Il 2022 che sarà. Le strade da percorrere per la ripresa economica sono tante, ma tutte in salita

Fra il 1995 e il 2019 il Pil italiano è calato del 2,9%, quello della Francia è cresciuto dell’11,3 e quello della Germania del 14,1

I salari medi italiani sono scesi del 2,9% tra il 1990 e il 2020: in trent’anni siamo arrivati all’ultimo posto fra i trentacinque paesi più sviluppati del mondo. Fra il 1995 e il 2019 il Pil italiano è calato del 2,9%, quello della Francia è cresciuto dell’11,3 e quello della Germania del 14,1. Per un quarto di secolo l’Italia ha usato ogni anno da 30 a 40 miliardi per pagare gli interessi sul debito pubblico. Un declino non solo economico: la disaffezione dei cittadini verso una classe politica che ha restituito in servizi meno di quanto ha chiesto in tasse, il dilagare della corruzione e della difesa dei privilegi. Salvare le banche era necessario, ma salvare i principeschi dividendi e i bonus dei banchieri non lo era. Il declino imporrebbe che l’Italia si riappropriasse della possibilità di fare una politica fiscale, e/o monetaria, e/o industriale. Non è detto che ci riesca


L’analisi di GUIDO ORTONA, economista 

A PAGINA 8 del 55° rapporto Censis compare una tabella che elenca la variazione reale dei salari lordi medi dei 35 paesi Ocde, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (più o meno, i 35 paesi più sviluppati), fra il 1990 e il 2020. Al primo posto c’è la Repubblica Ceca, i cui salari sono più che raddoppiati. In Francia sono cresciuti del 31,1% e in Germania del 33,7%. Al penultimo posto c’è il Giappone (4.4%). All’ultimo l’Italia, meno 2,9%. 

Non c’è da stupirsi. Fatto pari a 100 il Pil pro capite dell’Italia, nel 1995 quello della Francia valeva 108,5 e quello della Germania 107,7, in entrambi i casi meno del 10% in più; nel 2019 valevano rispettivamente 121,5 e 129,4, in entrambi i casi più del 20% in più. Questa divaricazione è stata interamente dovuta all’arresto dello sviluppo in Italia: fra il 1995 e il 2019 il Pil italiano è calato del 2,9%, mentre quello della Francia è cresciuto dell’11,3 e quello della Germania del 14,1.

Tra il 1990 e il 2020, nella variazione reale dei salari l’Italia risulta all’ultimo posto fra i 35 paesi dell’Ocde (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)

L’economia italiana, in sostanza, è su un sentiero divergente rispetto a quelle dei grandi paesi europei (il confronto col Regno Unito è ancora più impietoso). Perché? Che le cause del nostro declino siano molteplici è ovvio, ma la causa principale è stata l’austerità imposta dai vincoli europei. Per un quarto di secolo l’Italia ha usato ogni anno da 30 a 40 miliardi per pagare gli interessi sul debito pubblico, sottraendoli alla nostra economia (i pagamenti andavano sul mercato finanziario mondiale, e quindi  tornavano solo in minima parte). 

Il dibattito fra “sovranisti” ed “europeisti”, nei termini in cui viene presentato dai grandi media, è grottesco. La spinta a una crescente integrazione dell’Europa è inarrestabile, o meglio, potrà essere arrestata solo da non impossibili catastrofi politiche; ma ciò non toglie che questo processo è la causa principale del declino del nostro paese. Declino non solo economico. Ci sono state gravissime ricadute politiche: la disaffezione dei cittadini verso una classe politica che restituiva in servizi meno di quanto chiedeva in tasse, e anche, e forse soprattutto, il dilagare della corruzione e della difesa dei privilegi: quando le cose vanno male le risorse non si spostano verso gli usi più produttivi, ma verso quelli favoriti da chi ha più potere, e che può più facilmente comprare il consenso. Salvare le banche era necessario, ma salvare i principeschi dividendi e i bonus dei banchieri non lo era.  

Per un quarto di secolo l’Italia ha dovuto usare ogni anno da 30 a 40 miliardi di euro per pagare gli interessi sul debito pubblico sottraendoli alla nostra economia

In quanto detto sopra non c’è nulla di strano. Credo che non si sia mai dato nella storia un processo di aggregazione di unità politiche in una più vasta in cui tutte le unità politiche, o meglio, tutti gli strati sociali delle diverse unità politiche, ci abbiano guadagnato. L’aggregazione avviene attorno alle unità più forti, e il prezzo maggiore viene pagato da quelle più deboli. L’Italia è fra queste. O meglio, il popolo italiano è fra queste. I grandi capitalisti finanziari e produttivi si integrano agevolmente nella nuova aristocrazia europea; l’austerità è anzi una buona scusa per ridurre il potere di controllo dello Stato e i diritti dei lavoratori. 

Questo processo di colonizzazione dell’Italia è stato momentaneamente bloccato dalla pandemia, ma le manovre per rimetterlo in marcia sono iniziate; e del resto il bilancio pluriennale italiano recentemente approvato prevede esplicitamente una riduzione della spesa corrente a sostegno degli investimenti del Pnrr. Per evitare che si ritorni sul percorso degli ultimi anni sarebbe necessario che l’Italia facesse pesare tutto il suo enorme potere di ricatto, e imponesse la cancellazione o il congelamento del debito, e/o la modifica della missione della Bce, grottescamente limitata alla lotta all’inflazione, e/o i vincoli alle imprese di stato. In altri termini, che si riappropriasse della possibilità di fare una politica fiscale, e/o monetaria, e/o industriale. E non basterebbe: occorrerebbero anche la fine del dumping fiscale e una seria tassazione dei patrimoni finanziari. 

Se ciò non avverrà (e temo che non avverrà, perché troppi in Italia preferiscono che in Italia i lavoratori siano deboli e lo Stato asservito) gli esiti più probabili saranno due. Il primo è la divisione dell’Italia, con gli strati privilegiati che vivranno “in Europa” e gli altri nella suburra della medesima. Draghi cercherà di far sì che l’Europa addolcisca questo processo — ma senza modificarne la sostanza — in misura sufficiente a evitare il secondo, ovvero una ribellione nazionalista, forse guidata dalla destra più estrema. Non è detto che ci riesca© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Ha studiato economia a Torino, dove è stato allievo di Siro Lombardini, e ad Ancona, dove è stato allievo di Giorgio Fuà. È stato professore ordinario di politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale; in precedenza ha insegnato all’Università di Torino e alla Luiss di Roma. È in pensione dal 2017. Si è occupato di politica economica, scelte collettive ed economia sperimentale. È autore di un’ottantina di pubblicazioni scientifiche e di un romanzo di fantaeconomia, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro, Biblioteca del Vascello, 2016.