La crisi climatica sta diventando una sorta di “alibi” per giustificare inattività o inefficienze nella gestione dei problemi ambientali: una palla buttata in calcio ad angolo. I dati sono impietosi. Ogni ettaro percorso dal fuoco produce effetti che durano decenni: perdita di biodiversità, erosione del suolo, diminuzione della capacità di assorbire anidride carbonica, riduzione della disponibilità idrica, maggiore rischio di frane e impoverimento del paesaggio. Secondo i dati Istat e Ispra, le reti acquedottistiche siciliane disperdono mediamente oltre il 50% dell’acqua immessa, con valori che in numerosi comuni superano il 60%. Il suolo è una risorsa che continua a scomparire: 78 km² in un solo anno. La desertificazione in Sicilia avanza ma non è un destino inevitabile. Ogni estate che passa senza una profonda riforma delle politiche forestali, della gestione delle risorse idriche, della tutela del suolo e della pianificazione territoriale rende l’isola più fragile e aumenta il costo umano, economico ed ecologico dei disastri futuri. Il fuoco che attraversa l’isola brucia anche la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, la credibilità della politica e aumenta la distanza tra ciò che la scienza raccomanda e ciò che le amministrazioni realizzano
◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI
▶︎ Attribuire ogni responsabilità degli incendi al cambiamento climatico rischia di trasformarsi in un comodo alibi. Il riscaldamento globale costituisce il contesto nel quale gli incendi diventano più devastanti, ma non può giustificare l’assenza di manutenzione dei boschi, le inefficienze delle reti idriche, il degrado degli invasi, il consumo indiscriminato di suolo o la cronica carenza di pianificazione territoriale. La crisi climatica impone un salto di qualità nelle politiche pubbliche. Richiede una pubblica amministrazione capace di integrare adattamento climatico, tutela della biodiversità, gestione sostenibile delle risorse idriche, pianificazione forestale e contrasto all’illegalità ambientale. Significa passare da una cultura dell’emergenza a una cultura della prevenzione, nella quale ogni euro investito prima del disastro evita costi economici, ambientali e sociali molto più elevati dopo il suo verificarsi. La vera sfida non consiste semplicemente nello spegnere gli incendi, ma nel costruire una Sicilia meno vulnerabile. Perché il cambiamento climatico non può più essere evitato nelle sue manifestazioni già in atto, mentre la vulnerabilità del territorio dipende ancora, in larga misura, dalle scelte della politica e dalla qualità delle istituzioni. Nessun territorio può impedire l’arrivo di un’ondata di calore. Ogni territorio, però, può decidere quanto essere preparato ad affrontarla. Ed è proprio in questa scelta che si misura la responsabilità di una classe dirigente.
I numeri della crisi: un clima sempre più estremo
Ogni dibattito pubblico sulla crisi ambientale dovrebbe partire dai fatti. I dati scientifici, infatti, consentono di distinguere ciò che dipende da processi globali da ciò che è riconducibile alle responsabilità delle istituzioni. Nel caso della Sicilia il quadro è particolarmente eloquente: la crisi climatica costituisce il contesto entro il quale si sviluppano gli incendi, ma la loro intensità e le loro conseguenze sono amplificate da criticità strutturali che riguardano la gestione del territorio. Il Mediterraneo è riconosciuto dall’Ipcc come uno dei principali climate hotspot del pianeta. L’aumento della temperatura media nell’area è superiore alla media globale e la Sicilia rappresenta uno dei territori europei maggiormente esposti agli effetti del riscaldamento climatico. Negli ultimi vent’anni le ondate di calore sono diventate progressivamente più frequenti, più intense e più durature. Nell’estate del 2023, in provincia di Siracusa, sono stati registrati valori prossimi ai 49 °C, tra i più elevati mai rilevati in Europa. Parallelamente, le precipitazioni tendono a concentrarsi in episodi brevi e violenti, alternati a periodi di siccità sempre più lunghi. Questa nuova dinamica climatica riduce la disponibilità idrica, aumenta lo stress della vegetazione e crea condizioni ideali per la propagazione degli incendi.
Gli incendi non sono più un’emergenza occasionale
I dati del sistema europeo “Effis” (European Forest Fire Information System) mostrano come l’Italia sia ormai stabilmente uno dei Paesi mediterranei più colpiti dagli incendi boschivi e la Sicilia rappresenti uno degli epicentri di questa emergenza. Negli ultimi anni decine di migliaia di ettari di boschi, macchia mediterranea, aree agricole e siti appartenenti alla rete Natura 2000 sono stati interessati dal fuoco. Non si tratta più di eventi eccezionali ma della manifestazione ricorrente di una vulnerabilità strutturale. Ogni ettaro percorso dal fuoco produce effetti che durano decenni: perdita di biodiversità, erosione del suolo, diminuzione della capacità di assorbire anidride carbonica, riduzione della disponibilità idrica, maggiore rischio di frane e impoverimento del paesaggio. L’incendio, dunque, non rappresenta soltanto una catastrofe ambientale, ma anche un enorme costo economico e sociale.
La crisi dell’acqua
L’acqua costituisce l’indicatore più evidente della distanza tra gli effetti del cambiamento climatico e la capacità delle istituzioni di adattarsi. Secondo i dati Istat e Ispra, le reti acquedottistiche siciliane disperdono mediamente oltre il 50% dell’acqua immessa, con valori che in numerosi comuni superano il 60%. Ciò significa che oltre metà della risorsa disponibile viene perduta prima ancora di raggiungere famiglie, imprese e aziende agricole. Parallelamente, numerosi invasi artificiali hanno progressivamente perso parte della loro capacità di accumulo a causa del mancato dragaggio e dell’insufficiente manutenzione. Il risultato è paradossale: mentre il cambiamento climatico riduce la disponibilità della risorsa idrica, una quota enorme dell’acqua già disponibile continua a essere dispersa o non può essere immagazzinata. La crisi climatica, quindi, non crea soltanto nuovi problemi: rende molto più gravi quelli che esistevano già.
Il suolo: una risorsa che continua a scomparire
Il suolo rappresenta una delle principali infrastrutture naturali di adattamento al cambiamento climatico. È il suolo che assorbe l’acqua piovana, immagazzina carbonio, sostiene la biodiversità, regola il microclima e garantisce la fertilità agricola. Secondo il Rapporto Ispra 2024, l’Italia continua però a consumare territorio a un ritmo superiore rispetto al decennio precedente, impermeabilizzando circa 78 km² in un solo anno. Anche la Sicilia registra una continua riduzione delle superfici agricole e naturali. La diffusione delle energie rinnovabili costituisce una priorità assoluta, ma richiede una pianificazione coerente con gli obiettivi della tutela del territorio. L’utilizzo prioritario di aree industriali dismesse, ex cave, ex discariche, parcheggi, coperture di edifici e altre superfici già artificializzate consentirebbe di accelerare la transizione energetica senza compromettere ulteriormente il patrimonio agricolo e paesaggistico. La lotta contro il cambiamento climatico non può trasformarsi in un nuovo fattore di consumo di suolo.
Una questione democratica, non soltanto ambientale
La crisi degli incendi boschivi non riguarda esclusivamente la protezione dell’ambiente. Essa interroga la qualità della democrazia, l’efficienza delle istituzioni e la capacità dello Stato di garantire diritti fondamentali. La Costituzione italiana, dopo la riforma del 2022, riconosce all’articolo 9 la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi come principio fondamentale della Repubblica, anche nell’interesse delle future generazioni. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività; l’articolo 41 subordina l’iniziativa economica privata all’utilità sociale e vieta che possa arrecare danno alla salute e all’ambiente; l’articolo 44 attribuisce alla Repubblica il compito di assicurare il razionale sfruttamento del suolo e di promuovere la sua conservazione. Ne deriva che la prevenzione degli incendi, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la tutela del patrimonio forestale e il contrasto alla desertificazione non costituiscono semplici opzioni amministrative, ma rappresentano obblighi derivanti dai principi costituzionali e dagli impegni assunti dall’Italia nell’ambito dell’Unione europea e degli accordi internazionali sul clima.
La Sicilia può ancora scegliere
La Sicilia non è condannata a bruciare. La crisi climatica è ormai una realtà con cui sarà necessario convivere per molti decenni, ma la vulnerabilità del territorio non è un destino inevitabile. Essa dipende, in larga misura, dalla qualità delle decisioni pubbliche, dalla capacità di pianificare il lungo periodo e dalla volontà politica di investire nella prevenzione anziché limitarsi a gestire l’emergenza. Ogni estate che passa senza una profonda riforma delle politiche forestali, della gestione delle risorse idriche, della tutela del suolo e della pianificazione territoriale rende l’isola più fragile e aumenta il costo umano, economico ed ecologico dei disastri futuri. Per questo la vera sfida non consiste nel disporre di qualche mezzo aereo in più o nell’annunciare l’ennesimo piano straordinario. La sfida consiste nel ricostruire una cultura del governo del territorio fondata sulla conoscenza scientifica, sulla trasparenza amministrativa, sulla legalità e sulla responsabilità istituzionale.
Il cambiamento climatico continuerà a mettere alla prova la Sicilia. Ma sarà la qualità della sua governance a determinare se gli incendi resteranno una tragedia ricorrente o diventeranno, finalmente, un rischio governabile. Perché il fuoco che ogni estate attraversa l’isola non consuma soltanto boschi, coltivazioni e paesaggi. Brucia la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, mette in discussione la credibilità della politica e rivela, con crudezza, la distanza tra ciò che la scienza raccomanda e ciò che le amministrazioni realizzano. Una società matura non misura la propria capacità di governo dal numero di incendi che riesce a spegnere, ma da quelli che è stata capace di prevenire. È su questo terreno che si giocherà il futuro della Sicilia: non soltanto come territorio esposto alla crisi climatica, ma come comunità chiamata a scegliere se continuare a vivere nell’emergenza permanente o costruire, finalmente, una politica della prevenzione, della legalità e della responsabilità verso le generazioni future. — (2. fine; la prima parte è stata pubblicata qui ieri) © RIPRODUZIONE RISERVATA
