Nell’America d’oggi, la scelta del candidato da sostenere alle elezioni generali è viziata da due fattori principali: il numero effettivo di votanti (alle primarie generalmente molto bassi) e la loro composizione demografica (generalmente attivisti politici, gruppi di pressione o tematici: armi, aborto, ambiente ecc…). Pochi votanti eleggono il politico che meglio rappresenti le loro preferenze e verrà presentato agli elettori come unica scelta possibile nei due rispettivi schieramenti: democratici e repubblicani. Se va bene è scelto da ventimila “grandi elettori”, i più motivati, in grado di far correre tanti soldi in campagne elettorali sempre più care: nel 2020 fino a 2.600.000 dollari per ogni seggio della camera. All’occorrenza i soldi si danno anche all’avversario più estremizzato per vincere facile (stavolta sono corsi 40 milioni di dollari dei democratici ai candidati più di destra) 


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

QUANDO LE PRIMARIE furono introdotte per la prima volta (a livello nazionale) in Italia nel 2005 furono presentate, almeno da parte dei proponenti, come la soluzione se non di tutti almeno del male principale della democrazia italiana: la partitocrazia, per cui a decidere chi deve essere eletto, sindaco, presidente di regione, deputato o presidente del consiglio sono i partiti e i loro “oscuri maneggi”. Si guardava allora con entusiasmo agli Stati Uniti dove le primarie erano state introdotte per tutte le cariche pubbliche fin dalla Progressive Era all’inizio del ‘900, assieme ad altre riforme costituzionali come l’elezione diretta dei senatori, il referendum propositivo, il “richiamo” degli eletti che avessero scontentato gli elettori, e infine, nel 1920, il voto alle donne. L’istituto delle primarie faceva parte di una generale spinta verso la democrazia diretta per dare maggiore potere ai cittadini togliendolo agli apparati di partito.

Ma quanto sono democratiche le primarie negli Stati Uniti? Rappresentano davvero il migliore sistema per favorire la scelta dei candidati alle cariche pubbliche e danno davvero questo potere ai cittadini? Quali cittadini, e quanti?

Qualche informazione di background. Negli Stati Uniti si vota ogni quattro anni per il presidente e, in molti stati (ma non in tutti), per i governatori, i sindaci e altre cariche uninominali; per la maggior parte delle cariche collegiali (membri della camera dei rappresentanti e delle assemblee statali) si vota ogni due anni. Queste, quando non sono in contemporanea con le elezioni presidenziali, sono chiamate di midterm. Quasi tutte le elezioni, come recita la costituzione, sono concentrate nel “martedì dopo il primo lunedì di novembre”, anche se nel corso di un dato anno ci sono svariate altre elezioni suppletive. Per ognuna di queste cariche a partire dal mese di gennaio (se le elezioni sono a novembre) si tengono, sempre di martedì secondo un calendario deciso da ogni stato, le elezioni primarie in cui ognuno può presentarsi per il proprio partito senza bisogno di alcuna investitura, diventandone ipso facto il candidato se ottiene più voti degli altri concorrenti. Le primarie inoltre possono essere chiuse (votano solo gli iscritti al partito), aperte (votano tutti, ma solo per un partito) e varie altre gradazioni intermedie, per cui a regolarle c’è una miriade di norme diverse da stato a stato (la materia infatti è di competenza statale). Tutto abbastanza complicato, ma molto democratico. Giusto? Non proprio.

Per capirlo vediamo chi e quanti votano nelle elezioni primarie, non in quelle per la carica di presidente che mobilitano milioni di attivisti e centinaia di milioni di elettori, ma in quelle di midterm. Negli Stati Uniti l’affluenza alle urne è generalmente piuttosto bassa: nelle elezioni presidenziali oscilla intorno al 60 per cento degli aventi diritto (67 per cento nel 2020), mentre nelle elezioni di midterm scende a una media del 45 per cento (53 per cento nelle ultime del 2018).

La partecipazione alle primarie è generalmente molto più bassa: si stima (non ci sono ancora dati definitivi) che quest’anno sia stata intorno al 20 per cento o  meno. Facciamo due conti: la popolazione americana in età di voto è di circa 240 milioni, anche se a poter votare, per vari motivi, sono diversi milioni in meno. Il 20 per cento è circa 50 milioni, il che vuol dire che per ognuno dei 435 distretti uninominali della camera quest’anno hanno votato, tra repubblicani e democratici, in media circa 110.000 elettori. Ma poiché per ogni seggio ci sono spesso tre o più candidati, per vincere nelle primarie basta ottenere in media 15.000-20.000 voti, che consentiranno al vincitore di candidarsi a rappresentare nelle elezioni generali un distretto di 760.000 abitanti (il numero è fissato per legge ogni dieci anni).

L’ex presidente Donald Trump abbraccia Kari Lake, candidata alla carica di governatore dell’Arizona, durante un raduno di Save America a Prescott Valley, Arizona, 22 luglio 2022

Chi sono questi 20.000 “grandi elettori”? Sono evidentemente le persone più motivate ad andare a votare (o a votare per corrispondenza dove è possibile), o meno demotivate. Più motivate perché sono attivisti di partito o di gruppi di pressione o di particolari gruppi tematici (armi, aborto, ambiente, parità di genere e razza) nazionali o locali; meno demotivate perché essendo tutte le elezioni in un giorno lavorativo sono in grado di allontanarsi senza problemi dal luogo di lavoro per mezza mattinata, hanno la macchina o vivono abbastanza vicini ai non molti seggi elettorali. Il risultato è che gli attivisti, che in genere sono molto più motivati del resto della popolazione, sceglieranno i candidati che meglio interpretano le loro preferenze e questi per compiacerli tenderanno ad estremizzare il proprio messaggio, con il risultato che i prescelti, almeno in questa fase, sono spesso figure poco inclini alla mediazione, ovvero “estremisti” di varie tendenze.

Il fenomeno si è manifestato in tutta chiarezza nelle elezioni del 2020 non solo con la vittoria nelle primarie di Donald Trump e molti deputati dello stesso orientamento radicale di destra, ma anche tra i democratici con l’ascesa di Bernie Sanders nelle primarie e di numerosi altri candidati di sinistra. Dopo l’elezione di Joe Biden l’insieme dei parlamentari democratici ha assunto, pur con qualche mugugno, posizioni moderate di centrosinistra per non ostacolare il presidente, e così è stato anche nella selezione dei candidati al congresso di quest’anno. I repubblicani invece si sono per lo più allineati alle politiche estremistiche di Trump che dalla sua Mar-a-lago ha continuato a dispensare benedizioni e anatemi nei confronti dei candidati repubblicani condizionandone, non sempre con successo, la selezione.

La festa per la vittoria di Joe Biden e Kamala Harris, con i rispettivi consorti

Il punto ovviamente non è che si tratti di politiche di destra o di sinistra, ma di politiche che, come confermano i numerosi sondaggi, non esprimono gli orientamenti della maggioranza degli elettori, i quali a novembre non avranno altra scelta che votare per il candidato selezionato in questo modo, o astenersi. È precisamente su questo che puntano i democratici: sull’astensione degli elettori repubblicani. E non si limitano a sperarlo, ma si adoperano fattivamente contribuendo finanziariamente (oltre 40 milioni di dollari in questo ciclo) alle campagne elettorali di alcuni dei candidati più trumpiani e di destra perché abbiano la meglio sui loro avversari di partito più moderati e perdano poi nelle elezioni generali ― una strategia forse legale, ma rischiosa e di dubbia correttezza.

E infine la questione dei soldi. Le campagne presidenziali sono costosissime. La campagna del 2020 è costata a repubblicani e democratici la cifra astronomica di 14 miliardi di dollari, la più cara di sempre. Ma anche le elezioni per il congresso possono essere molto costose. Nel 2020 repubblicani e democratici hanno speso una media 2.600.000 dollari per ogni seggio della camera, con punte fino a 10 milioni, e 35 milioni per ciascuno dei 33 seggi in palio al senato ― soldi necessari per pagare gli spot pubblicitari, per il porta a porta, gli eventi, la stampa di volantini, i consulenti, ecc.

Tutti questi soldi provengono solo in piccola parte da simpatizzanti e da attivisti (la campagna di Barack Obama nel 2008 fu un’eccezione). La maggior parte dei finanziamenti è di donatori miliardari che, grazie ad una sentenza della Corte suprema del 2010, aggirano i limiti posti dalla legge. Ora, questi donatori sono ovviamente molto attenti a dove mettono i propri soldi: in primo luogo il candidato che appoggiano deve avere una buona possibilità di vincere e quindi sono già loro stessi che operano una prima selezione; in secondo luogo il candidato deve appoggiare più o meno apertamente politiche economiche e sociali che non danneggino il donatore. A questi primi decisori si aggiungono le potenti associazioni nazionali che negli Stati Uniti controllano l’accesso alla politica, lobby come l’industria farmaceutica, l’industria degli armamenti, la Nra (armi leggere), l’Aipac (filoisraeliana): se un candidato le scontenta con dichiarazioni non in linea con i loro interessi esse sono in grado di strozzarne sul nascere le ambizioni politiche.

In conclusione, le primarie, al pari delle elezioni generali, sono guidate dal basso da poche decine di migliaia di attivisti, dall’alto da poche decine di grandi finanziatori e poste sotto il controllo di alcune grandi lobby o gruppi di pressione. È sempre democrazia, certo, ma non proprio quel “governo del popolo, dal popolo e per il popolo” che Abraham Lincoln auspicava non sarebbe scomparso dalla terra. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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