Alcune reazioni fuori luogo ad un post in cui rendeva onore ai meriti del fondatore di Slow Food Carlin Petrini (visione, concretezza e centralità dell’agricoltura), inducono la professoressa Maria Lodovica Gullino a tornare sull’argomento. Ribadisce lo stile di «una ricercatrice rigorosa» e la sua volontà di aprirsi al confronto con chi ha scelto un approccio diverso «reso possibile proprio dalla grande disponibilità di Carlin, sempre aperto al confronto autentico». E aggiunge una considerazione finale impegnativa per il mondo della ricerca: «non sarà che molti scienziati, pur solidissimi nei dati, manchino totalmente della capacità di dialogare? Petrini sapeva parlare con la stessa efficacia ai contadini delle terre più remote, ai Re e ai Papi. Se ogni ministro dell’Agricoltura o dell’Università, in visita in Piemonte, sceglie Pollenzo e non i laboratori di Grugliasco, dovremmo chiederci dove abbiamo sbagliato nella comunicazione, invece di alimentare sterili polemiche»
◆ Il commento di MARIA LODOVICA GULLINO

► Mai avrei immaginato, da fitoiatra e ricercatrice, di sentire l’urgenza di ricordare a noi ricercatori la lezione di Carlin Petrini. Questo stimolo nasce dalle reazioni – poche, ma insistenti – ricevute a un mio post in cui rendevo onore ai suoi meriti: una visione fuori dal comune, una straordinaria concretezza e la capacità di restituire dignità e centralità all’agricoltura. Le critiche dei colleghi mi hanno riportato indietro negli anni, quando nell’ambiente universitario venivo guardata con sospetto, quasi fossi “pericolosa”, solo perché osavo dialogare con Petrini e il mondo Slow Food. La mia formazione è quella di una ricercatrice rigorosa: difesa delle colture il mio ambito (anche con i “famigerati” agrofarmaci), fiducia nei numeri e la consapevolezza che, per sfamare il pianeta, l’agricoltura produttiva sia indispensabile. Eppure, questo rigore non mi ha mai impedito di cercare di comprendere un approccio diverso, reso possibile proprio dalla grande disponibilità di Carlin, sempre aperto al confronto autentico.
Non sempre eravamo d’accordo – l’ostilità ideologica verso le biotecnologie ci vedeva su fronti opposti – ma il tempo ha dimostrato che i veri nemici di certe innovazioni non sono stati gli attivisti come lui, bensì le politiche miopi di alcune multinazionali. Petrini è stato un attivista che ha saputo “andare oltre”. Le sue posizioni, anche quando non condivisibili, avevano il pregio rarissimo di spingere alla riflessione chiunque avesse il desiderio di confrontarsi davvero. Pensiamo alla nascita dell’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo. Fu accolta con derisione: “L’università delle polpette”, la definì con disprezzo un Rettore dell’epoca, probabilmente influenzato da visioni accademiche tanto rigide quanto ristrette. Eppure oggi quel modello è vivo, vitale e imitato da molti altri atenei che, pur copiandone il nome, non riescono a replicarne l’anima internazionale e il senso di appartenenza che lega studenti e docenti. Non posso poi non citare ciò che Petrini ha fatto per il territorio. Da saluzzese, ammiro come abbia saputo valorizzare le Langhe e i suoi produttori. Se Petrini fosse nato a Saluzzo, forse oggi sarebbero le nostre mele a dominare i mercati mondiali al posto di quelle trentine. È la forza delle idee che si fanno economia e cultura.

Ma torniamo a noi, ai ricercatori. Davanti alle critiche postume di alcuni colleghi, mi pongo una domanda: non sarà che molti scienziati, pur solidissimi nei dati, manchino totalmente della capacità di dialogare? Petrini sapeva parlare con la stessa efficacia ai contadini delle terre più remote, ai Re e ai Papi. Se ogni ministro dell’Agricoltura o dell’Università, in visita in Piemonte, sceglie Pollenzo e non i laboratori di Grugliasco, dovremmo chiederci dove abbiamo sbagliato nella comunicazione, invece di arroccarci in un’aristocratica superiorità. Invece di alimentare sterili polemiche, dovremmo trarre una lezione di umiltà da chi, partendo da una piccola città della provincia piemontese, ha conquistato il mondo con la forza di una visione. Carlin era un uomo del dialogo. Serbare rancore oggi, di fronte alla morte, non è solo inutile: è una mancanza di quella pietas che dovrebbe accomunare ogni essere umano.
Discutiamo quando si è in vita, ora è il tempo del rispetto. Che la Terra ti sia lieve, Carlin. Oltre che Madre. © RIPRODUZIONE RISERVATA
