I cento dalla nascita di Margherita Hack, nostra signora delle stelle tra le stelle della Scienza

Una giovane Margherita Hack scruta il cielo attraverso un telescopio

12 giugno 1922 cento anni fa nasceva dalla “polvere di stelle”, come ebbe modo di dire lei stessa durante un incontro al Parco della musica di Roma, Margherita Hack. La nostra più celebre astrofisica il genere umano lo definì proprio così, con una espressione romantica e scientifica al tempo stesso: «Siamo fatti di polvere di stelle». Una esploratrice del cielo capace di affascinare e di parlare della grandezza dell’universo ancor prima che i satelliti iniziassero a elaborare dati. Prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, la Hack ha ricevuto la soddisfazione più grande della sua carriera scientifica, osservando i raggi ultravioletti. Nel 1957 individuò una stella nota come Epsilon Aurige, supergigante di magnitude 3, lontana 6500 anni luce e duecentomila volte più luminosa del sole 


L’articolo di STEFANELLA CAMPANA

CENTO ANNI FA, e precisamente il 12 giugno 1922, nasceva a Firenze Margherita Hack, una delle più brillanti scienziate astrofisiche nel mondo. Difficile compendiare la storia ricca e complessa di questa incredibile scienziata, la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, quello di Trieste, per quasi 30 anni, Una donna libera, fuori dal comune, che ha dedicato la sua vita molto intensa alla “caccia” delle stelle, quelle più difficili e insolite da classificare, brava a condividere la sua conoscenza profonda della scienza attraverso la divulgazione, impegnata in politica e per la difesa dei diritti, coraggiosa nelle sue prese di posizione. Risentire le sue interviste è un vero piacere per la chiarezza con cui spiegava temi complessi, anche pronta alla battuta, alla risata, ironica.

La Hack ha avuto il merito di aver esplorato l’universo quando ancora non esistevano i satelliti, attraverso i raggi ultravioletti

Interessante ripercorrere la sua ricerca di esplorazione di pianeti, comete, stelle, gas interstellare, suopernovae, galassie, quasar, pulser. Anche la sua vita privata superattiva. I suoi genitori aderiscono alle dottrine teosofiche e sono critici nei confronti del regime fascista. Il padre è appassionato di astronomia «ma io preferivo giocare al meccano e dedicarmi allo sport», racconta. Sarà una eccellente campionessa di salto in alto e salto in lungo. Ma forse qualche influenza paterna si rivelerà più tardi. A guerra finita, nel 1945, Margherita Hack si laurea con un tesi di astrofisica relativa a una ricerca sulle cefeidi, una classe di stelle variabili. Si documenta attraverso l’Osservatorio astronomico di Arcetri dove inizia a impegnarsi nella spettroscopia stellare che diventerà centrale nel suo campo di ricerca. Sarà  assistente presso lo stesso Osservatorio e insegnante all’Istituto di Ottica dell’Università di Firenze. Tiene poi corsi di astrofisica e di radioastronomia all’Istituto di Fisica dell’Università di Milano e collabora con prestigiose università straniere in veste di ricercatrice in visita, come l’Università di Berkeley, l’Institute for Advanced Study di Princeton, l’Institut d’Astrophysique.

Margherita Hack ha avuto il merito di aver esplorato l’universo, quando ancora non esistevano i satelliti, attraverso i raggi ultravioletti a partire da una stella nota come Epsilon Aurige, una supergigante di magnitude 3, lontana 6500 anni luce e duecentomila volte più luminosa del sole. Questo nel lontano 1957, ipotesi poi confermata decenni dopo grazie al satellite Iue (International Ultraviolet Explorer), «la soddisfazione più bella della mia carriera scientifica». Uno dei suoi numerosi trattati, “Stellar Spettroscopy”, scritto all’Università di Berkeley nel1959 assieme a Otto Struve, è considerato ancora oggi uno dei testi fondamentali.

La copertina dell’ultima libro pubblicato postumo di Margherita Hack

La sua enorme attività didattica e di ricerca favorirà all’Università di Trieste la nascita nel 1980 di un “Istituto di Astronomia”, sostituito successivamente da un  Dipartimento di Astronomia diretto dalla scienziata fino al 1990. Nel frattempo collabora con numerosi giornali e periodici specializzati e fonda nel 1978 la rivista L’Astronomia che dirigerà per tutta la vita. Seguiranno centinaia di pubblicazioni scientifiche e anche un gran numero di opere di divulgazione rivolte soprattutto ai giovani, come “Il cielo intorno a noi” e quello uscito postumo nel 2013, scritto poco prima di morire “Italia sì, Italia no”, un lascito appassionato per le generazioni future sulle questioni politiche, sociali, etiche.

 Numerosi i riconoscimenti: nel 1980 il premio “Accademia dei Lincei”, il premio “Cultura della Presidenza del Consiglio” nel 1987. E’ stata componente delle più prestigiose società di astronomia, come l’Unione Internazionale Astronomi e la Royal Astronomical Society e in gruppi di lavoro di ESA e NASA. S’impegna anche in politica come testimonianza, candidandosi più volte in liste di sinistra, coi Progressisti nel 1994 al collegio uninominale alla Camera a Trieste, senza però essere eletta mentre lo è alle Politiche del 2006 col Partito Comunista Italiano, rinunciando per la sua amata astronomia. Non lesina critiche a Berlusconi che cerca di evitare i procedimenti giudiziari a suo carico. Nel 2013 s’impegna nel “Comitato Emma Bonino Presidente” e si batte per i diritti civili, per il riconoscimento giuridico delle coppie gay, tanto da essere premiata nel 2010 “Personaggio Gay dell’anno”. Considera l’eutanasia un diritto “per sollevare dalla pena una persona che soffre”.

Nel suo viso spiccavano i suoi occhi limpidi celesti, il suo sorriso. Anticonformista, non amava  gli abiti femminili e il trucco, animalista e vegetariana da sempre. «Nella vita e nelle scienze bisogna essere ribelli», convinta che l’anticonformismo sia «il segreto per sopravvivere alla noia e alla mediocrità». Così non stupisce vedere la scienziata quasi novantenne in tour in Italia per un concerto-spettacolo con la cantante Ginevra Di Marco “L’anima della terra vista dalle stelle” in cui raccontava il suo Novecento, la sua visione di giustizia, libertà, rispetto delle differenze. A condividere la sua vita intensa per settant’anni il marito Aldo De Rosa, sposato nel 1944 dopo la laurea «il mio opposto»: un letterato, pacioso, cattolico. «I figlioli non si volevano — raccontava  Margherita Hack col suo accento fiorentino — nessun rimpianto, mai». Si attorniava di animali, un cane e tre gatte. Da brava sportiva, la si vedeva sempre in bici fino a tarda età, ma alle soglie dei 90 anni si arrabbiò tantissimo quando non le fu rinnovata la patente.

 Atea convinta, affermava: «Dubbi sul fatto che Dio possa esistere? Nessuno». E aggiungeva «Penso che il cervello sia l’anima, non credo alla vita dopo la morte». Da grande scienziata quale è stata ammetteva però che «la scienza non è in grado di spiegare tutto. Perché c’è stato l’inizio dell’universo?». Non a caso, se avesse avuto la bacchetta magica, confessava che avrebbe chiesto di campare altri diecimila anni «per capire la materia oscura, per vedere il primo istante del big bang». Sulla questione energetica si era espressa contro le centrali nucleari in Italia ma a favore della ricerca sul nucleare «a cui dovremo comunque ricorrere perché inquina meno del carbone, petrolio e metano. E sviluppare al massimo le energie rinnovabili» . Nella trasmissione “Che tempo che fa”, nel 2010, invitata a parlare del suo libro “Libera scienza in libero Stato” con la sua consueta franchezza aveva detto che «la scienza biologica non è libera nel nostro Paese per i condizionamenti del Vaticano».  Critica nei confronti dei politici italiani, «in maggioranza avvocati e poco attenti alla scienza, umiliata dalla politica che a sua volta è succube del Vaticano».

Non nascondeva la sua amarezza per un’Italia disattenta nei confronti della scienza: «si parla tanto di innovazione che si fa con la ricerca applicata, frutto della ricerca pura»

Non nascondeva la sua amarezza per un’Italia disattenta nei confronti della scienza. «Si parla tanto di innovazione che si fa con la ricerca applicata, frutto della ricerca pura». E portava dati preoccupanti: «La percentuale del Pil dedicata alla ricerca è inferiore a quella di tutti i maggiori Paesi europei e il numero  di ricercatori su mille abitanti è meno della metà di quelli di Francia, Gran Bretagna e Germania. Questi dati da soli dimostrano lo scarso interesse e apprezzamento verso la ricerca, eppure il numero di pubblicazioni sulle principali riviste internazionali e le citazioni delle stesse regge bene il confronto con la produzione dei ricercatori di quei Paesi a riprova che, nonostante gli scarsi finanziamenti e lentezze burocratiche, molte nostre università producono buona ricerca». Margherita Hack ha saputo superare questi ostacoli e diventare una grande scienziata riconosciuta in tutto il mondo. I suoi studi, le sue pubblicazioni, le sue analisi sono un patrimonio prezioso che dovrebbe essere conosciuto soprattutto dai-dalle giovani a cui lei ha dedicato molta attenzione, perché, come lei ricordava, il nostro Paese ha bisogno di scienza, di ricerca. Ma anche di un senso etico che Margherita Hack ha saputo testimoniare in ogni aspetto della sua vita di scienziata e di donna. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.