Busto di Tucidide

Quando la guerra del Peloponneso coinvolse anche le póleis della Magna Grecia, la città di origini lacedemoni decise di schierarsi a favore di Sparta. I principi che la ispiravano si avvicinavano più all’Atene di Clistene che non a quella imperialistica di Pericle. E agli ateniesi  che sbarcarono nel suo porto, come tappa obbligata per accedere alla Megale Hellas, negò approvvigionamenti idrici e vettovagliamenti. Con vostra grande sorpresa scoprirete così che il nostro aedo fu presente persino nella pianura di Lelanto quando il Consiglio degli eretriesi, nel 411 a.C., nominò “prosseno” (console onorario) lo stratega tarantino Heghelos che li aveva aiutati a combattere le mire espansionistiche di Atene


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

ESTATE DEL 415 a.C. La guerra del Peloponneso aveva visto contrapposti, nella Grecia continentale, Atene e Sparta in conflitti sanguinosi, e ogni città aveva alleati in Magna Grecia. Le póleis con Atene nella Lega di Delo: Segesta, Katane, Agrigento, Naxos, Thurii, Metaponto, gli Etruschi, con la benevola neutralità dei messapi. Mentre Sparta poteva contare su Corinto, Himera, Camarina, Selinunte, Gela e, naturalmente, sulla più potente colonia in Sicilia, la corinzia Siracusa. La guerra stava per spostarsi sull’Italia del sud. La flotta ateniese, in quel giugno del 415, salpò dal Pireo con una forza navale di 30 mila uomini, 6400 truppe da sbarco e ben 134 trireme: tappa obbligata il porto di Taranto, da dove transitava ogni nave diretta nella Megale Hellas, prima di andare a portare la guerra al più formidabile alleato degli spartani, a Siracusa e ai suoi alleati. 

Busto di Pericle

La Taranto democratica, malgrado le sue origini lacedemoni, si sarebbe potuta riconoscere più con quell’Atene che già con Clistene nel VI secolo a.C. si era data un’articolazione statuale democratica, piuttosto che con Sparta dove vigeva una costituzione rigidamente oligarchica. E, tuttavia, il fatto che la democrazia tarantina, instaurata nel primo quarto del V secolo a.C., avesse peculiarità ben differenti da quella della città di Pericle, portò Taranto a non dimenticare le sue origini: la capitale dell’Attica aveva finito per snaturare i principi di Clistene, cominciando a coltivare un sogno imperialistico che l’aveva, per esempio, portata ad esigere pesantissimi tributi dai suoi stessi alleati. Inoltre, se era vero che quella ateniese era una democrazia diretta e partecipata, nel senso che erano gli stessi cittadini riuniti in assemblea (ekklesia) a promulgare le leggi, è altrettanto vero che il diritto di voto spettava soltanto a pochi privilegiati, lasciando rigorosamente fuori dalle urne le donne, gli schiavi e i meteci, che poi erano la maggioranza.

A Taranto, come racconta Aristotele nel VI libro della Politica: «le leggi si assicurano la benevolenza della moltitudine, rendendo comuni i beni ai poveri per l’uso e che prevedono la divisione della magistratura in due classi, elettiva e a sorteggiata». «Quest’ultima — continua lo Stagirita — per garantire che anche il popolo abbia parte in essa, mentre quella elettiva, per assicurare che gli affari pubblici vengano condotti adeguatamente e con perizia». Differenze sostanziali, perciò, che — per tornare alla guerra del Peloponneso — consigliarono i tarantini (i soli fra tutte le colonie greche, insieme ai locresi) a negare alla flotta ateniese in transito qualunque approvvigionamento. Persino quello idrico. E che non si trattasse solo di opportunismo il negare agli ateniesi il vettovagliamento, e di sentirsi ben distante dalla deriva “imperialistica” di Atene, lo dimostra il fatto che Taranto non aveva esitato a correre in aiuto degli eretriesi e degli euboici, nella Grecia continentale, quando le loro città erano minacciate da presso dalle mire degli ateniesi. 

Taras, la dea di Taranto

Quella volta, infatti, il vostro cronista era presente (ci credereste?) nella pianura di Lelanto, quando il Consiglio degli eretriesi, nel 411 a.C. nominò “prosseno”, console onorario, lo stratega tarantino Heghelos, che li aveva aiutati contro Atene. Il termine greco di “prosseno”, prima che qualcuno di voi possa cominciare ad equivocare malignando (prosseneta, ecc.), equivaleva, oltre al consolato onorario, anche a quello di benefattore, tanto che ad Heghelos fu assegnato (e anche ai suoi figli), il «mantenimento a spese pubbliche, quando venivano in qualche città euboica o eretrea. L’esenzione, inoltre, delle tasse e il posto in prima fila negli agoni sportivi e in tutte le rappresentazioni teatrali». Erano seri, questi antichi greci, visto che ora questi privilegi toccano solo ai politici, alle loro mogli, figli, portaborse e, persino, cugini di terzo grado... Mentre delle tasse meglio non parlarne. Confesso che questa storia della Costituzione tarantina, più democratica di quella (celebratissima) di Atene, mi aveva intrigato non poco, ed allora sono andato a chiedere lumi ad un grande storico antico, mio amico da sempre, e cattedratico all’Università del Salento. 

«Una Costituzione democratica, quella tarantina — comincia a raccontare il prof. Mario Lombardo — che, forse, ebbe origine da una dolorosa sconfitta dei tarantini, da parte dei messapi, tanto da far dire ad Erodoto che quella fu la più grande strage di Greci di cui si abbia conoscenza». Il fatto poi che lo storico di Alicarnasso abbia calcato vieppiù la mano con quella carneficina, mi ha fatto quasi dimenticare il mio primigenio interesse, quello, cioè, di una Costituzione altrimenti democratica. «I morti — continua, impietoso Erodoto, per bocca di Mario Lombardo — furono ben tremila tra i soli alleati reggini, mentre dei tarantini non è possibile calcolare il numero degli uccisi, in quanto in quella battaglia perirono la gran parte degli aristocratici e, quindi, per la carenza di nobili (di titolati, direbbero a Napoli), fu gioco forza articolare il governo della pólis, aprendo anche ad altri censi». «E tuttavia — continuano i due storici — non si creda che questa sconfitta avesse fiaccato lo spirito guerriero dei tarantini, anche perché in precedenza messapi e peuceti di batoste ne avevano prese. E tante. E, per conferma, tu puoi chiedere al Periegeta». 

Busto di Pausania il Periegeta

Così, mi è toccato scomodare il grande geografo lidio, Pausania, il Periegeta per l’appunto. Il quale non si è fatto pregare a raccontarmi (e a raccontarvi) come secoli più tardi, egli stesso, nel II d.C., a Delfi aveva potuto ammirare con i propri occhi delle splendide sculture di cavalli bronzei e di “korai”, fanciulle cioè, sempre di bronzo, opera del celebre scultore di Argo, Agelada, dedicate dai tarantini al famoso oracolo di Apollo, per una vittoria strepitosa contro i messapi. E, mentre mi trovo a Delfi, ora, in tempo di Olimpiadi, dopo aver fatto un giro nel suo famoso campo sportivo, mi metto a cercare notizie di quel Falanto, che, proprio qui, la Pizia gli consigliò di venire in Magna Grecia e fondare Taranto.

Vorrei anche sapere se era contenuto nell’oscuro oracolo della sacerdotessa, che la polis, a differenza di quasi tutte le città della Magna Grecia, ma anche della Grecia, avesse una cinta urbana che comprendesse anche una vastissima necropoli. E, poiché di questi tempi e con questo ministro, gli archeologi stanno per diventare una professione residuale, chiedo conferma ad un altro grande storico, Polibio. «Tutta la parte orientale della città — conferma il greco di Megalopoli, che Taranto, però, da romano, l’aveva visitata a lungo nel III sec. a.C. — è piena di tombe, perché ancor oggi (209 prima di Cristo) i defunti vengono sepolti entro le mura, in osservanza di un antico oracolo che aveva predetto come i Tarantini avessero vissuto meglio e più prosperamente, se vicino alle sepolture dei loro cari». 

E la Costituzione? «Essa prevedeva tassativamente — mi affabula Mario Lombardo — che ogni cittadino eletto alle massime cariche dello Stato dichiarasse i suoi beni prima e dopo aver assolto i suoi doveri di governo. E se risultava che avesse in qualche modo sgarrato, sia per interessi personali, che per insipienza, avrebbe dovuto rifondere di tasca propria il danno causato allo Stato, e mai più sarebbe stato rieletto». Avrei voluto che i nostri storici, fossero stati presenti qualche giorno fa nel Consiglio regionale di Puglia, dove i consiglieri, all’unanimità, in piena pandemia da Covid, e senza nascondersi dietro le mascherine, si sono bellamente aumentati gli emolumenti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

-