Da Ventimiglia a Trieste, a bordo della sua “Millecento”, Pier Paolo Pasolini percorre l’intera linea di costa italiana per il settimanale “Successo”, affiancato dal fotografo Paolo di Paolo. Anticipa, con il suo racconto, la sociologia e l’antropologia del turismo che si sarebbe sviluppata negli anni seguenti e che nel 1959 in Italia era totalmente ignota. Il poeta e saggista cerca di leggere, attraverso il turismo, la dinamica culturale e sociale delle città costiere con descrizioni indimenticabili. Dai giovinastri emiliani a San Remo, che fanno i fenomeni appresso a una turista tedesca, al dialogo tranchant a Forte dei Marmi tra Gianni Agnelli «grasso, fiorente e abbronzato» e il fotografo. All’estremo Sud indistinto, dopo Capri Amalfi e Ravello le spiagge sono un fantasma strano, una «Cafarnao sterminata, brulichio di miseri, di ladri, di affamati, di sensali, di pura e oscura vita». In mezzo all’oceanica produzione letteraria di Pasolini quella giornalistica è la meno conosciuta nonostante inchieste, recensioni, polemiche, spunti letterari e sportivi sul “Giorno”, dal 1960 al 1971. A cui seguirono i suoi pezzi memorabili sul “Corsera”
◆ L’articolo di CESARE A. PROTETTÌ
► Pier Paolo Pasolini, oltre che poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore, pittore, traduttore, linguista e saggista, è stato anche giornalista. La sua tessera professionale (quella dell’elenco pubblicisti che aveva con sè al momento del suo omicidio il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia) è custodita al Museo criminologico di Roma. Non sorprende perciò che in questo novembre di celebrazioni in occasione dei cinquant’anni dalla sua morte (qualcuno ha parlato di bulimia Pasolini) sia sceso in campo anche l’Ordine dei giornalisti del Lazio, al quale era iscritto, organizzando nell’ambito dei corsi sul “giornalismo culturale”, il 5 novembre, nella sala della Protomoteca in Campidoglio, un corso di formazione dedicato alla figura di questo “intellettuale rivoluzionario”, attraverso testimonianze, analisi, racconti e documentari di giornalisti, studiosi e registi. Meno scontato che l’Ordine affiancasse l’avvocato Stefano Maccioni nell’istanza di riapertura delle indagini per rispondere ai molti interrogativi ancora irrisolti su quella morte. Riapertura che, però, è stata negata dalla Procura della Repubblica di Roma.
Pasolini è stato un uomo che per tutta la vita è stato smaccatamente perseguitato. Una di quelle figure – ha scritto Nicola Lagioia – che «una volta morte cerchiamo di trasformare in santini, mentre da vive le sottoponiamo a uno sfiancante processo inquisitorio». Era visto come un artista pericoloso, da tenere costantemente sotto mira, bersaglio dei tribunali sia per la sua persona che per le sue opere, con un centinaio di querele e di processi, come ricorda Vincenzo Cerami nella prefazione a Ragazzi di vita, il primo dei venti titoli di opere pasoliniane (romanzi, articoli, poesie e sceneggiature) che la Repubblica offre settimanalmente in edicola ai suoi lettori. Una quantità e qualità che sorprende se si pensa che il lavoro di Pasolini si svolse quasi sempre in completa solitudine e nella diffidenza dei protettorati e delle consorterie intellettuali. Con qualche eccezione, però: come accadde nel 1955 nel processo per oltraggio al pudore a causa del contenuto “pornografico e osceno“ di Ragazzi di vita, che vide sul banco degli accusati Pasolini e l‘editore Livio Garzanti. In quella occasione il tribunale lo assolse grazie alle testimonianze giurate di Carlo Bo, Emilio Cecchi, Anna Banti, Alberto Moravia e molti altri.
Su questo intellettuale in Italia e all’estero si è acceso quest’anno un faro potente. Tra le ultime iniziative quella di Ascanio Celestini, che a Roma, il 2 novembre, ha portato sul palco della sala Sinopoli all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, 50 anni senza Pasolini, uno spettacolo nell’ambito della programmazione promossa da Roma Capitale, intitolata PPP visionario, un racconto di circa due ore che attraversa la vita di Pasolini, tra vicende personali, gli incontri, la poesia, i libri, il cinema, sullo sfondo di un travagliato periodo politico e sociale. All’estero hanno svolto un ruolo importante le istituzioni culturali italiane. A Lisbona, per esempio, fino a metà dicembre si svolge la rassegna Conversazioni su Pasolini, organizzata dal Centro di Studi comparati della Facoltà di Lettere dell’Università di Lisbona e dall’Istituto Italiano di Cultura, diretto da Stefano Scaramuzzino, che farà anche da moderatore in alcuni degli eventi previsti. Si discuterà dell’opera letteraria, cinematografica e saggistica di uno degli autori più importanti del ventesimo secolo, nel corso di incontri dai titoli accattivanti: Affinità errate? con João Pedro Cachopo, La disperazione resa visibile con João Oliveira Duarte, Pasolini e le lingue perdute dell’Europa con Barry McCrea, Pittura in movimento con João R. Figueiredo.
In mezzo all’oceanica produzione letteraria di Pasolini quella giornalistica è certamente meno conosciuta anche se, dal 1960 al 1971, collaborò con Il Giorno attraverso inchieste, recensioni, polemiche, spunti letterari e sportivi. Per il lavoro giornalistico degli anni precedenti, mi sono imbattuto in un saggio di Renato Novelli centrato su un reportage di PPP per il settimanale Successo. Nel 1959, su proposta del fotografo Paolo Di Paolo, si era messo alla guida della sua Millecento e aveva percorso le strade delle coste italiane da Ventimiglia fino a Trieste. Ne aveva parlato Philippe Sècler nel libro Pier Paolo Pasolini. La lunga strada di sabbia per la casa editrice dell’agenzia Contrasto, specializzata in fotografia. Sècler, attraverso un incontro con la cugina di Pasolini, Graziella Chiarcossi, ha rintracciato e pubblicato tutte le note che non entrarono nel reportage e che erano rimaste fogli gialli scritti a macchina con la sua inseparabile Olivetti. Renato Novelli – forse con un enfasi eccessiva – parla di un lungo pellegrinaggio intellettuale e di lavoro perché in quegli appunti inserisce notazioni di costume, osservazioni di antropologia della cultura, citazioni letterarie dotte e suggestive riflessioni sull’identità della gente della penisola alla vigilia della grande trasformazione degli anni Sessanta, quelli del miracolo economico italiano.
Osservazioni che anticipano la sociologia e l‘antropologia del turismo che si sarebbe sviluppata negli anni seguenti e che all’epoca mancava. Pasolini – osserva Novelli – è l’unico autore italiano che in quel periodo sceglie di scrivere un reportage nomade, girando in auto tutta la linea di costa italiana e soprattutto cercando di leggere, attraverso il turismo, la dinamica culturale e sociale delle città costiere. Pasolini parte dal confine con la Francia e inizia il suo reportage da San Remo dove, sulla spiaggia, incontra una banda di giovinastri emiliani che guardano una tedesca e uno “fa l’epilettico per buffoneria”. Più in giù a Forte dei Marmi c’è una villa degli Agnelli. Paolo di Paolo si avvicina a Gianni «grasso, fiorente e abbronzato». «Le dispiace se faccio qualche fotografia?». «Sì, moltissimo».
Il viaggio continua fino a Capri, Ravello, Amalfi. A Fregene ci sono Moravia e Fellini (che lo chiama con affetto Paolino) che sta girando un film che si chiamerà La dolce vita. «Da Napoli in giù c’è l’Italia che Pasolini ama, quella del mondo contadino e dei suoi simboli, anche se al mare si fanno anche altri incontri, come nobili o maggiorenti locali. Poi Santa Maria di Leuca, Gallipoli, Lecce e l’incontro con un sonnacchioso barone. E poi su: a Pescara, Francavilla e a San Benedetto del Tronto, dove ricomincia il sistema turistico lasciandosi alle spalle quel Sud dove le spiagge sono un fantasma strano e deviante da quel modello. «Addio Sud, Cafarnao sterminato; alle mie spalle brulichio di miseri, di ladri, di affamati, di sensuali, di pura e oscura vita». Di San Benedetto, guardando la folla che passeggia sul bel lungomare, scrive che manca di «intelligenza storica». Il 14 settembre del 1975 Pasolini giocherà qui, allo stadio Ballarin, la sua ultima partita di calcio con la Nazionale Artisti (da lui fondata insieme a Livio Lozzi) contro la squadra delle vecchie glorie della Sambenedettese. Perché Pasolini, attento alla «profonda vocazione sociale del pallone», era anche questo: un buon giocatore, un amante del calcio, «ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». © RIPRODUZIONE RISERVATA
