Per non far torto ad Eusebio di Cesarea e al suo famoso Chronicon, il mio viaggio in Sicilia si svolge al tempo della XLV Olimpiade, in un ottobre del 600 (o del 595) a.C. La speranza è di incontrare quel Psaumi che aveva fatto mangiare la polvere, con la sua biga e i suoi quattro stalloni, ai migliori auriga della Grecia continentale e della Magna Grecia. Nel mio viaggio ho preferito evitare Siracusa e i suoi tiranni, fare il viaggio interno, sfiorare Hybla e Acre, giù fino a Casmene (l’odierna Comiso?), e, finalmente, alla piana di Camarina. Se non fossi innamorato delle pietre antiche, e non viaggiassi secoli e secoli fa, direi che i luoghi ora hanno perso il loro antico fascino. I due fiumi si sono ridotti a poco più di un rigagnolo, mentre la Kora, la campagna, è letteralmente sepolta dalla plastica. «Che peccato», esclama il mite Eusebio di Cesarea, Poi, sommessamente: «questo tuo commissario Montalbano, che mi pare sia un grande guerriero, non potrebbe fare qualcosa?». Vedrò di interessarlo…


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

Il canto propiziatorio delle Vestali ad Olimpia prima dell’inizio dei giochi

ME L’ERO RIPROMESSO. FIN DA quel fine dello scorso mese di settembre, ad Olimpia. Qui, nell’antica capitale dell’Elide, quando, passeggiando sul promontorio prospiciente l’entrata dello stadio, dove si trovavano, e si trovano ancora, i “Thesauroi” (sorta di monumenti dedicati alle vittorie delle poleis greche e magno greche e ai trionfi degli olimpionici), ero stato avvicinato, non dal solito Strabone, ma da un grande geografo antico. Lo Pseudo Scimno di Chio, nell’indicarmi il thesaurus di uno straordinario auriga greco della Sicilia, Psaumi o Psaumide, vincitore della LXVI Olimpiade (cui Pindaro aveva dedicato una delle sue Odi), aveva aggiunto: «ma forse tu non sei interessato, visto che le tue cronache, parlano solo di Magna Grecia».

Ma la Sicilia non era dunque Magna Grecia? Domanda pleonastica, visto che il vostro sfrontato cronista lo sapeva benissimo, anche se è sempre stato convinto che questa distinzione “caprina” fosse dovuta soltanto al fatto che nell’isola triangolare i Sicani del re Kokalos e i Fenici limitavano solo ai coloni Corinzi la possibilità di fondare un’apoikia (una colonia, per l’appunto) come era stato per Siracusa. Solo che Fenici e Sicani, non avevano tenuto conto della potenza che avrebbe raggiunto la città di Archimede, che, infatti, di colonie a sua volta ne aveva fondato ben quattro. E, come evocato dal nome della sua città, ci raggiunge un altro geografo militare, Filisto di Siracusa (430 a.C. – 356 a.C.), il quale entra subito in argomento. «State parlando dell’olimpionico camerinense Psaumi, quello che appena tornato nella sua città, fresco della corona di alloro di Olimpia, ne vide la distruzione, appena quarantasei anni dopo la sua fondazione, per mano degli stessi Siracusani che l’avevano fondata, nel 598 avanti Cristo, per poi rifondarla subito dopo?».

Faccio appena in tempo a litigare con il computer che, proditoriamente, mi aveva corretto in “camerunense” l’olimpionico di Camerina (o Cammarana), sperando che i due geografi antichi non mi chiedessero che razza di marchingegno stessi usando, che nella conversazione interviene una vera eccellenza della storia, nientemeno che il sommo Tucidide. Egli precisa come questa città, Camerina, avesse avuto addirittura due ecisti (fondatori), Dascone e Menecolo, facendo ipotizzare come la colonia potesse avere due nuclei etnici diversi, uno proveniente da Siracusa e l’altro forse dagli Elei della madrepatria. «Comunque — mi invita il geografo di Chio — val la pena che tu vada a farci un salto, dato che al pari della piana di Metaponto e di Policoro, sono di una bellezza unica e così avrai anche un concetto più chiaro di Megale Hellas». In realtà, quella punta della Sicilia sud orientale la conoscevo bene, solo mi affascinava tornarci sulle orme di quello che potremmo davvero definire l’Heinrich Schliemann della Magna Grecia, insomma del grandissimo archeologo Paolo Orsi, che, dal 1896 al 1911, quest’area l’aveva letteralmente rivoltata, portando alla luce evidenze archeologiche rimaste sepolte per millenni.

Cavalli da corsa francesi, litografia colorata a mano di Carle Vernet

Ma, per non far torto ad Eusebio di Cesarea e al suo famoso Chronicon, una vera e propria enciclopedia storiografica e geografica, il mio viaggio in Sicilia si svolge al tempo della XLV Olimpiade, in un ottobre del 600 (o del 595) a. C., sperando, magari, di incontrare quel Psaumi che aveva fatto mangiare la polvere, con la sua biga e i suoi quattro stalloni, ai migliori aurighi della Grecia continentale e della Magna Grecia. Mi piace pensare, anche, che fosse stato proprio l’auriga di Camarina ad ispirare i ceramisti dei vasi François e di Anfiarao, o il dipinto di Carle Vernet. Nel mio viaggio ho preferito evitare Siracusa e i suoi tiranni, fare il viaggio interno, sfiorare Hybla e Acre (l’odierna Palazzolo Acreide), giù fino a Casmene (l’odierna Comiso?), e, finalmente, alla piana di Camarina. «Essa — scriveva Filisto — si estende su di un altopiano, una terrazza rocciosa, circondata da una palude (da questa forse il nome?), racchiusa da due fiumi, l’Hypparis, ad occidente e l’Oanis, nella zona orientale». Il porto è sempre affollato di navi che portano spezie, manufatti in ceramica, ma anche bronzi da Corinto e, non raramente, anche da Atene, da Sibari e da Taranto».

Pindaro, il cantore degli agoni e dei voli

Il luogo era così bello che Pindaro, che lo aveva visitato, vi dedicò una splendida ode. Molti anni fa, avevo visitato il suo antiquarium (ora un museo ben strutturato), guidato da una grande archeologa, Paola Pelegatti (poi transitata all’Università), allora ispettrice archeologica, della nidiata di Luigi Bernabò Brea, nome mitico nel pantheon dell’archeologia italiana ed europea. Vuoi mettere, però, le mie due guide odierne? Diodoro Siculo e lo stesso Filisto, che cominciano a raccontarmi di come questi mari, già nel primo quarto del secondo millennio avanti Cristo, fossero navigati da arditi marinai micenei e di altre misteriose imbarcazioni provenienti dalle Cicladi, e dei quali si è rinvenuta qualche traccia al largo di Kaukana, il cui porto era uno dei più frequentati dalle trireme greche. Kaukana? Ma non è forse quel luogo, vicino a Punta Secca, dove Andrea Camilleri aveva sistemato la casa a mare del Commissario Montalbano? «Andrea, chi?», interloquiscono ad una voce Filisto e Diodoro Siculo, ritenendo potesse trattarsi di quell’Andrea Carandini che su di loro ha scritto più di un saggio.

Se non fossi innamorato delle pietre antiche, e non viaggiassi secoli e secoli fa, direi che i luoghi ora hanno perso il loro antico fascino. I due fiumi si sono ridotti a poco più di un rigagnolo, mentre la Kora, la campagna, è letteralmente sepolta dalla plastica. Dalle serre per la coltivazione dei primaticci, degli ortaggi e di quello che, in questa zona, viene chiamato Oro Rosso, il pomodoro, cioè, la cui coltivazione, alla fine del secolo scorso e tuttora, ha portato fiumi di denaro e colate di cemento a non finire. «Che peccato», esclama il mite Eusebio di Cesarea. Poi, sommessamente: «questo tuo commissario, che mi pare sia un grande guerriero, non potrebbe fare qualcosa?». Vedrò di interessarlo… © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.

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