Federica e Valentino, due giganti che hanno deciso di cambiare mestiere

Nel palmares della Pellegrini figurano un oro e un argento olimpici, 7 titoli mondiali, 14 europei e 129 (!) vittorie ai campionati italiani. E che Rossi è l’unico pilota nella storia del motomondiale ad aver vinto il titolo in quattro classi: 125, 250, 500 e Moto GP, trionfando 6 volte nella classe regina. Eppure, sia l’uno che l’altra sono dovuti passare negli ultimi anni sotto le forche caudine di critiche aspre e sprezzanti da parte del pubblico. Resistere, resistere, resistere: per molti diventa una colpa, peccato di avidità e superbia, deriva patetica. Ma se lo sport può insegnare qualcosa, l’ostinazione di qualche vecchio campione andrebbe trasferita nella vita quotidiana, nella quale ritirarsi è difficile, lottare necessario


L’analisi di MARCO FILACCHIONE

Nel palmares di Federica Pellegrini 7 titoli mondiali, 14 europei, 1 oro e 1 argento olimpici

SONO EMERSI COME BABY fenomeni più o meno un paio di decenni fa; hanno accumulato imprese, record e giornate memorabili, trascinando tanto i super tifosi che gli sportivi occasionali. E ora, dopo un cammino lontano e parallelo, Federica Pellegrini e Valentino Rossi lasciano le scene, più o meno all’unisono. Scontato, nei giorni successivi al duplice annuncio, l’omaggio dei media per due figure sportive gigantesche. Vale appena la pena di ricordare che nel palmares della Pellegrini figurano un oro e un argento olimpici, 7 titoli mondiali, 14 europei e 129 (!) vittorie ai campionati italiani. E che Rossi è l’unico pilota nella storia del motomondiale ad aver vinto il titolo in quattro classi: 125, 250, 500 e Moto GP, trionfando 6 volte nella classe regina. 

Eppure, sia l’uno che l’altra sono dovuti passare negli ultimi anni sotto le forche caudine di critiche aspre e sprezzanti da parte del pubblico. La loro colpa? Aver tirato allo spasimo la personale vicenda agonistica, varcando ampiamente l’età pensionabile. I loro casi servono a ribadire come il campione “anziano”, lungi dal suscitare ammirazione e rispetto, divenga per molti un retaggio ingombrante, quasi un insulto ai propri successi precedenti. 

Esemplare la vicenda della Pellegrini, capace di strappare in vista di Tokyo la sua quinta partecipazione olimpica, a quasi 33 anni. Un traguardo impensabile in una disciplina come il nuoto. È accaduto però che nelle batterie dei 200 stile libero, la “sua” gara, Federica sia incappata in una prestazione modesta, tanto da centrare la qualificazione in semifinale solo di un soffio. Ciò che le ha scatenato un robusto crucifige via social, qualcosa di molto più astioso di un normale e sacrosanto diritto di critica. La reazione orgogliosa della campionessa le ha poi garantito la quinta finale olimpica (prima nuotatrice nella storia a riuscirci nella stessa specialità), chiusa al settimo posto. La vincitrice, l’australiana Titmus, aveva quattro anni quando l’azzurra conquistava ad Atene 2004 l’argento olimpico.

Valentino Rossi ha vinto il titolo in quattro classi: 125, 250, 500 e Moto Gp

Quanto a Valentino, oggi quarantaduenne che si avvia a diventare padre, la sua ostinazione nel restare nella mischia anche quando le vittorie diventavano podi, e i podi via via piazzamenti anonimi, gli ha alienato gran parte dell’immenso favore di cui godeva negli anni d’oro. Ha inutilmente provato per anni a risalire la china, in uno sport in cui lo spessore del campione deve sempre fare i conti con la competitività del mezzo. E quando ha detto basta, si è percepito nell’opinione pubblica un distinto “finalmente”. 

Naturalmente, a una reazione del genere non è estranea l’affezione sincera del tifoso, il suo disagio nel vedere il campione amato rasentare la mediocrità. Ciò che invece fatica di più ad emergere è lo sforzo titanico con il quale alcuni atleti cercano di fermare il tempo. Come Gino Bartali, costretto dalla guerra a lottare contro Coppi solo in età avanzata, e tanto orgoglioso da centrare una Milano-Sanremo a 36 anni, proseguendo poi oltre i 40. O come Dino Zoff, bollato come un vecchio arnese ai mondiali del 1978 per un paio di indecisioni e tanto testardo da alzare la coppa del mondo quattro anni dopo. O Pietro Mennea, disposto a ogni sacrificio per perpetuare se stesso, quasi compatito per questo, ma capace di approdare nel 1988 alla sua quinta Olimpiade, meta semplicemente impossibile per un velocista. 

Resistere, resistere, resistere: per molti diventa una colpa, peccato di avidità e superbia, deriva patetica. Ma se lo sport può insegnare qualcosa, l’ostinazione di qualche vecchio campione andrebbe trasferita nella vita quotidiana, nella quale ritirarsi è difficile, lottare necessario. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.