Qui in alto, Claudio Descalzi amministratore delegato Eni; sotto il titolo, Enrico Mattei fondatore e presidente dell’Eni col fazzoletto del partigiano al collo

Con la golden share in mano pubblica — che ammonta al 30,1% (tra ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti) —, sarebbe ora che il governo italiano chiedesse conto su dove è indirizzata la prua della società. Lo dovrebbe fare, quantomeno e per coerenza, in rapporto agli impegni assunti dall’Italia nei summit internazionali (l’ultimo a Glasgow nella Cop26) sulla crisi climatica. L’asserragliarsi della dirigenza dell’Eni nelle ridotte delle energie fossili nulla ha da spartire con la visionarietà strategica del fondatore di una società nata per liquidare enti ritenuti inutili divenuta, in pochi anni, uno dei protagonisti principali del miracolo economico italiano


L’analisi di VITTORIO EMILIANI

A LEGGERE LE CRONACHE di queste settimane e mesi sull’utilizzo dei fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza, viene da riflettere a lungo sul ruolo di uno dei pochi asset strategici presenti ancora nel nostro Paese, l’Eni. Quella che abbiamo davanti — come sottolinea ripetutamente il Presidente Mattarella — è una occasione irripetibile per reimpostare il nostro futuro nel contesto europeo e globale. E l’Ente nazionale idrocarburi, controllato dallo Stato italiano attraverso Cassa Depositi e Prestiti, potrebbe svolgere un ruolo cruciale come ha già fatto in altre fasi della sua storia, soprattutto con l’impronta data all’origine da Enrico Mattei. Dovendo delineare una visione strategica del Paese oggi come ieri, non si può non pensare al ruolo svolto dall’uomo chiamato a liquidare un ente ritenuto inutile trasformandolo in pochi anni in un protagonista assoluto della transizione industriale post bellica dell’Italia. 

Enrico Mattei era un piccolo industriale chimico che a Milano aveva preso parte alla Resistenza come partigiano cattolico, entrando nel Comitato di Liberazione Alta Italia (Clnai) presieduto da Ferruccio Parri. Dopo la Liberazione gli venne chiesto di chiudere alcune imprese a partecipazione statale che avevano cercato senza fortuna petrolio in Libia: Agip, Anic e Snam. Mattei chiese invece al governo di non smantellarle ma di usarne il known-how per proseguire, anzitutto nella valle del Po, le ricerche di idrocarburi, sostenuto in questo anche da un economista radicale come Ernesto Rossi, dal ministro dell’economia Ezio Vanoni, in gioventù socialista, dal cognato Pasquale Saraceno, anch’egli di Morbegno, e dal “Mondo” di Mario Pannunzio. 

Enrico Mattei e Gamal al Nasser stringono l’accordo per il 75% delle royalties all’Egitto

Come area di coltura Mattei rivendicava l’intera Valle del Po. Che ottenne fra non poche polemiche cominciando da Cortemaggiore. C’era il petrolio? Secondo alcuni fu una “invenzione” dei suoi tecnici. Nacque comunque la Supercortemaggiore “la buona benzina italiana” col Cane a sei zampe che sputa fuoco come simbolo incisivo. E si mette a battagliare. Le Sette Sorelle anglo-olandesi e americane da decenni basavano il loro rapporto con i paesi produttori con un fifty-fifty che penalizzava questi ultimi. Mattei, a cominciare dall’Egitto la cui monarchia parassitaria di Faruk era stata abbattuta dai “colonnelli” di Gamāl ʿAbd al-Nasser, offrì il 75 per cento di royalties, forniture di macchinari, eccetera. Fu una “bomba” che Mattei ripeté presto nella Persia dello Scià e di Mossadeq. 

Nel 1953 sorse a Milano l’Ente Nazionale Idrocarburi (Eni) nel quale l’attività delle imprese pubbliche venne meglio strutturata. Parallelamente si consolidava l’acciaio di Stato con Italsider e Finsider ponendo le basi fondamentali di una grande ripresa industriale chiamata poi “miracolo italiano” e che doveva, col governo Fanfani, realizzare la nazionalizzazione dell’industria elettrica privata (Sade, Edison, Centrale, Sia, eccetera), fra polemiche roventi anche nella Dc con i dorotei contrari e lo stesso Moro dubbioso. 

Mattei scende dal jet personale, sullo sfondo Irnerio Bertuzzi alla cloche del Morane-Saulner

Nel luglio del ’64, presidente del Consiglio il doroteo Antonio Segni colpito da ictus, il Paese visse una crisi decisamente allarmante, correndo il rischio di un colpo di Stato. Ma il Paese resistette a manovre molto pericolose e cominciò a manifestarsi un ruolo sempre più penetrante dei servizi, deviati e non. Con agenzie provocatrici o inquinate (Op, Aipe, ecc.) sui tavoli dei giornali. Il 28 ottobre 1962 Enrico Mattei era intanto precipitato schiantandosi nella campagna di Bascapè presso Pavia. Veniva dalla Sicilia dove aveva promesso uno stabilimento tessile in una zona poverissima dell’isola. Incidente dovuto al fortunale milanese o ad un attentato? Il pilota del bi-reattore Morane-Saulnier MS-760 era l’espertissimo Irnerio Bertuzzi. Con Mattei era imbarcato un giornalista americano, William Mc Hale. Dopo anni di indagini, i magistrati hanno trovato le prove di un attentato eseguito dalla mafia in Sicilia probabilmente per l’Oas,  cioè per la destra eversiva francese disposta a tutto (con le Sette Sorelle era allora in corso un armistizio).

Alla notizia della morte di Mattei, nessuno sapeva davvero qualcosa dell’Eni e venne nominato provvisoriamente il vicepresidente, il vecchio professore Marcello Boldrini. Eugenio Cefis venne recuperato in Africa nei suoi possedimenti in Tanzania. Volle essere nominato vicepresidente e il suo ritorno all’Eni non fu quello di un prosecutore dell’opera di Enrico Mattei. Aveva altre strategie. Non volle mai essere nominato sul “Giorno” (che detestava) ma citato così: “il vice presidente dell’Eni” e poi di seguito, rigorosamente, il testo dell’Agenzia Italia. Nulla di suo. Fino al 1971. Ma lo tentava la grande avventura della avvenuta fusione Montedison e lì si trasferì con una parte del suo staff. Si innamorò poi dei giornali e divenne un altro. Non quello descritto dal duo Scalfari-Turani.

Marcello Colitti provò a dare una impronta ambientalista alla presidenza dell’Eni di Franco Reviglio

A succedergli fu Piero Sette di area dc, dal 1975 al 1979. Per un brevissimo periodo Giorgio Mazzanti, commissariato e sostituito da Egidio Egidi, altro commissario per il biennio 1979-80. Poi altre presidenze brevi, Alberto Grandi, e un grande scienziato, Umberto Colombo a lungo all’Enea. Ma è l’economista torinese Franco Reviglio nel 1983-1989 a recuperare un ruolo all’Eni conferendogli anche una impronta ambientalista dando nel gruppo un compito importante a Marcello Colitti, il primo assunto da Mattei insieme a Luigi Spaventa. Con Franco Reviglio Colitti assumerà gli incarichi più impegnativi, anche a livello internazionale. 

Reviglio tiene molto ad una grande pubblicazione sulle coste italiane e ad altre operazioni di cui Colitti è la punta di diamante (veste di verde e porta pure scarpe verdi). Forse, quel suo abbigliamento “eccentrico”, era l’espressione estroversa della consapevolezza dei crescenti problemi ambientali giunti al pettine dell’industria petrolchimica globale. Dalla metà degli anni Settanta, i ricercatori della Exxon e della Shell avevano già documentato gli effetti devastanti degli idrocarburi sugli equilibri climatici del Pianeta. Difficile che i vertici dell’Eni ne fossero all’oscuro. Studi, tuttavia, a cui fu subito imposta la mordacchia pubblica in tutto il mondo attraverso prezzolate campagne negazioniste giunte fino ad oggi, come è emerso clamorosamente di recente.  

Siamo arrivati intanto alle liberalizzazioni, o meglio alle privatizzazioni. Altri Paesi europei non si sognano neppure (la  Francia per prima) di privatizzare gas e petrolio. In Italia la spinta alle privatizzazioni viene soprattutto dal Pci — che ha un passato greve di nazionalizzazioni — quasi per far dimenticare vecchie arretratezze. Crescono poi le tangenti da versare ai partiti, soprattutto a Dc e Psi, ma pure ai partiti minori. Comincia tangentopoli col pool di Milano che arresta Mario Chiesa socialista, presidente della Baggina: tenta di salvarsi buttando le banconote nel water.

Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni tra il 1989 e il 1983, suicida nel carcere milanese di San Vittore

Tra il 1989 e il 1993 all’Eni è presidente Gabriele Cagliari che, imprigionato a San Vittore, si suicida. La Dc scarica tutto o quasi su una figura minore, Severino Citaristi. Anche da questi scandali viene la spinta alla privatizzazione delle industrie di Stato. Che, a volte, si trasforma in una vera e propria regalia: per una lira simbolica viene ceduto alla Fiat il marchio Lancia che trionfa in tanti rally. Sarà poi la volta della prestigiosa Alfa Romeo, sottratta alla Ford invece di puntare sulla fusione di un brand brillante e sportivo (segnalato dal marchio rotondo) con uno di massa (marchio ovale) come  Ford.

Sono gli anni in cui viene smobilitata e ceduta ai privati tutta l’industria alimentare, consegnando la debole e frammentata agricoltura privata a società spesso dubbie, se non peggio. Un altro suicidio “eccellente”, in quegli anni, è quello di Raul Gardini re dello zucchero e di altre materie prime alimentari. Potrebbe rifugiarsi in Francia dove ha amici molto potenti come Jody Vender. L’amico dai banchi delle elementari, il giornalista Vanni Ballestrazzi, crede solo in parte al suicidio e si rimprovera di non essere accorso quella sera a Milano a Palazzo Borromeo dove Raul la mattina dopo fu trovato morto.

Con il ruolo assegnato alla Cassa Depositi e Prestiti si inverte, ora, in parte il ruolo dell’industria a partecipazione statale, spesso sciagurata, distrutta dai partiti ma lesionata anche indiscriminatamente da una certa magistratura che lascia liberi i manager, come nel caso di Romiti alla Fiat. E, nonostante tutto, siamo ancora il secondo Paese europeo per l’industria manifatturiera, anche meccanica, ma non siamo più presenti nei settori di base o lavoriamo, bene, per conto terzi, ad esempio per l’industria automobilistica tedesca di prestigio. Siamo forti negli occhiali, nei golf e golfini, nell’abbigliamento in genere, nella moda, alta e media, nella agricoltura biologica o naturale, nel vino di qualità che negli Usa è finora andato veramente forte assieme a certi formaggi non sempre ben protetti come del resto il nostro olio d’oliva spiazzato da pessimi prodotti iberici o nordafricani. In questi e altri settori possiamo e dobbiamo fare di più, molto di più.

L’amministratore Claudio Descalzi posiziona l’Eni nelle retrovie delle energie rinnovabili

Soprattutto, dovremmo fare molto di più nel settore strategico dell’energia, propulsore e plasmatore di ogni sviluppo economico, come aveva ben intuito Enrico Mattei settant’anni fa. Ed è qui, in questo inesorabile confronto tra ieri e oggi, che balza agli occhi l’inadeguatezza di chi guida un Cane a sei zampe che sputa sempre (e solo) il fuoco degli idrocarburi. Della presidente dell’Eni, Lucia Calvosa, non si apprezza — quantomeno non nell’opinione pubblica — alcun disegno particolare. Dell’amministratore delegato, Claudio Descalzi, è nota, invece, la sua testarda insistenza — quasi un’idea fissa — ad allungare quanto più possibile la stagione delle energie fossili, posizionando la società che amministra nelle retroguardie delle compagnie Oil & Gas di tutto il mondo che investono anche nel campo delle energie rinnovabili alternative. In netto contrasto con le scelte, ben più lungimiranti, compiute, ad esempio, dall’Enel di Francesco Starace.

Una strategia industriale che mostra la corda, e non risponde alle inquietudini, delle nuove generazioni e non solo, per una crisi climatica che non smette di manifestare di continuo la sua crescente gravità. Una strategia perdente rispetto agli stessi valori di Borsa delle società petrolifere, dell’Eni come delle altre sette sorelle, tutte in netto calo. Con la golden share in mano pubblica — che ammonta al 30,1% (tra ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti) —, sarebbe ora che il governo italiano chiedesse conto su dove è indirizzata la prua della società. Una semplice domanda: dove va l’Eni? Lo dovrebbe fare, quantomeno e per coerenza, in rapporto agli impegni assunti dall’Italia nei summit internazionali (l’ultimo a Glasgow nella Cop26) sul contenimento della Co2. E il conto, a Descalzi e C., dovrebbe chiederlo anche il giornalismo indipendente se avesse ancora a cuore il ruolo di cane da guardia della democrazia assegnatogli nelle democrazie liberali. Nei confronti di tutti i poteri, anche quando di gambe ne hanno addirittura sei. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.

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