Antonio Cederna nel 1964 in uno scatto di Giovanna Borgese

A Roma Antonio era venuto per fare l’archeologo e realizzò una prima ricerca scientifica sul sepolcro di un guerriero. Ma la specializzazione conseguita a Pavia con il burbero e anticlericale Plinio Fraccaro doveva fargli prendere altre strade, utilizzando per denunce politiche e scientifiche quella impegnata formazione universitaria e postuniversitaria. Entrò ben presto in contatto col gruppo del “Mondo” diretto da Mario Pannunzio, fin da ragazzo legato da una fraterna amicizia ad Arrigo Benedetti (che di cognome faceva in realtà Agatoni) futuro fondatore de “L’Espresso”. “Il Tonino” non posò mai a intellettuale “superiore”. Amava lo sport con l’entusiasmo ingenuo di quando il padre lo portava all’Arena di Milano e lui, anche da anziano, ricordava con ammirazione Peppino Meazza che, leggero come un angelo, si involava verso la porta avversaria scartando tutti, portiere compreso. Era tale la sua passione per il calcio che, per un Campionato del mondo, vedemmo insieme ben quattro partite di fila generosamente assistiti e rifocillati dalla moglie Maria Grazia che pure scuoteva la testa di fronte a tanto ingenuo fanatismo


L’articolo di VITTORIO EMILIANI 

ANTONIO CEDERNA ERA nato a Milano nel 1921 da una famiglia di origine valtellinese. Il padre già industriale tessile col “Cotonificio Cederna” era morto abbastanza presto. La madre Ersilia Gabba veniva da una famiglia di generali ed era di carattere fortissimo, legata ai religiosi della Corsia dei Servi fra i quali padre David Maria Turoldo. Secondo lei il cardinale Schuster, che aveva benedetto i gagliardetti fascisti, doveva essere impiccato. Camilla era stata carcerata durante la Repubblica di Salò per aver scritto un articolo sfottitorio sulla moda fascista e si era ammalata in modo piuttosto serio. Durante la fase finale del conflitto Antonio, che aveva comunque un braccio invalido per i postumi di una polio, era riuscito a passare il confine svizzero venendo internato in campo di rifugio, dove si faceva la fame ma si potevano ascoltare le lezioni di un grande come Ernesto Nathan Rogers.

Antonio si era laureato in archeologia classica alla Statale di Milano, ma aveva deciso di seguire un corso di cartografia antica all’università di Pavia di cui era Rettore (e lo fu per molti anni) Plinio Fraccaro considerato uno dei grandi specialisti in materia. Fraccaro era un massiccio montanaro, esplicitamente anticlericale, da noi goliardi politicizzati chiamato “il Plinio”, laico al punto che, quando un anno l’Asup, cioè associazione laica, perse la maggioranza assoluta nell’Orup, l’organismo rappresentativo, ci rampognò duramente dicendo: “Potevano fare un broglio, no?”. A Roma Antonio era venuto per fare l’archeologo e realizzò una prima ricerca scientifica sul sepolcro di un guerriero in una zona periferica prima dell’ingresso vero e proprio da nord in città. Ma la specializzazione conseguita a Pavia con il burbero e anticlericale Plinio Fraccaro doveva fargli prendere altre strade, utilizzando per denunce politiche e scientifiche quella impegnata formazione universitaria e postuniversitaria. 

Antonio Cederna sullo scavo di Carsoli 1950-51, per una ricerca scientifica sul sepolcro di un guerriero (credit Archivio Cederna)

A Roma, terminato e pubblicato il lavoro scientifico archeologico, Antonio entrò ben presto in contatto col gruppo del “Mondo” diretto da Mario Pannunzio, di famiglia meridionale e però cresciuto a Lucca, fin da ragazzo legato da una fraterna amicizia ad Arrigo Benedetti (che di cognome faceva in realtà Agatoni) Antonio Cederna, settimanale anch’esso di taglio radicale. Entrambi allievi di quell’inventivo bastian contrario che era il romagnolo di Bagnacavallo Leo Longanesi, giornalista, scrittore satirico e grottesco, fascista di fronda durante il regime con punte corrosive, sostenitore di nostalgie fasciste in democrazia col settimanale “Il Borghese” assieme a Gianna Preda, pseudonimo di Maria Giovanna Pazzaglia Pedrassi, politicamente di destra, anticlericale, anticonformista e anticomunista.

A Roma giravano pochi soldi per “il Tonino”, come lo chiamavano le sorelle Camilla e Maria Sofia sposata con Leonardo Borgese che, antifascista irrremovibile, vinceva concorsi per essere subito bocciato in quanto non iscritto all’Albo dei giornalisti e dei pubblicisti perché non iscritto al Partito nazionale fascista. Da Milano la sorella maggiore avrebbe voluto aiutare concretamente il fratello minore ma non intendeva passare dalle mani bucate della cognata. “Ma lo sai che si fa venire la carne dalla Valtellina che le arriverà tutta marcia? E che i formaggi a Roma li compra nel negozio di lusso più caro?”.

Cercò di affidare a me l’incarico di amministrare quel suo generoso soccorso ma capì subito che non potevo assumere un simile compito. La situazione divenne surreale quando si venne a sapere che Maria Grazia aveva venduto alla attrice Eleonora Giorgi l’appartamento di via Romagnosi senza neppure chiedere lumi ad uno dei grandi amici di famiglia. Si cercò di correre ai ripari. Dove avrebbe letto, studiato, scritto Antonio? La soluzione di compromesso fu faticosamente trovata. I Cederna si restringevano in uno spazio angusto con un ingresso di fatto separato. Quando ancora stava meglio la mattina della domenica lo scarrozzavo lungo l’amata Appia Antica. Una mattina trovammo inaspettatamente aperta la chiesa altomedioevale San Nicola a Capo di Bove per un matrimonio fra riccastri, e riuscimmo, sia pure per poco, ad imbucarci schivando i numerosi guardaspalle, prima di venire buttati fuori.

Antonio Cederna a Pisa nel 1967 (credit Archivio Cederna)

Conosceva e recitava a memoria interi capiitoli de “I Promessi Sposi” e l’intero 5 maggio. Guai a contrariarlo. Una volta che mi permisi di citare un famoso intellettuale francese il quale aveva classificato il capolavoro manzoniano come un romanzo di taglio rurale, lontano da quella civiltà industriale che pure stava caratterizzando l’area di Milano e della Lombardia, mi presi una sonora lavata di capo. Su Manzoni non transigeva. Come sul 5 Maggio del resto. E peggio andò quasi (poi si corresse) quando gli contrapposi Foscolo e i suoi Sonetti. Aveva oltretutto il torto di essere stato un ufficiale degli Ussari.

Ed era in grado di esibirsi (lo fece una sera con la moglie di un amico giornalista) nel duetto fra Amleto e Ofelia nell’inglese antico di Shakespeare. Ma quando il primogenito Giuseppe annunciò che invece di studiare all’Università avrebbe fatto il mimo (usciva da una cassa cercando di vendere a tifosi di calcio mi pare le capsule del caffè Borghetti) ci fu in famiglia una delusione cocente. Poi è nato un attore di teatro e anche di cinema (“Mediterraneo” per esempio) decisamente gustoso e di qualità. Appassionato di alta montagna anche himalayana, è un grande viaggiatore anche se ha tragicamente perduto il suo caro e nostro amico Giampiero Bianchi. Inoltre sa essere come erano suo padre e sua zia Camilla un vero amico. I vecchi Cederna erano questi, erano così. Indimenticabili.

Un banale attacco di appendicite svelò che Antonio era affetto da un male incurabile. Fu un autentico fulmine che colpì la famiglia e noi amici e collaboratori i quali lo consideravano il loro insostituibile maestro e sopratutto la lancia acuminata del grandioso progetto, che già era stato dei francesi, di un parco archeologico e verde dalle falde del  Campidoglio sino ai Castelli. Purtroppo la malattia di Antonio privò il progetto di una propulsività essenziale, pur salvando l’Appia Antica e aprendo la strada al Parco archeologico attuale, istituito dieci anni dopo la sua scomparsa. Eppure, nonostante tutto, Roma non gli ha dedicato una via o una piazza del centro storico. E c’e voluta tutta l’insistenza degli amici per intitolargli la terrazza affacciata su Via dei Fori Imperiali. Per Roma ha fatto tanto ma poco gli è stato riconosciuto.

Ormai malato senza speranza, Antonio scelse di morire fra le montagne valtellinesi che tanto amava e sulle quali tanto aveva scritto: nel bene ma ancor più nel male, per la speculazione edilizia che stava stravolgendo già Bormio che era stata bella e piacevole. Con una farmacia la cui titolare era stata dalla parte rischiosa dei partigiani. Ne avevo frequentato, innamorato cotto, la bella e bizzarra figlia a Milano. Il marito, dal quale si era separata molti anni prima, era invece un irriducibile fascistone che di me apprezzava soltanto il fatto che fossi nato a Predappio con una nonna materna cugina prima di Alessandro Mussolini, il fabbro anarchico padre del futuro Duce.

Giuseppe Cederna, primogenito di Antonio, in un fotogramma del documentario “Appia Antica, storia di una tutela” di Milo Adami, presentato alla XXV edizione del festival CinemAmbiente di Torino

Secondo il racconto del figlio maggiore Giuseppe (il solo vero Cederna a mio avviso) il padre in preda ad una sorta di esaltazione delirante recitò poesie a lui care, disse cose commoventi dedicate alla moglie Maria Grazia. Il funerale si tenne al Cimitero di Ponte. Lo celebrò un sacerdote amico e fu molto sobrio. Da Roma eravamo saliti Insolera, De Lucia, Berdini, io e altri amici. Al cimitero si vide entrare Giorgio Bocca con la moglie Silvia Giacomoni. Ma se ne andarono presto senza avvicinarsi né salutare. Io ero stato incaricato di leggere un saluto a nome degli amici e salii in uno studio al primo piano per redigerlo in pace. Mi aggredì quasi subito la figlia Camilla con parole sprezzanti. Le risposi come meritava cacciandola a male parole dalla stanza. Si trattava di un sola paginetta in cui sobriamente testimoniavo l’intensità umana e civile della nostra indistruttibile, commossa, fedele amicizia.

Antonio non posò mai a intellettuale “superiore”. Amava lo sport con l’entusiasmo ingenuo di quando il padre scomparso troppo presto lo portava all’Arena di Milano e lui, anche da anziano, ricordava con ammirazione Peppino Meazza che, leggero come un angelo, si involava verso la porta avversaria scartando tutti, portiere compreso. Era tale la sua passione per il calcio che, per un certo Campionato del mondo, vedemmo insieme ben quattro partite di fila generosamente assistiti e rifocillati dalla moglie Maria Grazia che pure scuoteva la testa di fronte a tanto ingenuo e quasi infantile fanatismo© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.