L’epigrafe “bustrofedica” di Gortyna, e il campo arato dell’archeologia italiana

Sabato 3 marzo 2018, Enzo Lippolis nello studio di Rai 3 poco prima dell’infarto 

Sull’isola di Creta, davanti a un complesso di norme dell’antica Grecia, presumibilmente del VI secolo avanti Cristo, si rinnova la “magia” del Minotauro. E regala al nostro paese uno studioso di talento che ha portato ai vertici mondiali la ricerca archeologica italiana. Una eredità scientifica preziosa, quella di Enzo Lippolis, salito sulla cattedra che fu già di archeologi strafamosi, come Andrea Carandini e Fausto Zevi. Frutto solo dei suoi studi, del suo duro lavoro, della sua abnegazione e del suo talento, senza raccomandazioni o investitura genetica, come accade in troppi Atenei italiani, dove le cattedre passano spesso dai padri ai figli, ai parenti o alle amanti. Una rarità anche nel suo tratto umano


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

«PERIMÉNETE, POÚ PÀTE?», aspettami, dove corri? Così, in greco moderno, la bella studentessa si rivolge al ragazzo che, qui a Creta, sembrava incapace di fermarsi, preso come era dai suoi studi e, soprattutto, dalle sue ricognizioni sul “campo”. Gortyna, a qualche chilometro da Hiraklion (la veneziana Candia), del resto, un futuro archeologo si approssimava per davvero ad una terra promessa. Quella sua epigrafe gigantesca, presumibilmente del VI secolo avanti Cristo, conteneva un complesso di norme dell’antica Grecia. Fu scoperta, un secolo prima, da una missione archeologica italiana, condotta da Federico Halbherr, il fondatore, guarda caso, della Scuola Archeologica di Atene (per molti anni diretta dal tarantino, Emanuele Greco), e dove il nostro giovanotto, stava specializzandosi. 

L’epigrafe “bustrofedica”, da bue (bous) e strophè (voltarsi), di Gortyna a Creta

Futuro archeologo? Niente affatto, perché, il nostro, archeologo lo era già da tempo. Forse, persino, da quando frequentava il Liceo Classico, benché in famiglia — alla mamma Anna e al papà Agostino, che alla tenera età di 97 anni, è tuttora in grado di usare compasso e regolo calcolatore della sua antica professione di geometra — diceva di essere incerto tra Lettere, Architettura e Biologia. E meno male che non ha scelto nessuna di queste due ultime facoltà, altrimenti non avremmo avuto quello studioso di gran classe, di cui vi dirò. Ancora, però, con il fiato sospeso per un po’, poi torniamo nella terra degli Dei. Non è a caso l’invito della “despinì”, della ragazza, al nostro eroe di fermarsi. La scrittura del sito di Gortyna, infatti, è “bustrofedica”; vuol dire che, andando da sinistra a destra, una volta terminato il rigo ignora il capoverso e ritorna indietro, proprio come fa il bue che, quando tira l’aratro, non si ferma mai, ma traccia un solco parallelo e poi altri solchi paralleli, per tutto il campo da arare. 

“Bustrofedica”, proprio da bue (bous) e strophè (voltarsi) nella lingua di Omero che, qui, tuttavia è dorica, anziché, ionica. E non è tutto. Creta è un’isola speciale (la patria di Nikos Kazantzakis, l’autore di Zorba il Greco), dove fiorì quella civiltà minoica, i cui marinai, già nella prima metà del millennio avanti Cristo, solcavano i mari. E approdarono perfino a due passi dalla città del nostro personaggio (che, naturalmente, è di Taranto): a Saturo. E non basta ancora. Il mito racconta che Taras, l’ecista (il fondatore) della città di Archita, figlio di Poseidon e della ninfa Satyria avesse sposato Satureia che, guarda caso, era figlia di Minosse. Il favoloso re di Creta, padre del mostro mezzo uomo e mezzo toro, ucciso da Teseo (che ha ispirato quel bel libro di Anais Nin, la Seduzione del Minotauro), aveva portato al suicidio l’altra figlia del re di Creta, Aracne, abbandonata dall’amante dopo averlo aiutato ad uscire dalla complicatissima costruzione di Dedalo. E poco importa se di re con il nome di Minosse ce ne siano stati più di uno. Resta il fatto che quella storia d’amore abbia avuto inizio proprio in quel luogo incantato. 

Enzo Lippolis secondo da sinistra in una missione di scavi archeologici

«Magia che continua ancora», sorride Enzo Lippolis, questo il nome del nostro personaggio, «visto che la mia bella moglie, Isabella, mi ha regalato due splendide ragazze, Anna Sofia, di 21 anni, studente di filosofia, ed Elena, di diciotto anni». I due “giovani” di Gortyna, sono ora due docenti universitari, Enzo a Roma ed Elena Baldini, a Bologna, dove insegna Archeologia Bizantina. Ma Isabella è stata la tua prima ragazza, o ai tempi del Liceo e dell’Università a Perugia, c’era qualche altra gonnella? Si informa, con faccia tosta, il vostro malizioso e indiscreto cronista. «Non te lo voglio dire, vai a scavare altrove e lascia a me il compito di fare saggi e scavare trincee…», è la risposta del mio amico Enzo. 

Tutto questo affastellare di miti, di leggende, di buoi e di epigrafi, è servito al vostro narratore per non sentirsi troppo a disagio di fronte ad uno studioso che ha al suo attivo qualcosa come oltre duecentosessanta pubblicazioni scientifiche, una decina di volumi e che occupa la cattedra di Archeologia Classica più prestigiosa in assoluto in Italia, quella dell’Università La Sapienza di Roma. Cattedra che fu già di archeologi strafamosi, come Andrea Carandini e Fausto Zevi, giusto per citarne un paio. Inoltre il Dipartimento che il prof. Lippolis dirige da quasi tre anni, dal centounesimo posto che occupava nel “ranking” (graduatoria) internazionale, è passato negli ultimi due anni al quattordicesimoposto. E scusate se è poco. 

Una carriera, quella di Enzo Lippolis, che è stata frutto solo dei suoi studi, del suo lavoro, della sua abnegazione e, lasciatemelo dire, del suo talento, senza alcuna raccomandazione o investitura genetica, come, ahinoi, accade in troppi Atenei italiani, dove le cattedre passano spesso dai padri ai figli, ai parenti o alle amanti. La gavetta, invece, il prof. Lippolis l’ha fatta proprio tutta. Da quando, cioè, entrò in Soprintendenza come semplice assistente (pur avendo tutti i titoli per essere assunto come funzionario), alternando il lavoro di scavo e di tutela allo studio (specializzazione, come detto, ad Atene e Dottorato di Ricerca a Napoli). Soprattutto ha pubblicato tutti i risultati delle sue ricerche, davvero notevolissime, ed è grazie a lui se anche l’archeologia romana, a Taranto, non è più una nebulosa indistinta. Un lavoro faticosissimo che, però, alla fine ha pagato, nel senso che ha avuto i riconoscimenti che meritava anche dal mondo accademico, prima con le proposte di insegnamento delle Università del Salento e della Basilicata, e, poi, di Roma. Qui è diventato quasi subito professore di Prima fascia (Ordinario) con la prestigiosa cattedra cui abbiamo accennato, e anche Presidente del Collegio dei Direttori. 

Enzo Lippolis (di spalle) al lavoro con paletta in una campagna di scavo

Non si pensi, però, che il nostro Professore si sia fossilizzato nelle maestose e austere aule dell’Università capitolina, abbandonando il suo grande amore per la ricerca sul campo, che, viceversa, lo vede ancora sudare, con spazzole, palette e piccozze, proprio come al Parco Archeologico di Saturo. Come mai, gli chiede il vostro curioso cronista, all’inaugurazione del Museo Archeologico di Taranto, tu, che pure ne sei stato Direttore, negli anni 1987 e 88, e che, a quanto risulta, lo hai progettato, hai poi brillato per la tua assenza? «Forse — sorride Enzo Lippolis — hanno dimenticato di invitarmi». Non così, però, al Museo Nazionale Archeologico di Napoli, dove lo hanno incaricato di redigere il progetto espositivo. 

Ma Enzo Lippolis è molto più che archeologia e didattica: ha un tratto umano distintivo davvero sorprendente. Alla domanda dei suoi amici più cari, ai tempi del Liceo, oltre ad aver voluto ricordare i suoi antichi professori (Iolanda Leccese e Cosimino Fornaro, o la sua amica, Clara Valle), sorprende il vostro cronista citando l’avvocato Stefano Punzi, il suo Pilade (il fido compagno di Oreste, ndr), ai tempi delle Medie e delle Superiori, e del quale era un estimatore dell’intelligenza e degli afflati di solidarietà e del quale si è molto accorato per la scomparsa. Pur sapendo che questo suo antico amico aveva imboccato sentieri impervi ed illegali, tanto da essere stato radiato dall’Ordine degli Avvocati, e finire assassinato, insieme ad Alessio Magistro, ex Presidente dell’Amiu di Taranto, in un parcheggio di Roncadelle, in provincia di Brescia. 

Il prof. Enzo Lippolis ci ha lasciato improvvisamente a sessantatré anni il 3 marzo 2018. Non prima, però, di aver portato il Dipartimento di Studi Classici al primo posto in assoluto nella graduatoria mondiale. E, qui, in Magna Grecia, Enzo, ne sono certo, continuerà, con i suoi studi e le sue ricerche, ad essere un autentico faro per studenti, archeologi, ma anche per molti cattedratici. Quale miglior commiato, allora, con Enzo Lippolis, dell’epigramma di Callimaco, all’amico Eraclito: «Qualcuno mi ha detto della tua morte, Eraclito; ciò mi ha mosso al pianto, ricordando noi due quante volte abbiamo visto tramontare il sole. E adesso, amico di Alicarnasso, sei da tempo polvere; ma i nostri ricordi (le poesie) vivono ancora; su di loro il rapace Ade non potrà allungare le sue mani». © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.