La promessa dei finanziamenti europei (a fondo perduto e in prestito) era chiara: investire nella scuola, nei servizi educativi, nell’inclusione sociale e nelle infrastrutture per ricostruire coesione e garantire pari opportunità alle nuove generazioni. All’atto pratico, in vaste aree del Sud, l’abbandono scolastico resta intrecciato alla povertà educativa, alla mancanza di servizi, alla fragilità dei trasporti, all’assenza di spazi culturali e sportivi, alla precarietà economica delle famiglie e a un senso diffuso di sfiducia. Dove mancano gli asili nido, le donne sono spesso costrette a rinunciare al lavoro o ad accettare occupazioni precarie; i bambini partono già svantaggiati nel percorso educativo; le famiglie restano sole; la natalità continua a crollare. Parlare di parità di genere senza garantire questi servizi essenziali rischia dunque di trasformarsi in pura retorica istituzionale. Con un paradosso profondamente ingiusto: proprio i bambini, i giovani e le donne ai quali vengono negati diritti fondamentali e opportunità concrete rischiano di essere coloro che pagheranno maggiormente il prezzo del debito accumulato


◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

Il tema dell’abbandono scolastico non sembra essere realmente al centro delle politiche pubbliche del Paese, nonostante rappresenti una delle emergenze sociali più gravi e persistenti dell’Italia contemporanea. Un fenomeno che riflette profonde disuguaglianze territoriali, economiche, culturali e perfino di genere, colpendo in misura maggiore le regioni del Mezzogiorno e, statisticamente, i ragazzi più delle ragazze. Eppure, proprio la lotta alla dispersione scolastica avrebbe dovuto rappresentare uno degli assi strategici del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nato anche con l’obiettivo di ridurre i divari sociali e territoriali accumulati negli anni. La promessa era chiara: investire nella scuola, nei servizi educativi, nell’inclusione sociale e nelle infrastrutture per ricostruire coesione e garantire pari opportunità alle nuove generazioni.

Tuttavia, la realtà continua a raccontare altro. In vaste aree del Sud, l’abbandono scolastico resta intrecciato alla povertà educativa, alla mancanza di servizi, alla fragilità dei trasporti, all’assenza di spazi culturali e sportivi, alla precarietà economica delle famiglie e a un senso diffuso di sfiducia verso il futuro. In molti territori, lasciare la scuola significa essere risucchiati in una marginalità sociale che si tramanda di generazione in generazione. A tutto ciò si aggiunge un fallimento politico evidente: il ceto dirigente non è stato neppure in grado di mettere concretamente a terra una parte significativa delle risorse destinate agli asili nido, proprio nel Mezzogiorno dove questi servizi risultano drammaticamente insufficienti. Eppure, gli asili nido rappresentano uno degli strumenti più importanti per combattere le disuguaglianze fin dalla prima infanzia, sostenere l’occupazione femminile e rendere effettiva la conciliazione tra lavoro e famiglia.

La carenza cronica di strutture per l’infanzia nel Sud non è soltanto un problema organizzativo: è il simbolo di una storica disparità di cittadinanza. Dove mancano gli asili nido, le donne sono spesso costrette a rinunciare al lavoro o ad accettare occupazioni precarie; i bambini partono già svantaggiati nel percorso educativo; le famiglie restano sole; la natalità continua a crollare. Parlare di parità di genere senza garantire questi servizi essenziali rischia dunque di trasformarsi in pura retorica istituzionale. Ma vi è un elemento ancora più grave e profondamente ingiusto: proprio i bambini, i giovani e le donne ai quali vengono negati diritti fondamentali e opportunità concrete rischiano di essere coloro che pagheranno maggiormente il prezzo del debito accumulato. Una parte rilevantissima delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, infatti, è finanziata attraverso debito comune europeo che graverà inevitabilmente sulle future generazioni. Ciò significa che milioni di giovani potrebbero ritrovarsi domani a sostenere il peso economico di un piano dal quale, oggi, non stanno ricevendo i benefici promessi in termini di servizi, istruzione, lavoro, infrastrutture sociali e diritti. È questo il paradosso più inquietante: trasformare uno strumento nato per ridurre le disuguaglianze in un’occasione mancata, lasciando ai più fragili non i vantaggi degli investimenti ma soltanto il peso finanziario che ne deriva.

Ancora più preoccupante è il fatto che tutto ciò venga affrontato quasi esclusivamente attraverso annunci, slogan e statistiche, senza una vera strategia strutturale capace di mettere al centro il diritto allo studio, l’infanzia, il lavoro femminile e la qualità dei servizi pubblici. Perché la dispersione scolastica non è soltanto una questione educativa: è una questione democratica, sociale ed economica. Dove aumentano l’abbandono scolastico e la povertà educativa crescono le disuguaglianze, si indebolisce la cittadinanza e si restringono gli spazi di partecipazione e libertà. Il rischio concreto è che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza venga ricordato come un’occasione solo parzialmente colta: enormi risorse stanziate, ma senza quella trasformazione strutturale necessaria a garantire ai giovani e alle famiglie del Sud le stesse opportunità di chi vive nelle aree più forti del Paese. Investire davvero contro l’abbandono scolastico significa investire nella dignità, nell’autonomia, nel lavoro femminile e nel futuro dell’Italia. Perché una nazione che lascia indietro i propri bambini, le donne e i giovani finisce inevitabilmente per compromettere anche il proprio sviluppo economico, sociale e democratico. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.