Crescono in Italia i lavoratori sotto la soglia di povertà; sotto il titolo, manifestazione a Roma in Piazza del Popolo per lo sciopero generale “Insieme per la giustizia” indetto da Cgil e Uil il 16 dicembre 2021

Dove vanno i soldi del Pnrr? Non sbaglia il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri: dall’inizio della pandemia, alle imprese sono stati dati 170 miliardi di euro per rimettere in moto la macchina produttiva; per il taglio dell’Irpef, sul tavolo ce ne sono appena 7. Né sbaglia chi ricorda che dal 1990 a oggi, in Italia i salari medi sono diminuiti del 2,9%. E dice il vero chi precisa che, dall’estate del 2020, aumenta solo il lavoro precario. Ci vorrebbe uno spirito simile alla ricostruzione post-bellica e un “Piano del lavoro verde” tra lavoratori ed imprenditori: per produrre con materie prime riciclabili, utilizzare tecnologie intelligenti, alimentare fabbriche con energie pulite, dare un senso alla giustizia fra le generazioni. Ci vuole molto coraggio ad incamminarsi in terre incognite. In giro non se ne vede molto


Questo editoriale apre il numero 16 del nostro magazine pubblicato nelle edicole digitali dal 16 dicembre

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

È STATA L’IDEA stessa dello sciopero generale a suscitare uno scandalo a reti unificate su giornali e tv. Quasi un’accusa di lesa maestà: “Uno sciopero contro Draghi?”, “contro chi tiene insieme il Paese nella pandemia”, “col Pil che riprende finalmente a correre”? Se c’è una distanza tra il Paese raccontato e il Paese reale, lo sciopero indetto il 16 dicembre da Cgil e Uil (la Cisl, nella circostanza si è “giallizzata”) è l’occasione giusta per misurarla. Proviamo a fare qualche esempio, cominciando dalla lotta alla pandemia.

Risalgono di nuovo e molto velocemente i contagi anche nelle Rsa

I contagi risalgono nuovamente di brutto, in Italia e nell’intero emisfero settentrionale, in concomitanza con la stagione invernale. Per fortuna, si muore meno di un anno fa e in Italia va anche meglio che altrove. I vaccini bloccano gli effetti letali della malattia, e questo è evidente a tutti. Difficile che si possa proseguire molto a lungo con quattro o cinque vaccinazioni all’anno, come accade già in Israele, il paese-battistrada sulla strategia vaccinale praticata in Occidente. 

Soffermiamoci sul punto. In Europa, Recovery Fund e Pnrr sono stati concepiti per affrontare insieme, su scala continentale, fragilità e strozzature strutturali. I limiti del modello economico, sociale e amministrativo dominante, messo a nudo dalla pandemia, hanno suggerito investimenti mirati per dare un futuro al welfare europeo. È questo a distinguere, in ultima analisi, la nostra società dal resto del mondo. 

Con il Pnrr — una sorta di bilancio comune europeo — si tratta, in altre parole, di rafforzare scelte inclusive e di prepararsi a fronteggiare attacchi pandemici nei confronti dei più deboli: il Covid-19 non sarà l’unico agente patogeno col quale dovremo fare i conti; su questo non c’è dubbio. In un Paese come il nostro devastato dai tagli alla spesa pubblica, va ricostruita la medicina del territorio e riavviata l’assistenza di prossimità: è quello che non ha funzionato nell’emergenza sanitaria. Che permane e ci assedia. Lo stiamo facendo? No, non è così.

I fondi del Pnrr come sono stati ripartiti dal governo Draghi la primavera scorsa 

Si tratta, in altri termini, di capire dove vanno i soldi del Pnrr. Se vogliamo avere uno sguardo onesto sulle cose che accadono, dobbiamo dire che non sbaglia il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, a ricordare che, dall’inizio della pandemia, alle imprese sono stati dati 170 miliardi di euro per rimettere in moto la macchina produttiva; per il taglio dell’Irpef, ne sono stati messi sul tavolo appena 7. Né si sbaglia chi ricorda che le buste paga sono sempre più leggere: dal 1990 a oggi, in Italia i salari medi sono diminuiti del 2,9%, l’unico paese Ocse con un taglio tanto netto, accentuato e prolungato nel tempo. E dice il vero chi precisa che, dall’estate del 2020, aumenta solo il lavoro precario, la legge contro le delocalizzazioni selvagge resta nei cassetti ministeriali e, nelle dinamiche finanziarie globalizzate, chi può prende i soldi pubblici e scappa.

Si tratta di aprire gli occhi — senza tanti giri di parole — su diseguaglianze sociali e “working poor”, i lavoratori (non i disoccupati) sotto la soglia di povertà cresciuti a vista d’occhio. Sul versante opposto, il Dipartimento delle Finanze ci dice che a crescere sono le classi più alte: +11,45% per redditi tra 100 e 120 mila euro, +13,22% tra 120 e 150 mila, +16,14% tra 150 e 200 mila, +17,52% tra 200 e 300 mila e +22,82% per i redditi superiori ai 300 mila euro. Una ripresa economica che non accorci queste divaricazioni crescenti è anche miope. I soldi del Recovery Fund e di Next Generation Eu dovrebbero mirare a una transizione economica verso un modello produttivo più rispettoso dei diritti sociali e dei limiti biofisici del Pianeta, non misurato più sui beni posseduti ma sul contributo dato al benessere comune. 

Scorcio di piazza del Popolo in occasione della manifestazione “Insieme per la giustizia” nello sciopero generale Cgil e Uil, Roma, 16 dicembre 2021. [credit Ansa/ Giuseppe Lami
Dov’è, dunque, lo scandalo se un movimento sindacale si pone all’altezza di questa sfida? Il problema, semmai, è che non lo fa abbastanza. Nella lotta alla pandemia le metafore belliche si sono sprecate. Quella giusta riguarda lo spirito della ricostruzione post-bellica. Allora, sulle macerie della guerra al nazifascismo, si costruirono i “trent’anni gloriosi” dal 1945 alla metà degli anni Settanta. Oggi, sulle macerie del coronavirus e sugli effetti ambientali della crisi climatica, si dovrebbe impiantare l’alternativa al “capitalismo predatorio” che ci ha portati sin qui. Ecco. La critica che si può muovere alla mobilitazione del 16 dicembre è l’assenza di uno sguardo lungo, di un tale orizzonte.

Negli anni Cinquanta del Novecento un leader come Giuseppe Di Vittorio seppe guardare oltre le rivendicazioni salariali del momento. L’orizzonte, l’allora capo della Cgil, seppe indicarlo in un “Piano del lavoro” comune tra lavoratori ed imprenditori nella ricostruzione delle fabbriche, nella modernizzazione delle campagne, nel dare una casa a chi ne era privo. Non servirebbe anche oggi un impegno del genere? Un “Piano del lavoro verde” — potremmo definirlo così — tra lavoratori ed imprenditori: per produrre con materie prime riciclabili, utilizzare tecnologie intelligenti, alimentare fabbriche con energie pulite, dare un senso alla giustizia fra le generazioni. Ci vuole molto coraggio ad incamminarsi in terre incognite. Non se ne vede in giro granché. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 16 (16-31 dicembre 2021)

Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.

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