«Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro»: viaggio inebriante sulle tracce di Dioniso  

Dioniso a cavallo di un ghepardo. Mosaico, Pella (Grecia), IV sec. a.C.

Fu un dio, Dioniso, a inventare il vino sul monte Nisa, girovagando poi per il mondo con accoliti Satiri e Menadi: giunse perfino in India, costruendo un ponte di tralci di vite per attraversare il Tigri. Ritornò in Europa in sella agli elefanti indiani, insegnando a tutti a libare e lasciarsi andare a feste orgiastiche. E chi si opponeva subiva orribili punizioni dalle Baccanti. In compagnia del giudice e poeta satirico romano, Quinto Orazio Flacco, il nostro intraprendente cronista ci ragguaglia sull’arte della vinificazione. I poeti di tutti tempi hanno dedicato innumerevoli versi al vino, inebriati di lirismo… e vapori dell’alcool


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

Michelangelo Buonarroti, Bacco (Louvre)

«DIO PERDONI gli astemi», sentenziava Orazio, cui, evidentemente, il succo dell’uva non doveva essergli proprio indifferente, se è vero che passava per un raffinato intenditore di vini, tanto da stilare un catalogo di quelli più rinomati dei suoi tempi, oltre che della buona tavola. Una sorta, insomma, di gourmet ante litteram, da invitare, senz’altro, a tavola, chiacchierando, come si usa, qui da noi, in Magna Grecia, di vino, di donne e di culti misteriosi. 

Stavolta, il vostro intraprendente cronista, si è fatto accompagnare nientemeno che da una toga. Un giudice, avete capito bene, che alla sua trentennale sapienza giuridica, assomma anche una straordinaria cultura. Me lo ha chiesto, poi, espressamente, intrigato da questi viaggi diacronici, ma anche per poter incontrare di persona un Erodoto, un Tucidide, o lo Pseudo Scimno. E, stavolta, addirittura un dio. E, poi, nel caso mi trascinassero in qualche areopago (tribunale), mi farebbe davvero comodo. Quinto Orazio Flacco, dunque. 

Il dio del poeta satirico di Venosa è naturalmente Dioniso, che, talvolta, forse ebbro per le molte libagioni, crudele lo era per davvero. Tanto che nel pantheon greco occupava un posto molto particolare, nel senso che la sua imprevedibilità lo faceva uno dei più temuti dell’Olimpo, dopo l’algido Apollo. In ogni caso, a quel che si racconta, fu proprio Dioniso che, sul monte Nisa, inventò il vino, che gli procurò (e gli procura, naturalmente anche ora) grandissima fama in ogni angolo della terra. Ma, al pari di un enologo che si rispetti, fu lo stesso Dioniso a far conoscere ovunque la sua invenzione. 

Pentevo viene squartato dalle Baccanti. Casa dei Vettii, Pompei, I sec. d.C.

Sempre accompagnato dal suo tutore Sileno e da un gruppo frenetico di Satiri e Menadi andò vagando per il mondo, navigando sul Nilo, e poi ad oriente verso l’India, e a Damasco. Poiché il re del luogo osò contrastarlo in questo suo viaggio, non esitò a scorticarlo vivo. E quindi, senza darsi eccessivo pensiero per il regicidio, attraversato il Tigri su un ponte di tralci di vite (of course), raggiunse l’India. Qui insegnò ai suoi abitanti l’arte della viticoltura e vi fondò, persino, alcune città. Poi, tornato in Europa, continuò il suo girovagare, a tutti insegnando l’arte della vinificazione, servendosi, nei suoi spostamenti, degli elefanti che aveva portato dall’India. 

A tutti insegnò non solo a libare, ma anche a lasciarsi andare in feste orgiastiche dove il vino scorreva a fiumi e dove le donne avevano un ruolo preponderante. Ai malcapitati che si mettevano di traverso, toccavano orribili punizioni, quasi sempre per mano di una donna di famiglia. Come al povero Penteo, re di Tebe, che, mal sopportando questi banchetti licenziosi, lo fece arrestare insieme alle Menadi. Tuttavia, fatto impazzire dal dio (tra le sue tristi prerogative c’era anche quella di far perdere il senno), invece di mettere in ceppi Dioniso, incatenò un povero toro. Le Menadi, furibonde per l’affronto, tracannando a più non posso, cominciarono a sbranare tutti quelli che incontravano, e una di esse, quella che guidava il gruppo, non esitò a spiccare la testa dal busto del re. Il povero Penteo non se l’aspettava proprio, visto che si trattava di Agave, la sua stessa madre. 

Dioniso e Arianna, lato A di un cratere Attico a figure rosse, ca 400-375 a.C., Tebe. Louvre

Certo si tratta di miti, tuttavia, dato l’argomento, il mio amico Riccardo mi dà di gomito, dicendo di cominciare a respirare un’aria nuova e non più quella soffocante delle ciminiere, ma gradevolmente impregnata di mosto, mentre intravvediamo, laggiù, ammassati nel “fondaco” del porto, centinaia di anfore traboccanti di vino. Mi interroga, il giudice, sulla tipologia delle giare. E, a trarmi dall’impaccio, si fa avanti, opportunamente, un hidalgo italo-spagnolo, Pedro de Madrazo y Kuntz, che nel 1878 pubblicò il primo catalogo in assoluto sulla tipologia dei vasi e delle anfore di Grecia e Magna Grecia per il trasporto del vino. Da lui, così, abbiamo appreso la differenza tra le anfore corinzie e quelle attiche, tra le italiote e le cartaginesi. Lo stesso Orazio, poi, ci ha generosamente spiegato il tipo di vitigno coltivato nei secoli e nei vari luoghi. 

E quanti carmi, Dioniso stesso, ha dettato ai poeti di ogni tempo. Persino in quella Persia, «dove mi risulta ‒ si lamenta il nume ‒, siano diventati tutti, intollerabilmente astemi». «Un tempo, non era così», esclama una bella barba candida sotto un turbante finemente arabescato. Mi pare di riconoscerlo. Ma sì, è Omar Khayyâm (1048-1131), persiano di Nishapur, astronomo, filosofo, matematico e raffinatissimo poeta. «Quello del rubāiyyāt», mi “ruba la battuta” il magistrato, facendomi indispettire. E non poco. «Un poema in quartine – continua la toga – che non è di sola lode al vino, ma anche un vero e proprio trattato di mistica orientale».

E quanti versi i poeti dell’antichità − mi riprendo la scena − hanno dedicato al vino, inebriandosi di lirismo, ma anche, ne sono certo, dei vapori dell’alcool. «Tre soli crateri io mescolo per gli uomini assennati – poetava ad esempio, Alceo (Mitilene, 630-560 avanti Cristo) – per la salute è il primo che essi bevono, il secondo per il piacere e il desiderio, il terzo per il sonno…». C’era anche un quarto cratere per la violenza, un quinto per il frastuono, il sesto per la processione bacchica, il settimo per il testimone d’accusa, il nono per la collera e il decimo per fare uscire di senno. «Violenza, testimone d’accusa, pazzia indotta…». Mi congratulo per essermi fatto accompagnare da un magistrato. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.