Caduta di Kabul: nel gioco delle superpotenze riprende spazio Mosca e avanza Pechino

Con la débacle occidentale emergono le gravi lacune della gestione americana: la creazione di un esercito nazionale impreparato (nonostante investimenti e fornitura di armi), la diffusa corruzione dell’amministrazione pubblica, il mancato controllo delle zone periferiche del paese. Le incognite del nuovo stato afghano riguardano anche la politica internazionale e i rapporti con i paesi vicini. La priorità per Mosca è evitare che l’Afghanistan diventi fonte di instabilità per le repubbliche centro-asiatiche. Pechino deve proteggere i suoi investimenti (estrazione di terre rare) anche con un regime che rappresenta un’incognita per il terrorismo nello Xinjiang, a nord ovest della Cina


L’analisi di COSIMO GRAZIANI

Settembre 2003. Presidio militare in un campo profughi a Kabul [credit Tom Hanson, Ap]

I FATTI DI KABUL di questi giorni ci pongono un interrogativo: perché dopo venti anni di guerra tutto è tornato alla situazione pre-invasione? Rispondere non è semplice e certamente dovremo aspettare anni di analisi storiche, accademiche e politiche per capire in maniera chiara chi e cosa hanno causato questo disastro. 

Si parla in questi giorni di un nuovo Viet Nam per gli Stati Uniti. A giudicare dalle immagini degli elicotteri che solcano la città per far evacuare il personale straniero, il paragone ci sta tutto. Ma se dovessimo scomodare un’altra disfatta storica degli Stati Uniti, potremmo citare la Baia dei Porci. Come Kennedy nel 1961 si trovò a decidere se dare il via o meno ad una operazione voluta da Eisenhower, Biden si è trovato a gestire una decisione dell’amministrazione Trump: la ritirata delle truppe americane negoziata con gli Accordi di Doha. Nella conferenza stampa di lunedì Biden ha sostenuto che la ritirata doveva essere completata, perché lo aveva promesso durante la campagna elettorale. Da un’altra angolazione si direbbe che Biden lo abbia fatto perché non rispettare gli Accordi avrebbe fatto continuare la guerra per anni senza avere la certezza che la struttura statale sarebbe durata. Considerato che tutti i presidenti americani dopo pochi mesi dal loro insediamento hanno già la testa alle elezioni di metà mandato, il ritiro è stato dettato dall’agenda interna. 

Febbraio 2020. Mike Pompeo e Abdul Ghani Baradar firmano gli accordi di Doha [credit Karim Jaafar, Afp]

Nella scelta sono venute fuori le lacune della gestione americana in questi anni: la creazione di un esercito nazionale per niente preparato (nonostante gli investimenti per la sua preparazione e la fornitura di armi), la diffusa corruzione nello stato afghano, il mancato controllo delle zone periferiche del paese dove i talebani hanno potuto nascondersi senza essere mai del tutto sconfitti. Biden e il Segretario Generale della Nato Stoltenberg hanno indicato come colpevoli della disfatta il governo afghano. Ma il governo afghano e il Presidente Ghani negli ultimi mesi erano stati indeboliti politicamente dagli stessi Accordi di Doha per due semplici ragioni: la prima è il fatto che a negoziare con i talebani a Doha non ci fosse un rappresentante del governo bensì Abdullah Abdullah, il capo dell’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale e antagonista politico di Ghani, la seconda è che quando gli Stati Uniti si sono seduti al tavolo delle trattative con i talebani, questi hanno ottenuto riconoscimento politico internazionale. Incolpare il solo governo afghano per il crollo della situazione non è corretto. Sia la classe politica afghana, sia le presidenze americane da Bush in poi hanno fallito. 

Agosto 2021. Soldati talebani sfilano per le strade di Kabul con le bandiere bianche dell’Emirato islamico

Dal punto di vista interno la restaurazione del governo taleban preoccupa parte della popolazione per il timore di un ritorno al passato, soprattutto per quanto riguarda i diritti delle donne. La Shaaria sarà di nuovo la legge in vigore nello stato e tutti i diritti alla popolazione (donne comprese) saranno concessi “entro i suoi limiti”, così è stato dichiarato dal portavoce dei talebani in una conferenza stampa. Sembrano dei segnali di apertura, ma è troppo presto per dire se ci saranno davvero, visto che il nuovo regime nelle ore precedenti aveva anche dichiarato che chi avesse collaborato con gli occidentali sarebbe stato cercato “porta a porta”, e in varie città era proprio quello che stava succedendo. Se poi dovessimo considerare la maniera con cui i talebani non hanno rispettato la parola data con gli Accordi (fine delle attività militari e la ripresa del dialogo intra-afghano) allora dovremo considerare queste delle mere dichiarazioni di facciata. 

Il sottosuolo afghano è la vera risorsa strategica dell’area centro-asiatica

Le incognite del nuovo stato afghano riguardano anche la politica internazionale e i rapporti con i paesi vicini. Il posto occupato fino a pochi giorni fa dagli americani verrà occupato da una nuova superpotenza. Russia e Cina sembrano essere i candidati naturali a raccogliere questa eredità e non è detto che una diventi più influente dell’altra. La Russia nelle ultime settimane ha intensificato i già ben avviati contatti con i talebani. La priorità per Mosca è evitare che l’Afghanistan diventi la fonte di instabilità per le repubbliche centroasiatiche. Non a caso ha appena concluso delle esercitazioni militari con il Tajikistan e l’Uzbekistan, i due paesi in cui hanno ripiegato i soldati dell’esercito afghano in fuga dai talebani nel nord del paese.

Anche Pechino ha intensificato i contatti. Oltre ai motivi di sicurezza, la Cina vuole proteggere i suoi investimenti nel paese (estrazione di terre rare) ed è anche disposta a farlo con un regime che rappresenta un’incognita per le attività terroristiche che colpiscono la regione dello Xinjiang (in termini sia di sostegno ideologico sia sostegno materiale). Chi rischia apertamente è Pechino: la Cina è la superpotenza che mai ha avuto la possibilità di avere un coinvolgimento forte nella politica del paese. Se vuole sopravvivere sul campo, deve analizzare cause e conseguenze della fuga di Regno Unito, Russia e Stati Uniti dal paese dal 1840 ad oggi, cercando in tutti i modi di evitare coinvolgimenti militari se i suoi interessi dovessero essere in pericolo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dopo la laurea in Scienze politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università RomaTre mi sono trasferito prima in Estonia, poi nel Regno Unito e successivamente in Kazakistan per conseguire il Master in Studi Eurasiatici. Mi occupo di politica internazionale e dell'Asia Centrale anche per il Caffè Geopolitico e L'Osservatore Romano. Tra i paesi in cui ho vissuto per studio o per esperienze lavorative ci sono anche gli Stati Uniti, Spagna e Ungheria. In tutti questi paesi, l'obiettivo è stato di immergersi nella cultura locale