Quanto è avvenuto e si sta consumando al centro dell’isola non è un episodio isolato ma la manifestazione locale di dinamiche oramai strutturali. Secondo Ispra oltre il 65% dei comuni siciliani ricade in aree a pericolosità idrogeologica medio-alta e circa il 21% della popolazione regionale vive in zone esposte a frane o alluvioni. Una realtà destinata ad aggravarsi. Le proiezioni Ipcc per il Mediterraneo centrale indicano entro il 2030-2040 un aumento medio delle temperature di circa +1,5 °C e fino a +2,2 °C entro il 2050 negli scenari intermedi, accompagnato da un incremento degli eventi di pioggia estrema tra il 15 e il 30% e da una riduzione delle precipitazioni medie annuali fino al 20%. Una combinazione perniciosa con lunghi periodi siccitosi alternati a precipitazioni violente che accelerano l’erosione e destabilizzano i versanti. Eppure, si sottraggono 2,1 miliardi di euro dal Fondo Sviluppo e Coesione per finanziare il Ponte sullo Stretto e gli impianti di incenerimento, anziché destinarli alla mitigazione del rischio idrogeologico, la sicurezza idrica e l’adattamento climatico
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
► L’evento franoso di Niscemi rappresenta un anticipatore della vulnerabilità sistemica della Sicilia, un indicatore dove la convergenza tra cambiamento climatico, fragilità geomorfologica e governance ambientale inadeguata produce effetti cumulativi su ecosistemi, salute pubblica ed economia territoriale. Non si tratta di un episodio isolato ma della manifestazione locale di dinamiche ormai strutturali. Secondo Ispra oltre il 65% dei comuni siciliani ricade in aree a pericolosità idrogeologica medio-alta e circa il 21% della popolazione regionale vive in zone esposte a frane o alluvioni. Niscemi insiste su substrati argillosi ad elevata plasticità particolarmente sensibili ai cicli di imbibizione ed essiccamento, mentre le precipitazioni associate al ciclone Harris hanno localmente superato i 120-150 mm in 24 ore, valori prossimi ai tempi di ritorno trentennali ma sempre più frequenti in uno scenario climatico alterato.
Le proiezioni Ipcc per il Mediterraneo centrale indicano entro il 2030-2040 un aumento medio delle temperature di circa +1,5 °C e fino a +2,2 °C entro il 2050 negli scenari intermedi, accompagnato da un incremento degli eventi di pioggia estrema tra il 15 e il 30% e da una riduzione delle precipitazioni medie annuali fino al 20%. Questa combinazione genera un paradosso idroclimatico caratterizzato da lunghi periodi siccitosi alternati a precipitazioni violente che accelerano l’erosione e destabilizzano i versanti, rendendo eventi come quello di Niscemi statisticamente prevedibili.
Gli effetti ambientali e sanitari risultano già misurabili. Le ondate di calore sono aumentate di oltre il 240% dal 2000, con un eccesso di mortalità estiva stimato tra l’8 e il 15%, più elevato nelle aree urbane dense. L’esposizione cronica a Pm2.5 e NO₂ nei principali poli industriali e metropolitani è associata a incrementi significativi di patologie respiratorie e cardiovascolari, mentre gli incendi boschivi, cresciuti in frequenza e intensità, determinano picchi di particolato ultrafine e idrocarburi policiclici aromatici che fanno aumentare del 20-30% i ricoveri per crisi respiratorie nei giorni successivi agli eventi maggiori. Dal 2000 sono andati persi oltre 110.000 ettari di superfici forestali, con un raddoppio dei grandi incendi, compromettendo la capacità di stoccaggio del carbonio, l’infiltrazione delle acque meteoriche e la stabilità dei suoli, con effetti diretti sull’aumento del rischio franoso.
Parallelamente la Sicilia presenta un bilancio idrico strutturalmente deficitario. Oltre il 70% del territorio è classificato a rischio desertificazione secondo Unccd (Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione), le perdite delle reti idriche superano mediamente il 52% e il riuso delle acque reflue resta sotto il 5%, contro una media europea intorno al 20%. Entro il 2030 si prevede una riduzione delle risorse idriche disponibili compresa tra il 25 e il 40%, con ricadute rilevanti sulla sicurezza alimentare e sulla tenuta del comparto agricolo, che già registra cali produttivi medi del 18% negli ultimi quindici anni, con punte del 30% nelle aree interne. I processi di salinizzazione dei suoli costieri e l’abbandono dei terreni marginali accelerano una desertificazione socio-ecologica che compromette la resilienza complessiva del sistema regionale.
Il degrado interessa anche l’ambiente marino e costiero. Il 77% del litorale è in erosione attiva e oltre il 56% della fascia costiera risulta urbanizzata, mentre la regressione delle praterie di Posidonia oceanica supera localmente il 30%, riducendo la capacità naturale di dissipazione dell’energia ondosa e aumentando la vulnerabilità all’ingressione marina in un contesto di innalzamento eustatico del livello del mare e subsidenza locale. L’urbanizzazione disordinata e il consumo di suolo hanno impermeabilizzato ampie superfici, incrementando il deflusso superficiale e amplificando il rischio di allagamenti e frane, con perdita irreversibile di servizi ecosistemici fondamentali come regolazione climatica, filtrazione delle acque e supporto alla biodiversità.
In questo quadro la sottrazione di 2,1 miliardi di euro dal Fondo Sviluppo e Coesione per finanziare il Ponte sullo Stretto e gli impianti di incenerimento rappresenta una distorsione strategica delle priorità pubbliche. Contestualmente risultano risorse per il dissesto idrogeologico non spese, progetti di drenaggio e rinaturalizzazione mai avviati e l’assenza di piani comunali di adattamento climatico in oltre il 90% dei comuni siciliani. Il caso Niscemi dimostra che il costo dell’inazione ha ormai superato quello della prevenzione. A ciò si aggiunge un sistema autorizzativo che continua a operare attraverso Via (Valutazione di impatto ambientale) e Vas (Valutazione ambientale strategica) frammentarie, incapaci di integrare rischio climatico futuro, instabilità geomorfologica cumulativa e consumo di suolo pregresso, consentendo edificazioni e infrastrutture in aree fragili e aumentando l’esposizione sistemica ai disastri.

Alla luce di queste evidenze emerge l’urgenza di una riallocazione immediata delle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione verso la mitigazione del rischio idrogeologico, la sicurezza idrica e l’adattamento climatico, accompagnata da un piano regionale integrato che renda obbligatoria la mappatura delle vulnerabilità, introduca una moratoria edilizia nelle aree a pericolosità elevata, privilegi soluzioni basate sulla natura e avvii una transizione reale verso l’economia circolare superando il paradigma dell’incenerimento. Niscemi non è un incidente ma l’esito prevedibile di decenni di sottovalutazione del rischio climatico, di autorizzazioni concesse senza una valutazione sistemica delle conseguenze e di un uso distorto delle risorse pubbliche. Continuare a finanziare grandi opere simboliche mentre il territorio collassa significa accettare consapevolmente nuovi disastri annunciati. La vera infrastruttura strategica della Sicilia oggi è la resilienza del suo territorio. Ed è una responsabilità politica precisa che ha nomi, ruoli e scelte chiaramente riconoscibili. © RIPRODUZIONE RISERVATA
