Ancora alluvioni da Nord a Sud, le ultime in Sardegna e in Calabria. Si sa cosa fare da venti anni (e non si fa)

Fango, detriti, evacuazioni e morti la settimana scorsa. Un film dell’orrore che si ripete. Tutto scritto e tutto uguale a quanto analizzò la Commissione d’inchiesta sul dissesto idrogeologico nell’inverno del 2000. Il lavoro di allora ricostruito per Italia Libera da uno dei protagonisti principali di quella battaglia parlamentare serrata e a spron battuto


 di SAURO TURRONI, già presidente della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei deputati

«Era una notte buia e tempestosa…». L’eterno incipit del libro che Snoopy non scriverà mai assomiglia in modo impressionante, quasi speculare, a quanto si ripete, sempre uguale a sé stesso, da innumerevoli anni ad ogni alluvione. Sono già pronti i lai dei parlamentari delle zone colpite, quelli delle Regioni che chiedono la dichiarazione dello stato di emergenza e soldi per le opere di riparazione dei danni. Perfino, sono sempre uguali a sé stessi gli articoli degli organi di informazione che ci ripetono quanto territorio è sottoposto a rischi idrogeologico, quante le persone colpite o decedute, quanti i danni, insieme con l’individuazione generica dei colpevoli: in genere tutti, e cioè nessuno.

E, come nel libro di Snoopy, non viene scritta una riga in più. Anche dopo le recentissime alluvioni in Sardegna e in Calabria, si dichiara che sarebbe necessaria, fondamentale, urgente la prevenzione ma nulla viene detto di serio in proposito, se non − ancora una volta − la generica ripetizione di ricette in grado di affrontare il problema nei suoi molteplici e concatenati aspetti. Vanno dall’ordinamento alle riforme, dalle modifiche costituzionali del Titolo V della Costituzione allo spezzettamento delle competenze, dall’impoverimento delle strutture tecniche alle capacità di operare, dalla organizzazione dei servizi alla sottovalutazione delle competenze degli organismi tecnici, dall’uso del suolo ai condoni, dall’eterno utilizzo delle procedure emergenziali all’invenzione di strutture di missione, dall’abbandono della pianificazione alla soppressione del sistema dei controlli, dalla gestione dei demani a quella dei boschi, eccetera.

Giusto 20 anni fa, nell’ottobre del 2000, la Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera − che allora presiedevo − decise di compiere una indagine conoscitiva sugli eventi che avevano devastato e stavano ancora colpendo in quei giorni l’Italia del Nord. Erano le stesse zone coinvolte nell’alluvione del novembre del 1994, per le quali era stato disposto lo stanziamento, per riparare i danni e mettere in sicurezza i territori, di 11 mila miliardi di lire. Una somma enorme.

Si trattò di una indagine serrata, fatta a spron battuto, avviata mentre gli eventi calamitosi erano ancora in corso e si temeva che gli argini del Po, in modeste condizioni di manutenzione, potessero cedere a causa del lentissimo procedere dell’ondata di piena e della durata delle sollecitazioni provocate dalla pressione dell’acqua. 

Le finalità dell’indagine erano riconducibili ai seguenti obiettivi: 
a) la definizione delle cause all’origine del fenomeno alluvionale e della sua particolare distruttività; b) la valutazione dei danni arrecati a persone e cose;
 c) l’individuazione dei possibili interventi − di carattere normativo e gestionale − capaci di ridurre, per il futuro, le conseguenze negative connesse alle avversità atmosferiche che si verificano, soprattutto in determinati periodi dell’anno, sul territorio nazionale.

In poche settimane l’indagine fu portata a termine. Fin da allora è chiara la direzione verso cui è necessario andare. Ecco, in estrema sintesi, le conclusioni del documento approvato dalla Commissione il 7 febbraio 2001, rintracciabile negli atti parlamentari, al punto 8:

«[…] si intende ribadire la necessità di assicurare:
 1) l’esercizio unitario delle competenze relative alla difesa del suolo;
 2) l’unitarietà della gestione dei problemi afferenti ai singoli bacini fluviali;
 3) la continuità e la certezza dei finanziamenti destinati ad interventi di prevenzione e di manutenzione necessari per la sicurezza idrogeologica del territorio, con particolare riguardo alla realizzazione di “casse di espansione”;
 4) la rapida approvazione e l’attuazione degli strumenti di pianificazione previsti dalla vigente normativa per le predette finalità;
 5) la realizzazione di una accurata opera di vigilanza in merito alla preservazione dell’assetto idrogeologico del territorio;
 6) il potenziamento ancor più evidente del sistema di pronto intervento, ai fini di una sempre più efficace e tempestiva azione di allertamento, protezione e soccorso delle popolazioni interessate;
 7) l’adozione di criteri rigidi che evitino la vendita del demanio fluviale necessario per interventi di sistemazione dei corsi d’acqua; 8) la gestione unitaria delle competenze attualmente esercitate dal Magistrato per il Po, assicurandone la piena operatività anche sotto il profilo dell’organico; 
9) l’avvio di un processo di delocalizzazione degli edifici posti in aree a rischio, valutando anche le condizioni di rischio provocate da talune opere pubbliche, ai fini di eventuali interventi di messa in sicurezza delle medesime».

Nulla, o quasi, è stato messo in atto. Sono ancora quasi tutte da scrivere le pagine successive di quelle che si limitano al consueto modo di affrontare “l’emergenza” o meglio “l’evento eccezionale”.

Poche settimane fa il Sole 24 Ore ha pubblicato a grandi linee una relazione predisposta dal ministero dell’Ambiente per il sottosegretario Morassut sulla base di report di tutte le singole Regioni. Il quadro sullo stato degli interventi per combattere il dissesto idrogeologico è desolante. Il dato che sembra interessare di più è la quantità di soldi spesi, davvero pochi, solo il 26% di tutti quelli messi a disposizione per gli interventi. Non una parola, però, sul come è stato speso questo 26%, per fare cosa, al fine di capire la qualità e la reale efficacia degli interventi.

È molto lungo ed articolato, invece, l’elenco dei nuovi poteri sempre più straordinari rivendicato dalle Regioni. I Presidenti pretenderebbero, addirittura, che i poteri commissariali si estendessero anche alla potestà del superamento della Valutazione di impatto ambientale e della Valutazione di impatto strategico. La relazione del ministero evidenzierebbe anche − a quanto pare − che «i commissari dovrebbero esercitare i loro poteri autorizzativi e sostitutivi per comprimere i tempi delle procedure anche in campo ambientale». Per chi sa leggere fra le righe si tratta del sostanziale annullamento delle possibilità di effettuare istruttorie tecniche degne di questo nome, avendo talmente ridotto tempi e inciso sulle procedure che le valutazioni si ridurrebbero solo ad atti puramente formali. D’altronde questo, purtroppo, è uno degli esiti del decreto semplificazioni.

Quindi interventi purchessia, pur di poter dire di aver speso del denaro. Quale la differenza con quanto avvenne dopo l’alluvione del ’94? Sei anni dopo si vide che la montagna di soldi spesi allora non aveva comportato praticamente nessun miglioramento delle capacità di contrasto del dissesto. Ora sono passati altri 20 anni ma siamo più o meno sempre allo stesso punto. Come dimostrano le alluvioni lungo la costa ionica calabrese e nella Sardegna centro orientale della settimana scorsa. − (1. Continua)

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Foto: sotto il titolo, alluvione a Bitti (Nuoro) del 29 novembre 2020 con tre vittime; in alto, i detriti nel centro del paesino nuorese; al centro, alluvione a Crotone nel 1996 e, subito sotto, l’alluvione della settimana scorsa nelle stesse strade del ’96; in basso, dissesto stradale, soccorritori in un centro abitato, pecore in salvo nelle campagne di Bitti

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Architetto e urbanista, dal 1972 ha svolto la propria attività professionale pubblica in qualità di dirigente presso i Comuni di Cervia e Cesena; dal 1986 è stato dirigente all’urbanistica, servizio tutela e valorizzazione del territorio, della Regione Emilia Romagna. Ha progettato, fra l’altro, il Piano Territoriale Paesistico dell’Emilia Romagna, ed è stato responsabile del laboratorio regionale per la sperimentazione della pianificazione ecologica. Dal 1992 e per quattro legislature consecutive è stato deputato e senatore dei Verdi. È stato anche il primo parlamentare italiano a recarsi in Antartide e in Artide per le ricerche sul clima. Dal 2007, per otto anni è stato membro della Commissione scientifica nazionale per l’Antartide (Csna). Nel settembre del 1995 è stato a Mururoa con Greenpeace contro gli esperimenti nucleari e nel ’96 a Cernobyl per il decennale della catastrofe. Dal 1994 al 1996 ha fatto parte della delegazione italiana presso l’Osce. È presidente di una Fondazione con scopi di solidarietà sociale.