La nostra parabola distruttiva va inserita nella storia, perché è nella nostra capacità di fare storia, di inventarci come popoli, culture, immaginari collettivi che siamo diventati disperatamente bravi a far fuori gli altri. E non abbiamo scuse nel trattamento che riserviamo alla biosfera: abbiamo scelto di farlo. «Nel “Manifesto” di Karl Marx il capitalismo è paragonato al laboratorio di un apprendista stregone – come quello del film “Fantasia”, di Disney – a cui il proprio, stupefacente incantesimo sfugge di mano». Nell’ultima tappa della lunga conversazione tra Fabio Balocco e Elisabetta Corrà una domanda conclusiva: così come distrugge, l’uomo potrebbe anche riparare? «Un numero incalcolabile di popoli quasi estinti ha manifestato modi di attraversare la biosfera, di esserne partecipi, non capitalisti. Non siamo una specie invasiva, siamo una specie incompleta. Siamo un cantiere, siamo sbagliati, eppure siamo anche magnifici. Io la chiamo “identità di specie”. In questa identità, ancora oggi in comunicazione diretta con il tempo profondo, possiamo sentirci una cosa sola con l’esperienza animale del Mondo»
Rinoceronte bianco nella riserva keniota di Ol pejeta (foto di scena del film documentario “Antropocene – L’epoca umana” firmato dai registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier insieme al celebre fotografo Edward Burtynsky). Sotto il titolo: “Il falò delle zanne”; nel resto della pagina altri fotogrammi del film canadese uscito nel 2018
◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con ELISABETTA CORRÀ, giornalista e scrittrice ambientale
La città industriale Norilsk nel Territorio di Krasnojarsk, nella Siberia settentrionale
►Così come distrugge, l’uomo potrebbe riparare. Oppure dobbiamo considerarci come una specie troppo invasiva?
«La definizione di specie invasiva è di Telmo Pievani ed ha un significato molto convincente e nient’affatto banale. Però contiene un rischio, e cioè di spostare il ragionamento sulla morale. Non abbiamo bisogno di moralismi, perché l’evoluzione che ci ha messi qui non ha un grande architetto, o un demiurgo, che muove i fili secondo intenzioni preliminari. Secondo me la nostra parabola distruttiva va inserita nella storia, perché è nella nostra capacità di fare storia, di inventarci come popoli, culture, immaginari collettivi che siamo diventati disperatamente bravi a far fuori gli altri. Non c’è nulla di metafisico in questo, mentre, all’opposto, è leggendo a fondo la storia che possiamo capire come ogni traiettoria sia stata il prodotto di decisioni, di scelte. Ecco perché oggi non abbiamo scuse nel trattamento che infliggiamo alla biosfera».
— Tutto conseguente sin dall’inizio?
Miniere di potassio a Beresniki negli Urali russi
«Da qualche secolo sì. Oggi sappiamo già dove portano deforestazione, specie invasive, agricoltura industriale intensiva, produzione di plastica. C’è un passaggio di spettacolare intensità epistemologica ne “Il Manifesto” del Partito Comunista, di Marx ed Engels, in cui, a giudicare dai ragionamenti analoghi che troviamo ne Il Capitale, soprattutto Marx capì un aspetto centrale del capitalismo: la sua autonomia. Nel “Manifesto” il capitalismo è paragonato al laboratorio di un apprendista stregone – come quello del film “Fantasia”, di Disney – a cui il proprio, stupefacente incantesimo sfugge di mano».
— Fino a un certo punto, consapevolezza quindi ce n’era poca.
«Cyril Lionel Robert James, un padre dell’umanità, caraibico, filosofo anticoloniale, nel 1952 scrisse la sua interpretazione di Moby Dick di Melville nel pamphlet Marinai, rinnegati e reietti, scritto durante la sua carcerazione per motivi politici ad Ellis Island. Il Pequod era il capitalismo razzista americano, secondo James, e la natura di Achab, come quella del capitalismo per Marx, era “demoniaca”. Questi uomini dal pensiero profetico ci dicono una cosa essenziale: che la organizzazione-Mondo in cui siamo intrappolati ormai funziona quasi per inerzia, nella sua orgia distruttiva, perché questa è la sua struttura originaria, da sempre».
Fosfato in Florida
— È sempre stato così?
«No. Ma c’è qui una lacuna storica importante, che deve essere assolutamente recuperata ed esaminata a fondo. Questo schema avido (il Windigo, il mostro vampiro del mito Anishinabe, Nazione nativa dei Grandi Laghi americani) non è stato l’unica espressione dell’umano. Un numero incalcolabile di popoli quasi estinti ha manifestato modi di attraversare la biosfera, di esserne partecipi, non capitalisti. Anche gli economisti del primo Novecento, come Karl Polanyi, lo avevano sottolineato. Quindi le alternative non sono né fantasie né utopie, sono strade del possibile. Io penso che se noi siamo qui, è perché apparteniamo alla Terra. Siamo destinati ad essere suoi. E le disgrazie che ci stanno piombando addosso lo dimostrano ampiamente».
Lo zoo di Londra
— Quindi tu propendi per non definirci una specie invasiva…
«No, non siamo una specie invasiva, siamo una specie incompleta, che nella sua incompletezza ha trovato la sua potenza creativa. Pensa alla nostra dinamica riproduttiva. Oggi la ginecologia riconosce che “è a rischio di morte il nascimento”, come diceva Leopardi, perché l’anatomia femminile non è tanto perfetta, in termini evolutivi, da rendere altrettanto perfetto il parto. La nostra intelligenza mostruosamente plastica è la stessa cosa. Duttile, eccentrica, imprevedibile, liquida nelle connessioni neurali tra aree distinte del cervello. Siamo un cantiere, siamo sbagliati, eppure siamo anche magnifici. Siamo male e bene. La sfida che abbiano davanti è provare a contenere questa imperfezione sempre perfettibile. Io la chiamo “identità di specie”. È dentro questa identità, ancora oggi in comunicazione diretta con il tempo profondo, che sta la possibilità di sentirci una cosa sola con l’esperienza animale del Mondo». — (5. fine. Le quattro puntate precedenti sono state pubblicate qui: 1/giovedì 2 luglio 2026; 2/martedì 7 luglio 2026; 3/mercoledì 15 luglio 2026; 4/giovedì 23 luglio 2026)
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Bio di Elisabetta Corrà
Mi sono occupata di estinzione della biodiversità per “La Stampa” dal 2013 al 2020, testata per cui nel 2018 ho curato anche un progetto speciale sui leoni criniera nera del parco nazionale del Kgalagadi (un enorme habitat wild tra Sudafrica e Botswana). Il mio hub Tracking Extinction esplora le cause storiche della sesta estinzione e indaga il collasso della biodiversità globale come sintomo contraddittorio della modernità. Per questo Tracking Extinction contiene oltre 200 articoli ed essay con un forte focus su memoria, defaunazione ed ermeneutica della perdita. Nel 2022 ho vinto una call for application allo “Humboldt Forum” di Berlino (il museo più innovativo d’Europa) con un saggio sul futuro dei musei in Antropocene e sul ruolo che vi avrà l’estinzione della biodiversità. Sono poi stata invited guest di “Humboldt Forum” nel 2023 a latere della mostra “Living with Death”. Sono autrice del saggio “Extinction has a memory”, incluso dal fotografo tedesco Andréas Lang nel suo volume storico-documentaristico sul Cameroon e il Congo in epoca coloniale tedesca (“A Phantom geography”, Spector, Leipizig 2023), pubblicazione che ha fatto seguito alla mostra di Lang allo Dhm – Deutsches Historisches Museum di Berlino nel 2016 (Kamerun und Kongo). Nel 2009 è uscito il mio libro su Gerusalemme durante la Seconda Intifada, Un giorno a Gerusalemme (Eclissi). Sono stata invited speaker alla Biblioteca delle Oblate di Firenze (con Guido Chelazzi), su Radio Popolare, al Parco Natura Viva di Verona, a Bookcity Milano 2018, con XR Milano alla Libreria Verso di Milano e alla Associazione Piano Terra di Milano per un dialogo dal vivo con Drew Pendergrass, co-autore insieme a Troy Vettese del rivoluzionario saggio Socialismo di Metà-Terra (Mimesis 2024).
Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.