Trovo che la filosofia della tipicità, del km zero, sia molto spesso una grande presa per i fondelli, così come il proliferare di street food senz’arte né parte sia un modo per fare cassa senza faticare più di tanto. I grandi ristoranti davvero meritevoli sono sempre gli stessi, e le novità spesso effimere. Siamo allo stesso tempo fanatici delle piole e della creatività più estrema. Ma la realtà è davvero quella che si dipinge? Ma davvero nelle osterie/trattorie dove si mangia con 15 euro si mangia bene e in maniera genuina? Ma davvero nei locali degli chef fenomeni che ogni tot ci proponete, il costo vale quel che troviamo nei piatti?


L’articolo di COSIMO TORLO

NELL’UNIVERSO MONDO di chi segue le vicende legate all’enogastronomia non sono nessuno. Certo qualche annetto l’ho trascorso a seguire cuochi, gastronomi, pizzaioli, vignaioli, pasticcieri, macellai, salumieri, formaggiai, pescivendoli, panettieri. E spesso mi piace condividere le mie opinioni con i protagonisti di questi mondi, a volte si sta sul banale, ma a volte capita che venga fuori una chiacchierata vera, sincera, dove non ci si nasconde dietro a un dito.

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Dopo diverse chiacchiere sviluppate in questo ultimo periodo mi sovvengono riflessioni che ho deciso di condividere con voi. La mia epoca si può contestualizzare come un periodo geologico antico, oggi siamo nell’epoca 4.0 o 5.0 che francamente non so bene cosa voglia dire, ma tant’è, mi dicono che sia così. Personalmente da qualche anno non mi intriga più come un tempo stare dal mattino alla sera a seguire un mondo che francamente non mi appassiona come una volta, semplicemente perché il più delle volte mi annoia. 

Trovo che la filosofia della tipicità, del km zero, sia molto spesso una grande presa per i fondelli, così come il proliferare di street food senz’arte né parte sia un modo per fare cassa senza faticare più di tanto. I grandi ristoranti davvero meritevoli sono sempre gli stessi, e le novità spesso effimere. Il che non vuol dire che non mi interessi, altrimenti perché mai porterei avanti il mio blog — per chi non lo conoscesse si chiama “il ghiottonerrante” —, ma la ragione fondamentale è che mi piace scrivere di quel che stimola me. Punto.

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Per vecchia abitudine cultural/politica, inoltre, mi intriga e interessa approfondire quel che avviene in questo mondo del food, partendo dalla realtà e non solo per la quantità di inviti a pranzo e cena che possono arrivare a chi blogheggia, o peggio ancora per chi ci marcia utilizzando posizioni così dette influenti nel mondo dei media. E vi assicuro che son più di quanti crediate. Se l’occasione fa l’uomo ladro — e in un mondo dove se non hai visibilità non sei nessuno —, è dunque inevitabile che in un Paese “fantastico” come il nostro certe cose, dicasi le marchette, accadano.

A prescindere dalla qualità, dal vero valore di quel che si consuma, allora si scrive, di tutto. Siamo allo stesso tempo fanatici delle piole e della creatività più estrema. Tutti i giorni leggo solo articoli, diciamo meglio post sotto fotografie, che enfatizzano la rapa con le cotiche così come il branzino pescato con il fois gras all’amo. Uno spettacolo. Ma la realtà è davvero quella che si dipinge? Ma davvero nelle osterie/trattorie dove si mangia con 15 euro si mangia bene e in maniera genuina? Ma davvero nei locali degli chef fenomeni che ogni tot ci proponete, il costo vale quel che troviamo nei piatti?

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Ripeto, son nessuno e non passo le mie serate a mangiar qui e là anche perché dovrei avere qualcuno che mi mantiene per poterlo fare, ma ahimè non mi trovo in questa pur auspicabile situazione. Di tanto in tanto, però, qualche capatina per locali mi ci scappa. E, come dire, il più delle volte mi viene da storcere il naso. Anzi a volte mi incazzo proprio. Per quel che mi riguarda confido ancora nei professionisti della cucina, imprenditori e chef, in quel personale di sala capace di aprire una bottiglia di vino, che sanno sorridere e a volte scusarsi se qualcosa va storto. Che sanno come la cucina, e qualsiasi attività legata al food, non è roba per dilettanti, improvvisati, avventurieri, ma per chi ama il proprio mestiere. 

Ecco, mi aspetterei che chi scrive parlasse di queste persone, di queste donne e questi uomini che non ci fanno, ma ci sono con il cuore, l’anima e il corpo. E quel che più conta siano trattati e retribuiti il giusto. Ma so che chiedo troppo, costa fatica, e riduce di molto le occasioni per ritrovarsi allegramente a tavola, ovviamente “a gratis”© RIPRODUZIONE RISERVATA

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La mia scuola è stata la fabbrica, la Flm prima, la Fiom e la Cgil poi, in un percorso che mi ha permesso di sperimentare sul campo la comunicazione e il giornalismo. Mi sono anche cimentato nell’organizzazione di eventi con mostre e concerti, in particolare a Torino. In questa città nel 1996 ho promosso il “Premio Cipputi” insieme ad Altan all’interno del “Torino Film Festival”. Il Premio continua a vivere ora nel capoluogo emiliano-romagnolo organizzato insieme alla Cineteca di Bologna. L’approdo alla comunicazione istituzionale è stato il proseguimento del percorso precedente, tenendo al centro del mio impegno le tematiche legate al lavoro, al sociale e all’economia. Ultimo ma non ultimo coltivo una passione inestinguibile per l’enogastronomia, attività che svolgo a tavola e sulla stampa.

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