Dopo l’accordo annunciato a Glasgow: sulle energie fossili più bla bla bla che fatti 

Dal 2023 venti paesi hanno annunciato a Glasgow il blocco dei finanziamenti pubblici all’estero per l’industria fossile: con punti deboli, furbizie e scappatoie

Alla Cop26 in Scozia si annuncia il blocco dei finanziamenti pubblici per le fonti fossili, in Italia l’Eni continuerà a ricevere sussidi pubblici per «estrarre e bruciare gas, nascondendo la Co2 sotto il mare». La legge di bilancio apre i cordoni della borsa per il Ccs di Ravenna a beneficio del colosso energetico “a sei zampe”, non tenendo conto della situazione drammatica in cui versa il pianeta. Si parla di economia green ma si continua a investire sui fossili. Si organizzano vertici sul clima per contenere il riscaldamento globale e si continuano a costruire nuovi gasdotti ed estrarre carbone in giro per il mondo


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

L’ACCORDO DI GLASGOW al quale hanno aderito più di venti paesi per bloccare i finanziamenti pubblici all’estero nell’industria fossile, a partire dal 2023, è di per sé un passo significativo. Chiudere i rubinetti per disincentivare carbone, gas e petrolio è certamente un ottimo segnale. Ma non è del tutto vero che si smetterà di inquinare utilizzando soldi pubblici, perché l’accordo presenta molti punti deboli e apre la strada a furbizie e scappatoie. Il fatto che il documento non abbia valore vincolante — anche se firmato da leader mondiali, cosa che, purtroppo, riguarda qualunque accordo siglato ai tavoli del vertice — lo confina nell’ambito delle opzioni. Il blocco per sottrarre finanziamenti ai fossili, quindi, possiamo definirlo un “auspicio”, un “modo per scoraggiare” chi ancora pensa di utilizzarli, non tenendo conto dei disastri ambientali dovuti al global warming. 

L’accordo annunciato a Glasgow è teso a bloccare i finanziamenti dei “fossili non abbattuti”

Ma il problema più grave è un altro. L’accordo è teso a bloccare i finanziamenti dei “fossili non abbattuti”. Come se bastasse disfarsi delle emissioni inquinanti per continuare a usare le energie non rinnovabili. E la svolta green? Ne abbiamo parlato con Mario Agostinelli, ecologista, politico, già ricercatore dell’Enea, portavoce del “Contratto mondiale per l’energia e il clima” e presidente dell’associazione laica “Laudato si’”. «Il documento —afferma Agostinelli — si riferisce anzitutto ai “combustibili fossili non abbattuti” (unabated fossil fuels) cioè quei combustibili le cui emissioni non sono abbattute attraverso tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs). Il proposito di bloccare i finanziamenti, dunque, è limitato ad essi fossili. Tradotto: significa che Eni potrà ricevere sussidi pubblici per progetti di cattura e stoccaggio anche fuori dall’Italia, ricevendo un trattamento di riguardo, dopo l’articolo 127 della legge di Bilancio che prevede un Fondo per la transizione industriale da 150 milioni. Destinati, questi ultimi, alle imprese, in particolare quelle che operano in settori ad alta intensità energetica e per investimenti anche in progetti di “cattura, sequestro e riutilizzo della Co2”. Proprio come quello che Eni vuole realizzare a Ravenna». 

Per gli ambientalisti gli orientamenti sulle energie fossili del nostro Paese continuano una politica ondivaga

Gli ambientalisti protestano. Sono allarmati per gli orientamenti del nostro Paese, che continua ad avere una politica ondivaga. «Si continua a giustificare l’utilizzo dei fossili con la scusa che tanto ci sono tecniche di pompaggio con cui catturare e immagazzinare l’anidride carbonica, iniettandola nel sottosuolo, in cavità esistenti o in vecchi giacimenti, ma questa è una politica energetica sbagliata, che ancora persiste, perché funzionale agli interessi dei grandi colossi, non tenendo conto della situazione drammatica in cui versa il pianeta e dell’urgenza di abbandonare le fonti non rinnovabili», dichiara a “Italia Libera” Alessandra Bonoli, docente di ingegneria civile e chimica ambientale all’Università Alma Mater e membro del gruppo bolognese “Energia per l’Italia”. 

Dunque, quello di Glasgow è un accordo parziale, che lascia la strada aperta a molte riserve, in contrasto con l’urgenza di ridurre le emissioni e contenere il riscaldamento globale non oltre un grado e mezzo. Non solo. L’ultima legge di bilancio italiana, già approvata dal governo, e che andrà all’esame del Parlamento, fa capire che siamo ancora disposti a finanziare progetti legati all’uso di fonti non rinnovabili. Giusto? «Proprio così», afferma Agostinelli della “Laudato si’”: «L’Eni, per esempio, ha un suo progetto in Norvegia e non dovrebbe più ricevere fondi per il finanziamento di quell’impianto, che, quindi, diventerebbe poco conveniente mantenere. Un’azione volta a scoraggiare. Però l’Eni, in Italia, potrà continuare ad avere finanziamenti legati ai fossili! Tant’è vero che nell’ultima legge di bilancio ci sono fondi per il Ccs (Carbon Capture and Storage) a Ravenna». Secondo gli ambientalisti l’impianto permetterebbe alla società del cane a sei zampe di «continuare a estrarre e bruciare gas, nascondendo la Co2 sotto il mare». 

I sussidi pubblici possono permettere all’Eni di realizzare il più grande impianto di stoccaggio della Co2

Vantaggi zero e un investimento per il progetto Eni da oltre un miliardo di euro, che mette a rischio l’ambiente con un deposito gigantesco. Tonnellate di Co2 verrebbero rese liquide e iniettate sotto il fondale marino, a 3-4.000 metri di profondità, nei giacimenti di gas esauriti del mare Adriatico al largo di Ravenna. Un impianto contestato da più parti, non solo dai movimenti ambientalisti; anche scienziati come il professore emerito Vincenzo Balzani dell’Università di Bologna hanno mosso pesanti critiche. Il progetto Eni inizialmente era destinato a ricevere fondi dal Pnrr, dalla Next Generation Eu. Accortisi dell’impraticabilità, i fondi arriveranno ora con la legge di bilancio italiana. «Così il finanziamento, uscito dalla porta, è rientrato dalla finestra. Una correzione di rotta per nulla rassicurante, che permetterà al colosso energetico di realizzare il più grande impianto di stoccaggio di Co2 del mondo». Un modo davvero discutibile di abbattere le emissioni. Ovviamente il caso Eni non sarà l’unico. Ecco perché quello di Glasgow è un accordo debole. La Cop 26, invece, avrebbe dovuto porsi l’obiettivo di eliminare i combustibili fossili non solo tagliando gli investimenti all’estero ma anche all’interno di ciascuno Stato. Diversamente, non c’è coerenza tra le politiche internazionali e quelle nazionali. A questo punto inutile parlare di sostenibilità. 

Questa situazione lascia una porta aperta anche per altre industrie: basta abbattere le emissioni dei combustibili fossili e vai avanti come hai sempre fatto. Non si può parlare di economia green e poi trovare il modo di continuare a investire sui fossili. Non ha senso organizzare vertici sul clima dicendo che bisogna contenere il riscaldamento globale entro un grado e mezzo (rispettando gli accordi di Parigi di sei anni fa) e continuare a parlare di nuovi gasdotti e nuove gigantesche estrazioni di carbone nel mondo. Riprendendo la metafora di Johnson a Glasgow, se il ticchettio dell’orologio segna che manca solo un minuto a mezzanotte forse non c’è più consentito tergiversare, esitare, rinviare, dilazionare, e meno ancora ricorrere a scappatoie e furbizie, perché ci troviamo difronte alla sfida più grande che l’umanità abbia mai affrontato: salvare la sua sopravvivenza sul pianeta. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.