Putin in trappola nella “guerra degli oligarchi”. Tra ombrelli e trincee, dov’è l’Europa dei nostri padri?

I premier di Svezia e Finlandia Magdalena Andersson e Sanna Marin [credit Ap]

Finlandia e Svezia hanno formalizzato la richiesta di entrare nella Nato per paura degli artigli di Putin. Anziché «contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale», come prescrive l’art. 10 del Trattato Nordatlantico, il loro ingresso nell’Alleanza militare «causerebbe una destabilizzazione della sicurezza in un’area già compromessa», temono autorevoli osservatori. A scavare nuove trincee in Europa, spandendo odio a piene mani, oggi è la generazione dei “baby boomer”, padri che hanno conosciuto il periodo più lungo di pace e benessere nella parte di mondo che abitiamo, dacché c’è traccia scritta di storia umana. È questo il lascito per figli e nipoti che abbiamo intanto generato?


Questo editoriale apre il numero 26 del nostro magazine distribuito nelle edicole digitali dal 16 maggio 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

SUL PIANO INCLINATO della guerra rotolano bombe e forniture belliche. Di pari passo, rotola anche la paura dell’opinione pubblica, soprattutto nei Paesi europei non allineati. Gli artigli di Putin in Ucraina spingono i loro rappresentanti politici a cercare rifugio sotto l’ombrello della Nato. Incoraggiati da un vertice dell’Alleanza Atlantica quantomeno incauto — a giudizio di chi la guerra non la commenta solo ai tavoli apparecchiati dai nostri chiassosi talk show. 

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È stato il generale Leonardo Tricarico a ricordarci l’articolo 10 del Trattato Nordatlantico, laddove stabilisce i criteri di adesione all’Alleanza per «contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale». Per l’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica italiana — che la guerra della Nato l’ha fatta nella ex Jugoslavia — ciò non avverrebbe di certo con l’ingresso di Finlandia e Svezia, formalizzato in questi giorni. All’opposto, esso «causerebbe una destabilizzazione della sicurezza in un’area già compromessa». In altri termini, identificare Europa e Nato darebbe forse ossigeno alla campagna elettorale di mid term per Biden, ma sarebbe un danno sicuro per l’Europa politica. Concepita dai nostri padri “per superare tutte le guerre” sul Continente più insanguinato del Pianeta nel XX Secolo.

Nel secondo tempo della guerra cominciata il 18 febbraio del 2014 (avete letto bene: 2014, non 2022) con gli scontri in Piazza Maidan a Kiev e poi nel Donbass (14mila morti in otto anni), appare sempre più chiaro che la trappola tesa alla Russia di Putin sta funzionando (politicamente) alla grande per i falchi angloamericani. In Ucraina, il prezzo di morte e distruzione è intollerabile. In Europa, il prezzo politico è ogni giorno più salato. La cosiddetta “guerra di attrito”, quindi di lunga durata, volta a ridisegnare il mondo, ha come vittima sacrificale l’Unione Europea e la sua autonoma voce, come andiamo scrivendo dal primo missile sparato in Ucraina dall’armata russa. 

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Se ci basiamo su come Putin e gli altri oligarchi hanno ridotto democrazia e libertà nel loro Paese non possiamo che gioire per una sua caduta. Un esito auspicato da quelli come noi ben prima della “guerra degli oligarchi” in corso, allorquando molti dei suoi nemici giurati (o tiepidi) di oggi trafficavano con lui, e non solo in gas. Nemici dell’ultimora pronti ad esaltare, appena ieri, i metodi spicci dell’autocrate in capo: vi ricordate la sventagliata di mitra contro i giornalisti simulata da Berlusconi con accanto Putin a Villa Certosa, dopo l’uccisione di Anna Politkovskaja? o i peana di Salvini dalla Piazza Rossa in ordine come un cimitero? o gli inserti “giornalistici” pagati direttamente dal Cremlino per incensare il capo supremo attraverso “Repubblica”? Lo stesso giornale oggi più intruppato di tutti come grancassa del Dipartimento di Stato americano. Se, nella nostra analisi, ci basiamo — ed è questo che dobbiamo fare — sugli effetti geopolitici della disfatta militare del presidente russo non possiamo che essere preoccupati. Molto preoccupati se il Paese che guida l’Occidente pensasse davvero di puntare su qualche governo fantoccio a Mosca, immaginando la replica più in grande di “Servitore del popolo”, una fiction televisiva di successo trasmutata in tragedia reale.

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Qualche voce (Macron, Sanchez o Scholz) si leva ancora per evidenziare il ruolo che spetterebbe al Vecchio Continente. Il nostro premier Draghi va, invece, a Washington senza sentire il bisogno di discutere alle Camere quali contenuti portare da Biden. Lo aveva chiesto una parte molto consistente della sua maggioranza. Lo aveva sollecitato il fior fiore dei costituzionalisti che parlano oramai di “malessere democratico” per le «distorsioni da eccesso di potere» (Gustavo Zagrebelsky) e di perdita crescente di sovranità della politica. Protervia o debolezza, una situazione di rara gravità istituzionale.

A scavare nuove trincee in Europa, spandendo odio a piene mani, oggi sono padri — la nostra generazione, quella dei baby boomerche hanno conosciuto il periodo più lungo di pace e benessere nella parte di mondo che abitiamo, dacché c’è traccia scritta di storia umana. È questo il lascito per figli e nipoti che intanto abbiamo generato? È a questo che viene da pensare ogni volta che guardiamo in tv opinionisti con l’elmetto calato sugli occhi, ben pasciuti da paghette aggiuntive ai compensi dei loro giornali o università. E lo sconcerto sale. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 26 (16-31 maggio 2022)

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.