L’abbraccio Jacob-Tamberi e l’estate “buonista” dello sport azzurro (che scalda il cuore)

L’abbraccio di Gianmarco Tamberi a Marcell Jacob dopo l’arrivo del velocista

La vittoria del ventiseienne azzurro Marcell Jacobs è stata il frutto di una gara perfetta: 2,2 metri a falcata, velocità massima di 42,9 km/h raggiunta ai 90 metri, tempo finale 9”80, nuovo record europeo e terzo tempo più veloce di un campione olimpico. Alle 14.52, subito dopo l’arrivo vittorioso, Jacobs ha trovato l’abbraccio di uno scatenato Tamberi, con cui ha passato la vigilia davanti alla Playstation, vagheggiando sogni improbabili: «Pensa se domani vinciamo…». La giornata da leoni della nostra atletica pUò avere un seguito? Nato in Texas e volato a soli 18 mesi a Desenzano del Garda con la madre Viviana, Jacobs non poteva non finire al centro di un teatrino italico: contano più i geni afroamericani di parte paterna o quelli italiani della madre? Di lì, derive maleodoranti sulla razza e polemiche sullo ius soli, che con Jacobs (figlio di un’italiana) non hanno nulla a che fare


L’analisi di MARCO FILACCHIONE

UNDICI MINUTI INDIMENTICABILI, capaci di riscattare oltre un secolo di attesa. O meglio, di placida rassegnazione, perché neanche il più ottimista degli italiani poteva prevedere ciò che sarebbe successo nello Stadio Olimpico di Tokyo fra le 14.41 e le 14.52 del 1° agosto 2021. Un lasso di tempo in cui non c’è stato davvero nulla di normale, a partire dal mini colloquio a tre che ha concluso la gara del salto in alto. Il giudice di gara parlava del “jump off”, lo spareggio previsto per designare il campione olimpico tra l’azzurro Gianmarco Tamberi e il qatariota Mutaz Barshim. I due atleti hanno ascoltato, poi Barshim ha interpretato perfettamente il pensiero di entrambi: «Possiamo avere tutte e due l’oro?». Potete, è stata la risposta. Tamberi e Barshim sono amici, con un passato comune di infortuni seri e ripartenze complicate. Il qatariota aveva già in bacheca il bronzo di Londra 2012 e l’argento di Rio 2016, non c’era davvero alcuna ragione di impegolarsi in uno spareggio e rischiare di perdere la medaglia d’oro. Figurarsi per Tamberi, che cinque anni prima aveva mancato l’appuntamento di Rio per la rottura di un legamento della caviglia, sostituendo l’adrenalina con le lacrime.

Gianmarco Tamberi supera l’asticella a 2.37, primo oro maschile azzurro nel salto in alto

Per la prima volta l’atletica italiana poteva festeggiare un oro nel salto in alto maschile (tra le donne l’impresa riuscì a Sara Simeoni nel 1980), ma la sequenza magica era solo all’inizio. A pochi passi da un Tamberi al settimo cielo si preparavano i finalisti dei 100 metri, la prova regina dell’atletica leggera, quindi dell’intero programma olimpico. Cosa mai accaduta prima, negli otto c’era anche un italiano, Marcell Jacobs. Si sa come vanno le cose per certi sport: i riflettori per il grande pubblico si accendono quasi esclusivamente in occasione delle Olimpiadi, e questo vale anche per la nobile atletica. Così, in pochi conoscevano il ventiseienne Marcell Jacobs, benché nel maggio scorso avesse fatto segnare sui 100 metri un mirabolante 9”95, battendo il record italiano che apparteneva a Filippo Tortu (9”99).

Ecco, Tortu: lui sì che aveva già conquistato un rilievo mediatico da grande personaggio, dal 2018, quando a soli vent’anni era diventato il primo sprinter italiano a scendere sotto i 10 secondi, superando il preistorico 10”01 di Mennea. Ma Tortu, entrato da qualche tempo in una fase critica, si era fermato in semifinale, non andando oltre i 10”16.

Marcell Jacobs taglia il traguardo dei 100 metri a 9″80, oro olimpico e nuovo record europeo [credit David J. Phillip, Ap]

«La finale sarebbe un punto di partenza — aveva detto Jacobs a qualche settimana dalle Olimpiadi — il vero sogno è conquistare l’oro. Lavorerò finché avrò fiato per questo obiettivo». Ma visto come erano andate le cose in batteria e in semifinale, non sembrava più assurdo prendersi tutto in un’unica soluzione. La vittoria dell’azzurro è stata il frutto di una gara perfetta: 45 passi dai blocchi all’arrivo (2,2 metri a falcata), velocità massima di 42,9 km/h raggiunta ai 90 metri, tempo finale 9”80, nuovo record europeo e terzo tempo più veloce di un campione olimpico, dopo il doppio exploit di Bolt a Londra 2012 (9”63) e a Pechino 2008 (9”69). 

Alle 14.52, subito dopo l’arrivo vittorioso, Jacobs ha trovato l’abbraccio di uno scatenato Tamberi, con cui ha passato la vigilia davanti alla Playstation, vagheggiando sogni improbabili: «Pensa se domani vinciamo…». Ora che tutto è accaduto, ci si può chiedere se la giornata da leoni possa avere un seguito, o se l’atletica azzurra rientrerà nei ranghi. Bisogna pur ricordare che in tutta la storia dei Giochi le medaglie d’oro italiane, prima degli exploit di Jacobs e Tamberi, erano state solo 19 (8 delle quali nella sola marcia, nostro storico fiore all’occhiello). A dispetto di tale retaggio poco confortante, tuttavia, i segnali sembrano positivi, anche in discipline tradizionalmente avare di soddisfazioni. Alessandro Sibilio, finalista nei 400 ostacoli, e Sara Fantini, tra le elette del martello, sono altri rappresentanti di un movimento in lenta crescita.

Marcell Jacobs davanti al tabellone col tempo finale della vittoria e il tricolore sulle spalle

Quanto a Jacobs, nato in Texas e volato a soli 18 mesi a Desenzano del Garda con la madre Viviana, non poteva non finire al centro di un teatrino italico, tristemente focalizzato sui geni ereditari: contano più quelli afroamericani di parte paterna o quelli italiani della madre? Di lì, derive maleodoranti sulla razza e polemiche sullo ius soli, che con Jacobs (proprio perché figlio di un’italiana) non hanno nulla a che fare. Molto meglio concentrarsi sugli abbracci: da quello fra Mancini e Vialli dopo la vittoria agli Europei di calcio, siamo rapidamente passati a quello tra Jacobs e Tamberi sotto il cielo olimpico. Sarà anche un’estate “buonista”, ma riscalda il cuore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Marco Filacchione, romano, ha esplorato ogni periodicità del giornalismo scritto, lavorando per mensili, settimanali, quotidiani e agenzie di stampa. Ha cominciato negli anni Ottanta con “Il Messaggero”, poi ha seguito da inviato per anni Giro d’Italia, Tour de France e classiche del Nord per il mensile “Bicisport”. In seguito si è occupato di calcio con il mensile “Newsport” e ha fatto parte della redazione del “Corriere dello Sport”, di cui è tutt'ora collaboratore. È autore di una decina di volumi di carattere sportivo.