È la stampa d’oggi, bellezza! Da “cane da guardia della democrazia” a bau bau di compagnia

Il bavaglio o la distorsione dei fatti sembrano dominare il panorama informativo nazionale. Il contratto giornalistico è stato travolto e stravolto da editori sempre meno illuminati con l’avallo di un segretario della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) facilmente individuabile. L’accordo sindacale consente di pagare i ragazzi alle prime armi – e non soltanto essi – con pochi euro: autentiche elemosine per farli lavorare al computer, riciclando notizie di seconda mano. Per i freelance è persino peggio


L’editoriale di VITTORIO EMILIANI

L’informazione italiana è assediata dal precariato

DIAMO SPAZIO VOLENTIERI, sulle nostre pagine digitali, alla lettera aperta che un giornalista di valore e autenticamente liberale, Enzo Marzo, ha pubblicato sull’evidente scadimento della nostra professione per la miopia degli editori che credono − riducendo a pochi spiccioli la remunerazione dei giovani aspiranti giornalisti − di frenare, anche, la caduta nelle vendite in edicola. Empia illusione, viene da dire. Ma quando e perché il sindacato dei giornalisti è franato così penosamente di fronte all’offensiva della Federazione Editori, dei proprietari di testate che intanto si fondevano come mai era successo nella storia pur non brillante dell’editoria giornalistica italiana? 

Ricordiamo gli anni del dopoguerra quando i poligrafici − che spesso avevano salvato pure i macchinari tipografici − persero l’occasione di contare di più in senso attivo, con forme anche cogestionali, e si chiusero invece in un loro duro corporativismo puramente (ma duramente) difensivo. Giornalisticamente ci fu, almeno dal 1956 al 1972, la novità dirompente del Giorno, prima di Gaetano Baldacci e poi, più a lungo, di Italo Pietra che seppe difendere l’autonomia del quotidiano anche quando l’Eni perse tragicamente Enrico Mattei in un attentato, ormai provato − probabilmente dell’Oas (la destra estrema ed eversiva francese del generale Salan) −, contro il grande manager pubblico che aveva scelto la politica della decolonizzazione africana.

Sabato 21 aprile 1956, esce il primo numero de “Il Giorno”

Poi vi fu il clamoroso licenziamento di Giovanni Spadolini da parte di Giulia Maria Crespi e l’assunzione di Piero Ottone che a Genova aveva fatto le prove generali al polveroso Secolo XIX dei Perrone-Brivio svecchiandolo totalmente e rilanciandolo con una linea che ai lettori conservatori e oltre faceva dire : “Ma l’è ‘n maoista!”. Purtroppo la stagione, così importante nel panorama nazionale, del Giorno di Pietra finisce col primo governo di centrodestra Andreotti-Malagodi del 1972 che sguarnisce lo Stato dei superburocrati concedendo loro pensioni d’oro, e ha come primo obiettivo quello di togliersi la spina del Giorno di Pietra sostituendolo con un giornalista vecchio stile, Gaetano Afeltra, che rimpiangerà sempre inviati come Orio Vergani il quale raccontava, come se ci fosse stato, l’affondamento dell’Andrea Doria, e lascerà inoperose per anni e anni sia la rotativa a colori (su carta di giornale) comprata da Ceruti e il primo sistema di trasmissione elettronica esistente commentando “Ma ch’iste è Lourdes!”. 

14 gennaio 1976, il primo numero de “la Repubblica”

Appena poterono molti dei giornalisti di punta fuggirono altrove: alla neonata Repubblica Giorgio Bocca e Natalia Aspesi per fare soltanto due nomi (anche se Natalia farà la sua “resistenza” al Giorno di Afeltra, specie per il referendum sul divorzio). Al Messaggero diretto da Pietra, per un solo anno purtroppo, fatto fuori dal suo ex amico Cefis, arriviamo Luigi Fossati, che era stato corrispondente del Giorno da Amburgo come da Mosca o da Londra (direttore dopo Pietra), Sergio Turone, inviato e storico del sindacato, ed io, quale inviato economico e politico (poi sarei stato direttore dall’80 all’87). Con la sterzata a destra del Giorno di Afeltra durata nove anni con un deficit spaventoso, e con la fine del Corriere della Crespi e di Ottone avvenuta nel 1977 con la cessione della testata alla Rizzoli (il cui vertice sarà presto egemonizzato dalla P2 di Gelli), la cacciata di Gianfranco Piazzesi dalla Nazione, altro focolaio piduista, finisce (con l’eccezione del Messaggero) anche la stagione di una stampa autonoma e democraticamente gestita in senso progressista. Dal 1987 rimane, con le ambiguità scalfariane, Repubblica. Ora siamo al consolidamento di un oligopolio con una relativa autonomia per la Stampa di Torino molto ridotta tuttavia in foliazione e ambizione.

Ma la catastrofe si abbatte su giornali e settimanali con l’indebolimento del giornalismo indipendente dalle lobby politiche ed economiche – che denuncia subito anche Enzo Marzo e, in una breve lettera, Gregorio Catalano, ex Messaggero e animatore a Scansano (in Maremma) di una campagna contro ulteriori e speculative iniziative private per l’estrazione di gas dal sottosuolo locale minacciando un paesaggio straordinario, una agricoltura biologica avanzata, la stessa archeologia romana e medioevale, i centri storici. Si aggiunga il Parco Eolico che altre società private vogliono realizzare fra la già precaria, preziosa, unica Civita di Bagnoregio e la bella Montefiascone, fra proteste a non finire contro la Regione che praticamente sembra avallare l’iniziativa davvero dissennata. Ma i giornali – ad eccezione del Fatto sul quale ho denunciato io le due scandalose situazioni – non danno spazio alla protesta e tantomeno la televisione pubblica (che ahinoi presenta soprattutto l’idrogeno quale fonte energetica rinnovabile, quando è solo un vettore non meno inquinante del petrolio o del gas se prodotto dagli idrocarburi come vuole fare il ministro Cingolani, del quale ha detto benissimo tutto il male possibile il professor Vincenzo Balzani su questo giornale, intervistato lucidamente da Lilli Mandara). 

Autentiche elemosine per i ragazzi alle prime armi e per i freelance

Il bavaglio o la distorsione dei fatti sembrano dominare il panorama, anche perché il contratto giornalistico è stato travolto e stravolto da editori sempre meno illuminati con l’avallo di un segretario della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) facilmente individuabile. Un accordo sindacale che consente di pagare i ragazzi alle prime armi – e non soltanto essi – pochi euro, autentiche elemosine, facendoli lavorare soltanto al computer riciclando notizie spesso di seconda mano. Da qui uno scadimento dell’informazione aggravato dall’asservimento della Rai ai partiti e soprattutto al governo grazie alla legge voluta da Renzi (e c’è chi, come lunedì Sergio Rizzo su Repubblica, invoca apertamente la privatizzazione quale rimedio rigeneratore!). Noi, con le forze a disposizione, cercheremo di fare una campagna di approfondimento sui temi che già Enzo Marzo denuncia, sul progressivo scadimento generale della informazione che, secondo i nostri lontani modelli, dovrebbe invece essere “il cane da guardia della democrazia”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.