La “guerra di Joe”: modernizzare le infrastrutture, sostenere lavoratori e classe media

Contrastati dai centristi democratici i fondi a sostegno dei lavoratori 

Il presidente Biden passa ai fatti e il Congresso approva corposi investimenti per ricostruire le infrastrutture fatiscenti del paese: ponti, ferrovie, autostrade, rete veloce internet. Più difficile ottenere i fondi a sostegno dell’istruzione, la sanità, l’assistenza domiciliare ai malati e agli anziani, aumentando il salario minimo. Manca il consenso bipartisan e i democratici sono divisi: da una parte i centristi o “blue dogs”, dall’altra i progressisti del Congressional Progressive Caucus. I primi sono eletti nei distretti influenzati dai repubblicani, i secondi nelle grandi città con posizioni di sinistra sulle questioni sociali e sul ruolo dello stato nell’economia. Di solito trovano un accordo, stavolta non è un bel vedere


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

CON L’APPROVAZIONE, nella nottata di sabato 6 novembre, della legge di investimenti sulle infrastrutture (Infrastructure Bill) i democratici hanno vinto un’epica battaglia — non contro i repubblicani ma nell’incessante guerra che combattono gli uni contro gli altri. Ricapitoliamo: nel novembre del 2020 Joe Biden vince le elezioni presidenziali. Nella sua campagna elettorale annuncia che appena entrato in carica presenterà due proposte di legge, una per ricostruire le fatiscenti infrastrutture del paese (ferrovie, ponti, autostrade, rete veloce internet) e un’altra per sostenere i lavoratori e la classe media con riforme e aiuti economici sull’istruzione (dagli asili nido all’università), la sanità, l’assistenza domiciliare ai malati e agli anziani, aumentando il salario minimo e prevedendo permessi retribuiti per la cura dei familiari. Il tutto finanziato aumentando la tassazione sui super ricchi e sulle imprese multinazionali. 

Molte infrastrutture stradale e ferroviarie americane sono in condizioni fatiscenti da molti anni

A fine marzo presenta le due proposte di legge che iniziano un lungo e complicato iter parlamentare. Sull’approvazione della prima (la modernizzazione delle infrastrutture) c’è un ampio consenso bipartisan, anche se i repubblicani la considerano troppo onerosa e sono contrari alla parte fiscale. Sulla seconda proposta di legge, che Biden chiama Riforma delle infrastrutture sociali e che poi prende il nome di Ricostruire meglio (Build Back Better), i repubblicani annunciano una opposizione totale e senza sconti.

Ricordiamo che i democratici hanno un’esile maggioranza alla camera di soli 6 voti e una assoluta parità al senato, dove però grazie alla vicepresidente Harris (che formalmente presiede il senato) avrebbero in teoria la maggioranza di un voto. In teoria, perché in pratica al senato (ma non alla camera) c’è la regola dell’ostruzionismo per superare la quale il partito di maggioranza deve disporre di 60 voti su 100, una supermaggioranza che i democratici non hanno. Il discorso sarebbe chiuso se non ci fosse un’altra regola, chiamata “reconciliation”, che consente di approvare a maggioranza semplice le proposte di legge che comportino variazioni di bilancio. In apparenza quindi sembrerebbe che il problema sia risolto: la legge sulle infrastrutture (che è bipartisan) può essere approvata con la procedura ordinaria e quella sugli investimenti sociali con la riconciliazione.

Mobilitazione di democratici guidati dalla speaker della Camera Nancy Pelosi [credit Jack Jenkins]

Ma nel complicato sistema politico-istituzionale americano le cose non sono mai quello che sembrano. Perché i democratici hanno sì la maggioranza, per quanto risicata, ma non tutti i democratici la pensano nello stesso modo. All’interno del gruppo democratico (“caucus”), ma lo stesso vale per i repubblicani, ci sono una miriade di altri caucus (o sottogruppi) che funzionano come gruppi di pressione sulle più diverse materie, dalla ricerca per combattere l’Alzheimer, alla democrazia in Venezuela. Molti sono anche intergruppi, cioè sono composti da democratici e repubblicani, altri sono composti solo dagli uni o dagli altri.

A questo punto entrano in scena due importantissimi caucus democratici: i centristi o cani blu (“blue dogs”) e i progressisti del Congressional Progressive Caucus. I primi, che in molti casi sono stati eletti in distretti dove i repubblicani sono politicamente e socialmente molto influenti, hanno in genere posizioni vicine a quelle repubblicane, ad esempio sull’aborto, sul controllo (meglio: non controllo) delle armi, sulla spesa pubblica. I secondi, che per lo più sono stati eletti nelle grandi città a maggioranza democratica e prima delle elezioni sono spesso stati sostenitori di Bernie Sanders, hanno al contrario posizioni molto di sinistra sia sulle questioni sociali sia sul ruolo dello stato nell’economia. Questi due gruppi, pur convivendo sotto lo stesso tetto democratico, si scontrano regolarmente su quasi tutte le scelte politiche. Di solito si arriva ad un accordo, questa volta invece no.

Il senatore Joe Manchin, democratico eletto in West Virginia a capo dei centristi del partito democratico

Il primo, e da subito, terreno di scontro è stato quello della legge sugli aiuti e le riforme sociali (Social Infrastructure Act) proposta da Biden. Due senatori centristi, Joe Manchin e Kirste Sinema, hanno subito detto di no, che la spesa (prevista inizialmente in $3.500 miliardi) era eccessiva e che al massimo potevano accettare $1000 miliardi; e siccome al senato anche un solo voto di dissenso avrebbe fatto naufragare tutta la riforma (e con essa la presidenza Biden) è iniziata una estenuante trattativa, che dopo circa sei mesi di discussioni ha portato ad accordarsi su $1.750 miliardi tagliando alcune parti fondamentali del progetto come i permessi familiari, le tasse universitarie e il salario minimo. Ma a questo punto sono insorti i progressisti che hanno detto: se i centristi non ci assicurano che voteranno l’intero pacchetto di $1.750 miliardi (che per noi è già una rinuncia enorme rispetto a quanto inizialmente promesso) noi non voteremo l’altro provvedimento gemello sulle infrastrutture; anzi, i due provvedimenti devono essere approvati insieme, sennò non se ne fa niente. 

Due altre settimane di tira e molla e di scontri verbali nel congresso e sui media fino alla serata di venerdì in cui la leader dei progressisti, Pramila Jayapal, ha annunciato che il gruppo ha accettato di votare il provvedimento sulle infrastrutture avendo ricevuto un impegno scritto da parte dei centristi che al senato voteranno l’altro provvedimento, tutti. Ma non è finita perché i centristi hanno preteso che lo faranno solo se il Congressional Budget Office (l’ufficio del bilancio del congresso) darà assicurazioni che la spesa è interamente coperta. Contromossa dei progressisti: poiché il CBO ha fatto sapere che non potrà comunicare le sue valutazioni prima di una decina di giorni, è stata fissata la scadenza ultimativa del 15 novembre, passata la quale i centristi dovranno mantenere comunque fede alla promessa.

Il presidente Joe Biden si è detto fiducioso sull’approvazione anche del Social Infrastructure Act

Sarà così? Nella conferenza stampa seguita al voto della camera sulle infrastrutture (questo sì definitivo) Biden si è detto molto soddisfatto e fiducioso che arriverà l’accordo anche sul secondo provvedimento. Certamente la sua vacillante presidenza, dopo nove mesi di controversie e insuccessi (sull’Afghanistan, sull’immigrazione, sulla lotta contro il Covid), e dopo essere stata costretta a ridimensionare drasticamente il piano di investimenti sociali, ha bisogno di portare a casa almeno un parziale successo.

Non sappiamo ancora come finirà la vicenda al senato, anche perché nel frattempo i repubblicani hanno messo a punto alcune contromosse e minacciano sfracelli. Certo, l’ultima epica battaglia tra democratici non è stata un gran bel vedere. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)