Con Mahamood-Blanco, Elisa e Morandi sul podio, in onda da Sanremo il Festival dell’ovvio? Sì e no

Druisilla Foer a Sanremo nella serata del 3 febbraio 2022 [credit Daniele Venturelli/Getty Images]

Soprattutto quando vivevo all’estero, Sanremo era, e continua a essere, un osservatorio privilegiato della società italiana, anche (parlo soprattutto per il presente) nei suoi caratteri deteriori. Se prima però era essenzialmente una esperienza uditiva, ormai da alcune edizioni in qua è diventato un epifenomeno che ha anche un importante risvolto visivo. A stare alle ultime edizioni del festival per antonomasia, non si può non registrare l’aspetto trasgressivo e provocatorio riconducibile sì al sound e al testo, ma sempre più demandato al look di performer, più che di cantanti e/o strumentisti. Chi in tale bailamme ha mostrato una assoluta imperturbabilità è stato il conducator/conduttore, Amadeus. Nulla sembra scuoterlo. Per tutti ha una parola gentile. Per non sbagliare lui ringrazia sempre e comunque


L’articolo di CARLO GIACOBBE

IL POVERO MELOMANE, cui la sorte (sotto le mentite spoglie di Direttore) ha assegnato l’arduo compito di parlare del Festival di Sanremo, non può che armarsi della più oblativa delle disposizioni d’animo e conformarsi, perinde ac cadaver, alla richiesta ricevuta. “Fiato alle trombe, Turchetti!”, avrebbe detto uno o due eoni fa Sua Maestà Mike. Che si parli dunque della Grande Kermesse che una settimana all’anno trasforma in Moloch sitibondo di sangue la solitamente placida Rete ammiraglia della tv di Stato, che per cinque giorni tutto o quasi fagocita degli altri programmi e palinsesti, riducendo a povere barchette il resto della flotta televisiva, che batta o no la sua stessa bandiera.

Finita questa introduzione iperbolica e autocommiserativa, forse è più corretto da parte mia scoprire qualche carta. Benché per tradizione familiare, alcuni studi fatti, gusto personale ecc. io abbia una smodata passione per la musica classica, l’Opera, la musica popolare e alcuni sottogeneri di Jazz, da diversi decenni ho sempre seguito, anche dai sei paesi esteri in cui ho vissuto, la rassegna sanremese. Raramente, devo dire, ho tratto piacere dalla maggioranza dei brani presentati e soprattutto (salvo poche eccezioni) da quelli vincitori. Ciò nonostante, al festival non avrei mai voluto rinunciare, se non per cause di forza maggiore. Ne ricordo una, la prima guerra del Golfo; anche avendone avuto il tempo e la voglia, gli Scud cortesemente indirizzatici dalla buonanima di Saddam Hussein non lo avrebbero consentito.

Mahamood e Blanco sul green carpet di Sanremo 2022 [credit Daniele Venturelli/Getty Images]

Soprattutto quando vivevo all’estero, Sanremo era — e continua a essere — un osservatorio privilegiato della società italiana, anche (parlo soprattutto per il presente) nei suoi caratteri deteriori. Se prima però era essenzialmente una esperienza uditiva, ormai da alcune edizioni in qua è diventato un epifenomeno che ha anche un importante risvolto visivo. Chiama in causa culture e sottoculture giovanili, industrie discografiche (anche se nel trionfo del digitale i dischi come tali rischiano di diventare un ricordo del passato), film-making (essenzialmente video clip) e rappresenta un trampolino di lancio per mega-concerti, naturalmente pandemie permettendo. 

A proposito della 72/ma edizione, appena conclusasi con la vittoria del duo canoro Mahmood e Blanco con l’appoggio pianistico di Michelangelo (al secolo Michele Zocca) — che è anche il produttore di Brividi, la canzone vincente — va detto che il brano più votato sembra andare controcorrente rispetto al mainstream generazionale. È moderno nella vocalità, giocata molto sui falsetti e alcuni controcanti non banali, ma nondimeno ha un impianto “romantico” tradizionale, con tappeti sonori prodotti dalla sezione “archi” dell’ottima orchestra Rai, integrata al solito da alcuni elementi esterni e da bravissimi vocalist. Onore ai cantanti e agli arrangiatori, quindi, che hanno fatto passare in secondo piano una serie di elementi che oggi, in simili rassegne, tendono sempre più a sottrarre importanza alla musica e alle parole a tutto vantaggio del fenomeno visivo. 

Che a costo di guadagnarmi la taccia di passatista e persino di “codino” mi sento di affermare che non è proprio il massimo. Perché, a stare alle ultime edizioni del festival per antonomasia, non si può non registrare l’aspetto trasgressivo e provocatorio riconducibile sì al sound e al testo, ma sempre più demandato al look di performer, più che di cantanti e/o strumentisti. Tanto alla musica (quando non si intendono beat in 4/4 scanditi sui manici di povere chitarre elettriche o percossi all’unisono da batteristi maneschi su piatti e rullanti) ci pensano i suddetti orchestrali, che sono pagati apposta e riescono a rimediare quasi sempre alle non rare topiche degli agenti provocatori in veste di artisti. Non tutti, certo, ma molti. Specialmente la nouvelle vague che, a causa dei discografici egemoni, ha introdotto anche da noi i generi oggi dominanti nel mondo anglosassone, Usa specialmente, ossia il Rap e il Trap, che si può dire ne sia la derivazione. 

29 gennaio 1951, primo festival di Sanremo

A Sanremo l’unica regola rimasta invariata dal 1951 è che la sola lingua ammessa dev’essere l’italiano. Che spesso però è un impasto di sillabe non molto più intellegibile del pidgin-English usato (festival a parte) dai nostri autori e/o parolieri. Secondo me una delle ragioni di ciò è nella maniera di cantare di quasi tutti i ragazzi, che dapprima tendono a pigolare parole oscure pronunciate mentre sembrano voler ingoiare il gelato (così si chiama in gergo il più diffuso dei microfoni) neanche fosse davvero un cono, ma poi, in una improvvisa esplosione di decibel, urlano o pestano ferocemente sugli strumenti. Chi in tale bailamme ha mostrato — in questa e in precedenti edizioni sanremesi da lui condotte — una assoluta imperturbabilità è stato il conducator/conduttore, Amadeus. Che al netto della testa da Mefisto, cui mancherebbero solo i cornetti rosso fuoco, ha tutta l’aria di essere un pezzo di pane di diavolo, al quale importa solo che tutto scorra bene in base ai tempi fissati e, soprattutto, che i numeri degli ascolti siano alti. Due obiettivi che, va riconosciuto, ha centrato in pieno. Nulla sembra scuotere Amadeus.

Per tutti Amadeus ha una parola gentile. Per non sbagliare lui ringrazia sempre, comunque e chiunque. Anche il ragazzotto X (magari è una grande star, ma io sono protetto dall’ignoranza in materia) che si presenta a torso nudo, tipo Zampanò quando faceva il forzuto o il mangiafuoco in piazza. Oppure il ragazzotto Y, che mentre il padrone di casa gli porge (sempre ringraziandolo, non so bene di che) un mazzo dei celebri fiori di Sanremo non dice né “a” né “bah” ma sbologna con mala grazia l’omaggio alla prima corista che gli capita a tiro. O il ragazzotto Z, che nel tentativo di essere trasgressivo a tutti i costi compie una gag vagamente blasfema prima di cantare. Poi condisce la performance con ripetuti sondaggi delle proprie parti intime, che a questo punto tanto intime più non sono. E magari, e qui la canzone può assumere un aspetto sociologicamente rilevante ma di certo non artistico, qualcuno dirà che è un atto provocatorio e irridente al potere e alle convenzioni borghesi. Forse anche anarchico. Chissà, a interpellarla, che direbbe l’Ombra di Malatesta. 

Gianni Morandi l’1 febbraio alla prima serata di Sanremo 2022

Fra tante altre possibili considerazioni, metamusicali e no, quest’anno c’è da sottolineare un fenomeno inaspettato, che definirei “la rivincita dei vecchietti”. Artisti alcuni dei quali sembrano spuntare dalla notte dei tempi. Che risalgono ad anni in cui erano attivi brontosauri (peraltro assai intonati) che si chiamavano Luciano Tajoli, Nilla Pizzi, Claudio Villa, i quali per alcuni anni seppero reggere bene il confronto con un mondo per loro fatto di alieni, che portavano (i maschi) capelli lunghi, si presentavano con una band personale (si chiamava “complesso”) e, absit iniuria verbis, erano “urlatori”. Anzi quei sopravvissuti seppero anche convivere con la “scapigliatura” musicale fine Sessanta, prima di estinguersi per un naturale ricambio generazionale. I sopravvissuti di oggi si chiamano Gianni Morandi (che ha sorprendentemente ottenuto un terzo posto su cui nessuno avrebbe scommesso), Massimo Ranieri, che ha avuto un riconoscimento importante da una giuria “a latere”, Iva Zanicchi, alias Aquila di Ligonchio, con le penne magari un po’ impeciate di silicone ma che con una canzone inneggiante (udite, udite!) all’erotismo nella terza età ha fatto venire giù tutto l’Ariston, grandi e piccini. Anche la seconda classificata, Elisa, è a modo suo una vecchietta di 45 anni se comparata ai teneri, ancorché grintosi, colleghi. Segno che sì, Sanremo è uno spaccato del nostro Paese. Anzi, lo spaccato di una società spaccata a metà pure nel festival che dovrebbe unirla. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio