Lo sport mette al bando la Russia condannando la volontà politica di Putin che ha portato la guerra in Ucraina con una serie di clamorose sanzioni per escludere il Paese dalle competizioni internazionali. La Fifa, d’ufficio, ha arrestato il cammino della Russia nel mondiale di calcio che doveva affrontare la Polonia per i playoff verso il Qatar. Anche l’unico club russo rimasto in Europa League è stato estromesso dalla competizione. Clamorosa la cancellazione del Gp di Sochi cui fa eco la scuderia Haas che ha rinunciato allo sponsor russo Uralkali e alla sua seconda guida Nikita Mazepin (pilota di origini russe) 


L’articolo di MARCO FILACCHIONE

In piazza contro Putin e la sua guerra avversata anche dallo sport

QUATTRO ANNI FA, estate 2018, la Russia spalancava le porte al suo primo mondiale calcistico. Un’edizione giudicata poi tra le migliori di sempre dal punto di vista organizzativo. I grandi leader occidentali si barcamenavano tra diplomazia e fastidio (Putin e la Russia erano già sotto sanzioni per l’annessione della Crimea), con due estremi: quello critico rappresentato dal fresco premier inglese Boris Johnson, che paragonava il mondiale alle Olimpiadi hitleriane del 1936, e quello entusiasta di Matteo Salvini, anima del nuovo governo gialloverde, che proclamava a giorni alterni la volontà italiana di togliere le sanzioni all’amica Russia entro la fine dell’anno.

Quattro anni dopo, ai primi step dell’invasione russa in Ucraina, proprio il mondiale di calcio ha fatto da leva per la prima, nettissima condanna: la Russia, che doveva giocare tra pochi giorni nei playoff contro la Polonia per guadagnarsi il viaggio in Qatar nel prossimo autunno, è esclusa d’ufficio dalla Fifa. Interrotto anche il cammino in Europa League dello Spartak Mosca, unico club russo ancora in lizza nelle coppe europee. Ovviamente, spostata la finale di Champions League, prevista originariamente a San Pietroburgo: la nuova sede è Parigi.

Nella Formula Uno la guerra di Putin ha cancellato il Gran Premio di Sochi; la Haas ha eliminato lo sponsor russo

Nei giorni successivi, a pioggia, lo sport mondiale si è mosso per mettere al bando il movimento russo. Fra i provvedimenti più vistosi, la cancellazione in Formula Uno del GP di Sochi; il trasferimento in altra sede dei mondiali di pallavolo, previsti nella patria di Putin dal 26 agosto all’11 settembre; l’esclusione dei club dalle competizioni europee di basket e rugby; l’esodo praticamente completo delle manifestazioni sportive internazionali da ogni lembo del territorio russo. Tolte alla Russia perfino le Olimpiadi di scacchi, specialità che rappresenta una sorta di culto nazionale. Gran parte di queste sanzioni sportive riguardano anche la Bielorussia, politicamente complice delle strategie putiniane.

Se il trasferimento degli eventi, così come le esclusioni di nazionali e club, è una misura prevedibile e perfino doverosa, più complessa la situazione relativa ai singoli atleti, che rappresentano spesso soprattutto se stessi, più che la nazione. Al riguardo, il Comitato Olimpico Internazionale ha “vivamente raccomandato” a tutte le federazioni mondiali di non invitare nelle competizioni sportive internazionali russi e bielorussi. I quali, per bocca dei loro rappresentanti, hanno replicato duramente al Cio, parlando di “discriminazione etnica”.

Il campionato del mondo di Volley non si svolgerà più in Russia

Il tema è ovviamente delicato, anche perché si configura un trattamento diverso fra sport di squadra e sport individuali: per dire, nessuno ha chiesto il rinvio in patria del russo Miranchuk, attaccante dell’Atalanta, o del talento del Monaco Aleksandr Golovin. Una via d’uscita diplomatica può essere l’ammissione degli atleti non accompagnata da simboli nazionali, come bandiera e inno. Così si è regolata ad esempio la federazione internazionale del Judo, che dopo aver sospeso Putin (summa iniuria) dalla carica di presidente onorario, ha definito “non giustificata” la decisione di sanzionare tutti i russi, perché «non possiamo condannare gli atleti per ciò che sta succedendo».

È invece più che possibile condannare il ginnasta Ivan Kuliak, che sul podio di Doha, dopo una gara di Coppa del Mondo, si è presentato con un sorriso beffardo e una “Z” stampata sul petto, la stessa che appare sui carri armati russi in Ucraina e che vuol dire “za pobedu”, per la vittoria. Uno sfregio esibito proprio al fianco del vincitore, l’ucraino Illia Kovtun. Un episodio così sgradevole meriterebbe di passare alla storia come il lato oscuro della celebre protesta di Tommie Smith e John Carlos sul podio olimpico di Città del Messico, nel 1968. Quella era una presa di posizione a difesa dei diritti e dell’uguaglianza, questa una esaltazione in salsa patriottica della legge del più forte. La giovane età (20 anni) del ginnasta e la sua formazione militare rappresentano attenuanti plausibili, così come sacrosanto è l’iter avviato dalla federazione mondiale ginnastica per arrivare a una lunga e meritata squalifica.

Sembra invece esagerato pretendere dagli atleti russi aperte prese di posizione anti-Putin, in un paese nel quale gli oppositori tendono a dissolversi nel nulla. Anche lo sportivo russo più famoso del momento, il tennista Medvedev, attuale numero uno nel mondo, è rimasto nei limiti di un prudente e generico appello alla pace, ripetuto più volte. Molti altri hanno scelto un comprensibile silenzio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.

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