L’agroecologia può offrirci la capacità di ricordare che un paesaggio non è un’immagine, ma un processo. Che la biodiversità non è un inventario, ma una conversazione continua tra specie, comunità e ambienti. I grani antichi coltivati sui Casali sopra Messina, il miele dei pascoli di Fiumedinisi, le varietà orticole delle aree periurbane, tutto questo forma un sistema, non una collezione di singoli prodotti tipici. Il pesce spada dello Stretto non esiste senza l’integrità dell’ecosistema marino. I grani antichi dei Peloritani non sopravvivono senza i contadini che li seminavano perché erano le varietà che funzionavano in quel microclima, su quei suoli. La biodiversità biologica e quella culturale non si separano: si sostengono a vicenda, o si perdono insieme. L’agroecologia dello Stretto può ridare forza alle energie comunitarie che si organizzano intorno alle reti di patrimonio, nei laboratori di valorizzazione, nelle candidature che partono dal basso. Per scegliere il futuro invece di subirlo

◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
► A Torre Faro, nei giorni del Festival delle Terre e dei Mari, succede qualcosa di raro: il mare entra nel discorso politico senza diventare scenografia. Lo Stretto è lì, con le sue correnti che cambiano direzione ogni sei ore, con i gabbiani e le specie migratorie, con la memoria dei pescatori di pesce spada che seguono rotte antiche di secoli. Ed è proprio partendo da questo luogo concreto che vale la pena ragionare su un tema che rischia sempre di scivolare nell’astratto: il rapporto tra agroecologia e patrimonio culturale. Cosa c’entrano insieme? Molto più di quanto sembri.

Agroecologie, al plurale
Quando si parla di agroecologia conviene subito mettere in chiaro una cosa: non ne esiste una sola. C’è quella della scienza, che studia le relazioni ecologiche nei sistemi agricoli. C’è quella della pratica quotidiana, i contadini che reintroducono varietà autoctone, che gestiscono l’acqua senza sprecarla, che non usano pesticidi perché conoscono il suolo da generazioni. E c’è quella del movimento politico: la rivendicazione che le comunità rurali abbiano il diritto di definire i propri sistemi alimentari, senza essere espropriate né dalla monocoltura industriale, né dalla marginalizzazione economica.
Usare il plurale agroecologie non è un vezzo linguistico. È un atto di onestà intellettuale: riconoscere che esistono molti modi di abitare la terra in modo sensato, e che nessuno di essi è esportabile come pacchetto preconfezionato. Ogni territorio ha la sua storia, le sue specie, i suoi saperi. Ogni comunità ha la sua agroecologia. Quella dello Stretto, per esempio, è inseparabile dal mare. I terreni agricoli dei Peloritani non esistono in isolamento: dialogano con le correnti dello Stretto, con il clima che quelle acque generano, con le economie costiere che per secoli hanno intrecciato pesca e agricoltura. I grani antichi coltivati sui Casali sopra Messina, il miele dei pascoli di Fiumedinisi, le varietà orticole delle aree periurbane, tutto questo forma un sistema, non una collezione di singoli prodotti tipici.
«La diversità dei suoli, del clima e delle piante ha contribuito alla diversità delle culture alimentari nel mondo. I sistemi alimentari basati sul mais dell’America centrale, quelli asiatici basati sul riso, la dieta etiope a base di teff non sono una questione agricola: sono elementi centrali della diversità culturale». Vandana Shiva, Monoculture della mente (1993)

Il patrimonio come pratica, non come museo
Ed è qui che entra in gioco la seconda parola chiave: patrimonio. Ma non nel senso di monumento da proteggere sottovetro. La Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa, ratificata dall’Italia nel 2020, ha introdotto un concetto diverso e più utile: quello di comunità di patrimonio. Sono gruppi di persone che si riconoscono in certi valori, certi luoghi, certi saperi, e si assumono la responsabilità di trasmetterli. Non istituzioni. Non enti. Persone. Questa definizione sposta completamente il baricentro: il patrimonio non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si pratica. Non è un oggetto da tutelare, ma una relazione da coltivare nel senso più letterale del termine. Un pescatore artigianale che esce all’alba con le sue reti non sta solo lavorando: sta riproducendo un sapere, una relazione con il mare, un modo di stare in quel luogo che nessun archivio può sostituire. Un contadino che semina una varietà antica di grano non sta solo coltivando: sta mantenendo vivo un pezzo di biodiversità che domani potrebbe essere irrecuperabile. La biodiversità, infatti, non si conserva nei musei. Si conserva attraverso l’uso. Vive perché qualcuno continua a praticarla, a trasmetterla, a farla funzionare nella realtà. Smette di esistere quando smette di essere vissuta.
La candidatura Unesco come gesto politico
In questo contesto, la candidatura dell’area dello Stretto a Patrimonio dell’Umanità Unesco assume un significato che va oltre il riconoscimento formale. La Rete delle Comunità di Patrimonio del Territorio dello Stretto Sostenibile che raccoglie realtà associative e civiche delle due sponde, siciliana e calabrese ha sintetizzato questa visione con una frase molto precisa: lo Stretto non è un corridoio da attraversare, ma un ecosistema da rispettare. È una frase politica, non solo poetica. Perché la tentazione di fare dello Stretto un corridoio per le merci, per le infrastrutture, per i capitali è reale e presente. Contro questa tentazione, il riconoscimento Unesco non è una targa: è uno strumento di tutela, una dichiarazione pubblica che questo territorio ha un valore che non si misura in termini di traffico o di transito.
La candidatura legata alla pesca tradizionale del pesce spada, che ha già raccolto migliaia di firme e il sostegno di decine di enti e istituzioni tra Calabria e Sicilia, ne è l’esempio più maturo. Quello che la rende interessante non è solo il riconoscimento di una pratica secolare, ma il fatto che è nata dal basso, dalle comunità stesse, dai detentori di quel sapere. È il tipo di processo che la Convenzione di Faro invoca: non una patrimonializzazione calata dall’alto, ma una comunità che si riconosce in un’eredità e decide di difenderla. Queste acque, d’altronde, portano memoria lunga. Già Omero, nell’Odissea, aveva percepito lo Stretto come un luogo carico di forza propria, non riducibile a semplice passaggio: un ecosistema così potente da essere abitato dai miti, da Cariddi che inghiotte e rigetta le acque tre volte al giorno, dai vortici che ancora oggi i pescatori sanno leggere come un testo scritto dalla natura.
“Su questo c’è un fico grande, ricco di foglie, e sotto Cariddi gloriosamente l’acqua livida assorbe. Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe paurosamente”. Omero, Odissea, libro XII (trad. Rosa Calzecchi Onesti)

Quando la valorizzazione espelle chi produce il valore
C’è però una trappola in agguato, e sarebbe disonesto non nominarla. Quante volte abbiamo visto territori “valorizzati” dal turismo o dalle denominazioni di origine a scapito delle comunità che li abitavano? Quante volte la patrimonializzazione ha finito per trasformare luoghi vivi in scenografie, espellendo proprio chi quel patrimonio lo produceva ogni giorno? L’agroecologia porta con sé una critica strutturale a questo meccanismo. Non basta riconoscere un paesaggio o una pratica. Bisogna garantire che chi lo abita abbia le condizioni materiali per continuare a farlo: accesso alla terra, mercati giusti, trasmissione intergenerazionale del sapere, politiche agricole che sostengano le colture tradizionali invece di penalizzarle. Nel caso dello Stretto, questo significa ragionare insieme: sulla pesca artigianale e sulle pressioni che la mettono in crisi, sull’agricoltura di montagna e sullo spopolamento che la svuota, sul rapporto tra le comunità costiere e un mare sempre più attraversato da logiche esterne ai loro interessi. Significa costruire la candidatura Unesco non a nome di queste comunità, ma insieme a loro.
Un sistema socioecologico che chiede di essere riconosciuto
La vera forza di questo territorio è proprio nella sua natura sistemica. Il pesce spada dello Stretto non esiste senza l’integrità dell’ecosistema marino. I grani antichi dei Peloritani non sopravvivono senza i contadini che li seminavano perché erano le varietà che funzionavano in quel microclima, su quei suoli. La biodiversità biologica e quella culturale non si separano: si sostengono a vicenda, o si perdono insieme. Tutelare lo Stretto come patrimonio, allora, non può limitarsi a proteggere una specie o un paesaggio. Deve significare tutelare l’intero sistema di relazioni — terra e mare, agricoltura e pesca, colture e culture che lo ha reso quello che è. È questo il contributo più originale che l’agroecologia può offrire ai processi di patrimonializzazione: la capacità di pensare in termini di sistemi, di relazioni, di interdipendenze. Di ricordare che un paesaggio non è un’immagine, ma un processo. Che la biodiversità non è un inventario, ma una conversazione continua tra specie, comunità e ambienti.

“Noi siamo quello che fummo nell’infanzia”. Corrado Alvaro, Quasi una vita. Giornale di uno scrittore (1950)
Alvaro, figlio dell’Aspromonte, scrittore dello Stretto e del Sud non intendeva con quella frase un invito alla nostalgia. Intendeva qualcosa di più radicale: che la memoria non è un peso, ma una radice. Che le comunità, come gli individui, sono ciò che hanno saputo custodire e trasmettere. E che perdere le proprie radici – nei semi, nei saperi, nei paesaggi, nelle pratiche – non è semplicemente una perdita culturale: è una perdita di capacità di esistere nel mondo. Siamo in un momento delicato per questo territorio. Le pressioni esterne sono reali. Ma le energie comunitarie che si stanno organizzando intorno alla tutela dello Stretto nelle reti di patrimonio, nei laboratori di valorizzazione, nelle candidature che partono dal basso, mostrano che esiste una volontà collettiva di scegliere il futuro invece di subirlo. L’agroecologia, in fondo, è proprio questo: la scelta di restare in un luogo, di conoscerlo, di trasformarlo con cura. Di non essere un corridoio. Di essere, invece, un posto. © RIPRODUZIONE RISERVATA
