Le “fasce” dell’entroterra ligure contenevano e trattenevano il terreno sui rilievi; qui in alto campi terrazzati con vigneti a Vernazza

In Liguria spariscono le famose “fasce” che svolgevano il ruolo di contenere e trattenere il terreno sui rilievi. Gli effetti si manifestano sulla costa in occasione di eventi atmosferici violenti che trascinano fino al mare i detriti provenienti dalla campagna in stato di abbandono, provocando seri danni. E la sabbia che manca viene sostituita da ripascimenti, con aggiunte di massicciate e pennelli. Si continua così ad “artificializzare” le fasce costiere, benché da più di vent’anni la comunità scientifica ha dimostrato che le opere rigide non fanno altro che accentuare i processi erosivi. Lorena Sablone, Legambiente Liguria: «È stato snaturalizzato il litorale con progetti vetusti e rigidi, mentre l’ambiente è in continua trasformazione. E il vero progetto nel quale investire sarebbe la prevenzione che non deve riguardare solo il waterfront ma anche l’entroterra»


L’analisi di LAURA CALOSSO

CI STIAMO TRISTEMENTE abituando a eventi atmosferici catastrofici e spesso scambiamo le conseguenze per le cause. Al proposito: quando siete al mare, non concentrate la vostra preoccupazione su ciò che avviene lungo la costa, bensì, guardatevi le spalle. Il pericolo si chiama dissesto idrogeologico e potremmo sintetizzarlo così: abbandono progressivo della cura degli alvei di fiumi e torrenti e incuria nella gestione dei terreni dell’entroterra (in Liguria spariscono le famose “fasce” che svolgevano il ruolo di contenere e trattenere il terreno sui rilievi). Gli effetti si manifestano sulla costa in occasione di eventi atmosferici violenti che trascinano fino al mare i detriti provenienti dalla campagna in stato di abbandono, provocando seri danni.

Le opere rigide non fanno altro che accentuare i processi erosivi e invece di attuare una “transizione ecologica”, si continua ad “artificializzare” le fasce costiere

Le coste subiscono anche i problemi dovuti all’erosione e alla mancanza di sabbia, fenomeno così grave in alcune zone da costringere a ingenti e costose opere di ripascimento (aggiunta di sabbia sulle spiagge) per evitare che il mare arrivi a minacciare le case. Ormai da più di vent’anni la comunità scientifica ha dimostrato che le opere rigide non fanno altro che accentuare i processi erosivi, però, invece di una attuare una “transizione ecologica”, si continua ad “artificializzare”.  

Lorena Sablone, con delega alle coste in Legambiente Liguria, ci spiega alcuni dei motivi di preoccupazione. «Nel corso degli ultimi decenni, sui litorali sono state realizzate opere rigide (massicciate e pennelli, meglio noti come moli e frangiflutti) senza un coordinamento generale. Inoltre, è stato usato materiale diverso da quello originario, e questo ha avuto un impatto notevole sulla biodiversità, snaturando molte aree, con conseguenze sulla flora e sulla fauna».

Purtroppo, pare che ad oggi le Regioni non siano in grado di coordinare i progetti in corso, ogni comune gestisce a suo modo, e una pianificazione coordinata sembra ancora assente. «Il problema è su tre livelli — spiega Sablone — il primo è nell’interrelazione tra costa ed entroterra e nelle opere di tombinatura, il secondo nella biodiversità non sempre rispettata a causa dell’uso di materiale di riporto (in tante zone marine sono spariti ricci e cozze che prima erano presenti) e il terzo è appunto nella carenza di coordinamento istituzionale. Se il fiume arriva alla costa con un alveo tombinato, e la mareggiata spinge l’acqua nella direzione dell’entroterra, le città si allagano». 

Per le opere di ripascimento degli arenili viene usato spesso materiale diverso da quello originario, con un impatto notevole sulla biodiversità e conseguenze sulla flora e sulla fauna

Spesso a progettare non sono ingegneri marini, che rispetto ad altri professionisti conoscono meglio l’ambiente costiero e sanno che il mare ha bisogno di elasticità. A questo si aggiunge il tema dei controlli: sono pochi e non garantiscono a sufficienza il rispetto delle regole. «Purtroppo si fa un uso eccessivo e strumentale delle emergenze che portano alla costruzione di opere spesso inadatte, finanziate con il denaro della Protezione Civile, mentre — sottolinea Sablone — la prevenzione sarebbe il vero progetto nel quale investire. La prevenzione non deve riguardare solo il waterfront, ma appunto l’entroterra, perché, in caso di alluvione, non si verificano solo danni visibili, ma problemi di inquinamento, sottovalutati, ma ingenti. È stato snaturalizzato il litorale con progetti vetusti e rigidi, mentre l’ambiente è in continua trasformazione».

Dalla metà del Novecento ci siamo abituati a considerare le coste come “tratti” di suolo destinati esclusivamente alla balneazione e allo svago estivo, ma in realtà come spiega Carlo Civelli, geologo, in una relazione dal titolo “Effetti del dissesto idrogeologico nell’interconnessione tra entroterra e litorale” si tratta di aree di grande pregio ambientale e culturale il cui confine si estende oltre il passaggio dalla terra al mare, e raggiunge i fondali marini della piattaforma continentale prospiciente, arrivando fino ai bacini imbriferi dell’entroterra, dimostrando così la complementarietà e l’interdipendenza della parte marina e di quella terrestre, che costituiscono un’unica entità. «I territori costieri di tutto il mondo sono oggetto di pressioni crescenti a causa di numerosi fattori, non ultimi quelli introdotti dal rischio legato ai cambiamenti climatici e alla diffusione dell’antropizzazione», spiega Civelli: «È auspicabile una pianificazione delle aree costiere che tenda a preservare a lungo termine il paesaggio e le risorse naturali del territorio, senza impedirne uno sviluppo corretto che punti a migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini. La via da seguire è quindi pianificare non per singoli interventi settoriali, ma nell’ambito di interventi integrati, in grado di attivare reti di collaborazione tra soggetti, e sinergie tra settori e progetti». 

 In Liguria, Emilia-Romagna e Campania, quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari; in Italia, la spiaggia libera e balneabile si riduce mediamente al 40% delle coste, con aree dove diventa perfino difficile trovare spiagge al contempo libere e balneabili

La prima condizione è dunque garantire un coordinamento istituzionale intersettoriale dei vari servizi amministrativi con autorità regionali e locali, competenti per le parti marine e terrestri delle zone costiere. Nel “Rapporto Spiagge” che Legambiente ha redatto nel 2021, si legge infine: «Lo vogliamo dire con chiarezza, smettiamola di parlare della Bolkestein!». Dietro la polemica sulla Direttiva — spiega il rapporto — si finisce per co­prire tutto un mondo articolato di problemi, senza distingue­re tra bravi imprenditori e delinquenti, e alla fine non si affrontano i problemi, mentre ne avremmo un enorme bisogno. «In ogni caso non è più accettabile che Parlamento e Governo continuino a rinviare le scelte a tutela del diritto a poter accedere a spiagge libere» sottolineano gli estensori del documento. In alcune Regio­ni si sono battuti i record: in Liguria, Emilia-Romagna e Campania, quasi il 70% delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari.

Legambiente afferma che esistono esperienze positive, ma sono affidate alla buona volontà del singolo: «Il problema è che se ne trovano almeno altrettante pessime, di vera e propria privatizzazione delle spiagge, di cementificazione e distruzione di dune, di abusi­vismo edilizio. Una situazione del genere non è ac­cettabile perché riguarda aree pubbliche e inalienabili, perché si tratta di diritti dei cittadini e anche di tutela delle imprese oneste». A questo quadro si aggiunge il problema dell’inquinamento: come risultato complessivo, in Italia, la spiaggia libera e balneabile si riduce mediamente al 40% delle coste, «ma con aree dove diventa perfino difficile trovare spiagge al contempo libere e balneabili»© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Scrittrice, giornalista e traduttrice, laureata in Scienze Politiche e in Lettere, Culture moderne comparate, Letteratura tedesca. Ha lavorato come giornalista e addetta stampa. La carriera di scrittrice è iniziata con una menzione di merito al Premio Calvino, edizione 2008/2009, e il primo romanzo "A ogni costo, l'amore" pubblicato da Mondadori nel 2011. Il giornalismo d’inchiesta è la sua passione. Lavora nel mondo dell’editoria e per la Rai.

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