche se probabilmente col passare del tempo, se le operazioni dovessero prolungarsi per settimane o mesi, potrebbe manifestarsi una certa stanchezza nella popolazione. Il governo ucraino per contro ha manifestato una straordinaria (e non prevista dai politici e dagli esperti militari) volontà di resistere all’aggressione, di non capitolare; e con il governo la sua popolazione, nonostante le distruzioni, le migliaia di morti, i milioni di profughi.

Ci troviamo quindi in una situazione in cui la disparità di mezzi militari tra i due contendenti è compensata dal modo in cui vengono impiegati (più dinamico e flessibile quello degli ucraini, più rigido e statico quello dei russi), mentre la volontà di prevalere è al momento molto alta da ambo le parti. In una situazione del genere, di stallo, la reazione usuale dello stato con la maggiore forza è quella di raddoppiare i propri sforzi per fiaccare la volontà di combattere dell’avversario, intensificando gli attacchi contro gli obbiettivi civili e sulla popolazione. È quello che stanno facendo e si apprestano a fare con crescente intensità i russi con i loro bombardamenti di obbiettivi non militari — abitazioni, ospedali, scuole, edifici pubblici — con un conseguente aumento delle vittime civili.

Questo è assolutamente inaccettabile e contrario al diritto di guerra sancito nelle convenzioni di Ginevra del 1949, e va quindi condannato in modo non ambiguo. Dobbiamo allo stesso tempo tenere a mente che in questo la Russia si sta comportando non diversamente da ogni altro stato in epoche recenti o meno recenti in tutti i conflitti asimmetrici come quello ucraino. La forza armata superiore tenderà sempre ad espandersi sugli obbiettivi civili per fiaccare la volontà di resistere della popolazione. Per citare solo alcuni esempi, i russi l’hanno già fatto in Cecenia, distruggendo Grozny (1999), in Siria distruggendo Aleppo (2016), in Afghanistan provocando migliaia e migliaia di vittime civili. Gli americani e i loro alleati l’hanno fatto a Fallujah (2004), a Mosul (2016), nelle città afgane (dal 2001), con gli innumerevoli attacchi di droni che hanno provocato decine di migliaia di vittime civili in Africa e Medio Oriente. I sauditi e i loro alleati della penisola arabica lo stanno facendo da anni in Yemen radendo al suolo la capitale Sana’a e creando, a detta delle Nazioni Unite, il peggior disastro umanitario della storia. Speriamo solo che in Ucraina non si arrivi a tanto.

Un militare ucraino presidia i resti di un veicolo militare russo a Bucha, alle porte di Kiev [AP Photo/Serhii Nuzhnenko]

Perché tenere a mente questa realtà inaccettabile che ripugna al sentimento umano? Perché per contrastare la spietata logica del più forte non basterà condannare e indignarsi, né fare appello al diritto internazionale. In ogni occasione il diritto è impotente di fronte alla forza di uno stato determinato a prevalere e che ne abbia i mezzi. Quello stato può essere solo contrastato con una forza superiore (come è avvenuto in epoca recente solo nella seconda guerra mondiale). Ma in assenza della volontà o possibilità di contrastarlo e piegarlo con le armi — perché se ciò avvenisse provocherebbe una guerra nucleare immensamente distruttiva — rimane un’unica opzione: fermare le distruzioni e lo spargimento di sangue, che a questo punto non hanno più alcuna utilità né per gli aggressori né per gli aggrediti. 

Se permane la volontà di combattere del governo e del popolo ucraino la Russia non potrà mai vincere né militarmente né tantomeno politicamente. Se permane la volontà di combattere della Russia l’Ucraina andrà incontro ad ulteriori immani distruzioni e morti. Nessuno può vincere. Per questo è necessario trattare, trattare, trattare — da parte di tutte le parti in causa, americani e europei compresi. Un giorno sicuramente qualcuno farà un film sugli eroici combattenti ucraini e sul piccolo glorioso paese che ha resistito allo strapotere del grande vicino. Adesso è il momento di salvare loro la vita. Il prima possibile. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)