A dirigere il circolo culturale del IV Centro siderurgico (l’acciaieria più grande d’Europa) era stato mandato un “colto lucano di Potenza”. Nelle intenzioni dello Stato imprenditore, il Circolo avrebbe dovuto convincere i tarantini che il nuovo stabilimento, oltre alla sicurezza degli stipendi, avrebbe potuto dispensare forse anche una sorta di felicità merceologica. Dalla splendida cornice dell’antica Masseria Vaccarella, immersa in centinaia di ulivi secolari, fu impressa una svolta culturale nella sonnacchiosa città di Archita: gli indimenticabili “concerti sull’erba” con artisti di gran fama, difficili da enumerare tutti. E quel “Flowers” di Lindsay Kemp, quel “Risveglio di Primavera” di Franz Wedekind, con Manuela Kustermann che aveva scandalizzato le platee di tutta Italia per aver recitato sempre e solo a seno nudo. E, all’auditorium, anche Noam Chomsky, forse il più grande linguista del secolo scorso, punta di diamante del prestigioso Institute of Technology del Massachuusetts. E poi Gigi Proietti e il grande mimo Marcel Marceau, e Alberto Sordi e il genio canoro di Enzo Jannacci. E poi l’avvento di quei Riva «delle cui nefandezze non mi va neppure di accennare», annota con disgusto il nostro inviato nella Magna Grecia

Una veduta aerea della Vaccarella negli anni Cinquanta, quando era la fiorente azienda agricola della famiglia Contegiacomo.
Sotto il titolo, l’acciaio prodotto negli stabilimenti Italsider in una foto di Archivio Fiera Milano (credit)

◆ Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

A sinistra Francobandiera, al centro, il pittore Domenico Cantatore, a destra, Elio Donatelli

“I’ve one a dream”. Ho fatto un sogno. Sono entrato dentro un libro, stampato a Taranto oltre quarant’anni fa, che mi ha dato una vertigine diacronica, rimandandomi l’immagine di una Taranto, che più che una fotografia era un affresco dei nostri modi di essere e di pensare, quasi che un futuro misterioso, ma stranamente intellegibile, avesse finalmente spiegato le sue ali, proprio qui, in riva allo Ionio. Era il sogno industriale che ci aveva affascinato e che ora, al lume delle sue dolorosissime vicende, riesce non solo a farmi vergognare, ma anche di evitare di parlarne o di raccontare quel poco di buono che l’acciaio di Stato aveva portato a Taranto. 

Il protagonista di questo libro, “L’ultima stella del Carro” ha un nome, Giuseppe Francobandiera, direttore del Circolo Italsider, che malgrado i guasti che ha comportato l’aver ospitato l’opificio più grande d’Europa, con gli insulti in termini di salute e di ambiente che ha determinato, qualcosa di notevole l’ha comunque lasciato. Qui, nelle pagine del libro, la sua “faccia facciosa da colto lucano di Potenza” che reduce da esperienze a Genova, prima, quindi a Roma, Napoli e Bagnoli, dove era stato dirigente di una importante ditta dell’indotto, era stato assunto a Taranto, dove era sorto il IV Centro Siderurgico, dandogli il mandato di creare un’improbabile collegamento con l’antica città magnogreca, quasi che si potessero coniugare le “bramme” con una civiltà che aveva dato il via al pensiero logico dell’Occidente. 

Il taglio di una bramma in altoforno

E camminando sulle pagine del libro ecco quando Peppino rifletteva come «l’Italsider fosse venuta a turbare l’equilibrio secolare che si era miracolosamente instaurato fra la dolcezza di vivere di pochi e il dispiacere, di tanti, di stare al mondo». «Tutto sommato – mi aveva confidato un giorno – mi hanno mandato a dirigere un Cral, a tutti gli effetti un dopolavoro, che, nelle intenzioni di Genova, avrebbe dovuto convincere i tarantini, che il nuovo stabilimento, oltre alla sicurezza degli stipendi, avrebbe potuto dispensare forse anche una sorta di felicità merceologica». E, tuttavia, quando nei primi anni ’70 del secolo scorso, l’Italsider aveva acquistato un’antica Masseria, la Vaccarella, immersa in centinaia di ulivi secolari e dove era sorto anche un Auditorium e campi da tennis e una clubhouse, con annesso un ristorante, forse quelle bramme e i profilati avrebbero potuto assumere altri aspetti significanti oltre a quello della mera produzione dell’acciaio. C’era solo da rimboccarsi le maniche e vedere come si poteva aiutare per davvero la città. Era in assoluta buona fede il mio amico Peppino, e la sua straordinaria cultura e di cinema, di teatro e di letteratura, forse, ma molto forse, avrebbe potuto incidere sul percorso virtuoso di una città, quasi da sempre lasciata ai margini del vivere decente. 

Le nostre discussioni, poi, negli assolati meriggi estivi, oltre a confrontarci su Dos Passos o Erskine Caldwell, o il suo amato Steinbeck e i miei altrettanto amati classici greci e latini e i giganti della letteratura russa e francese, o Levi Strauss o Althusser, gli antropologi che insieme a Carlos Castaneda, a Josè Asturias, o al quasi lucano Ernesto De Martino, ci facevano essere fieri di sentirci e di essere nati al Sud del mondo e della nostra penisola. Una volta ebbi a paragonarlo, egli che aveva fatto il Classico a Potenza e Filosofia a Napoli, allo straordinario Aoristo, che non ha posto in nessuna altra lingua al mondo. Un tempo verbale che esprime l’azione nella sua interezza, senza soffermarsi sul suo svolgimento o sulla sua durata. «Vuoi dirmi, aveva ribattuto, celiando, che sono un uomo senza tempo e che nel fare e progettare le cose, mi affretto lentamente?». Serio, avevo a mia volta ribadito come esso, l’Aoristo, per molti studiosi viene considerato uno dei tratti più raffinati della koinè greca antica, che permette di distinguere non il tempo quando avviene un’azione, quanto come viene osservata da chi parla. Rappresenta perciò un unico tempo verbale capace di esprimere una prospettiva sull’azione, del tutto assente in tutte le altre sintassi del mondo. 

La similitudine deve essergli piaciuta, tanto da propormi di fare insieme un documentario televisivo sulla città vecchia della Taranto di cui si era innamorato, tanto da mettervi su famiglia, con due splendidi ragazzi. Per inciso, ma solo per inciso, quel documentario fu poi realizzato da Video Levante, di cui chi scrive era Direttore, e rappresenta l’unico documento su quel recupero della città vecchia su progetto del grande urbanista tarantino Franco Blandino e che ottenne il primo premio al Festival di Barcellona. 

Manuela Kustermann in ‘Il Risveglio di primavera’ (da Frank Wedekind) Regia Giancarlo Nanni, 1972

Il Circolo Italsider, dunque. Una svolta culturale nella sonnacchiosa città di Archita, con una stagione teatrale e una cinematografica, e poi mostre e mostre con artisti come Vespignani, Pomodoro, e Giò Ponti e Carrino e cento altri e altri ancora. Nella splendida cornice della Masseria Vaccarella, gli indimenticabili “concerti sull’erba” con artisti di gran fama, difficili da enumerare tutti. E quel “Flowers” di Lindsay Kemp, che andava girando nudo per il cortile della Vaccarella, con addosso soltanto una sciarpa come Clara Calamai e che, poi, tenne ininterrottamente per sei mesi cartellone al Metropolitan di New York. E quel “Risveglio di Primavera” di Franz Wedekind, con Manuela Kustermann, che aveva scandalizzato le platee di tutta Italia per aver recitato sempre e solo a seno nudo. Precedendo i tempi e le mode, all’auditorium anche Noam Chomsky, forse il più grande linguista del secolo scorso, punta di diamante del prestigioso Institute of Technology del Massachuusetts. E, sempre sull’erba del Vaccarella, Gigi Proietti e il grande mimo Marcel Marceau, e Alberto Sordi e il genio canoro di Enzo Jannacci e tanti e tanti altri artisti, tanto dal fare del Circolo Italsider di Taranto il più importante d’Italia e che costituivano un appuntamento ineludibile per migliaia di tarantini. 

Il mio amico Peppino Francobandiera, con sagacia e acume tutto lucano, si era circondato di una schiera di collaboratori, come il suo alter ego, Elio Donatelli, che faceva da chaperon e da guida in città, al museo e al castello, a tutti gli artisti invitati. Mentre al vertice delle Relazioni Pubbliche dell’Italsider, da cui il Circolo dipendeva, guardavano con occhio complice e partecipe, Aldo Mantegazza, Gianni Tursi, Franco Ruggeri o Guglielmo Imbimbo. Poi, poi, la privatizzazione dello stabilimento e l’avvento di quei Riva, delle cui nefandezze non mi va neppure di accennare. Ma Peppino se ne era già andato, trovando posto nella sua ultima stella del carro, quella meno luminosa, come da sua indole di lucano taciturno. Se ne era andato all’improvviso, ignorando, e per fortuna, che fine avrebbe fatto la sua amata Vaccarella. Se ci fosse ancora stato, vedendo quello scempio, avrebbe commentato come quei suoi, nostri ideali, si erano ormai «allentati come un paio di vecchie bretelle, incapaci di tener su niente, neanche un poco di decenza». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.