«Mio padre ha scelto me perché, dei miei fratelli, sono il solo a parlare un po’ di inglese». Lo disse ai carabinieri che lo avevano fermato a Tolmezzo in Friuli, mentre camminava insieme ad un coetaneo che aveva invece come meta l’indirizzo di una sorella a Bruxelles. «Dove volete andare?» era stata la prima domanda dei militari, di routine come le altre: «Nella mia città non sai se arrivi vivo a sera». E poi il racconto del suo viaggio: l’Afghanistan devastato prima ancora del ritorno al potere dei Talebani, con la facile riconquista di Kabul, ad agosto 2021, e la decisione familiare di farlo emigrare sin da giugno verso le porte dell’Occidente ricco come unica soluzione per arginare la fame di chi non ha nulla e nessuno cui appoggiarsi. Fuorché indebitarsi con le bande criminali. Tre mesi dopo la partenza a piedi dal Friuli era in Valle di Susa, riverso sulla massicciata della ferrovia, a qualche decina di metri dal punto di impatto con il treno che l’aveva colpito e fatto volare, insieme con la sua vita


La storia di ALBERTO GAINO

Sotto il titolo, la foto segnaletica di Ullah Rezwan Sheyzard scattata nella caserma dei carabinieri di Tolmezzo che lo ritrae sorridente: gli era stato appena comunicato che non sarebbe stato rispedito in Slovenia; qui in alto profughi in cammino

SI CHIAMAVA ULLAH Rezwan Sheyzad e scriverlo per intero è importante: perché di una storia come quella che sto per raccontare poter indicare un nome e cognome aiuta ad inchiodare l’attenzione su una persona e non solo su un corpo senza più vita, ridotto a ciò che conosciamo come cadavere: qualcosa diverso da noi che viviamo. Eppure racconta anche di noi e del nostro paese la storia di questo ragazzo di 15 anni, afghano, investito e ucciso da un treno sui binari della ferrovia su cui camminava, ai margini del Gran Bosco di Salbertrand, in Valle di Susa, e, per ciò che a lui interessava, ad una manciata di chilometri dal confine con la Francia. Da dove avrebbe voluto salire sino a Parigi, per raggiungere un familiare che lo avrebbe aiutato a trovare lavoro e mandare denaro a casa, ogni mese. «Mio padre ha scelto me perché, dei miei fratelli, sono il solo a parlare un po’ di inglese». 

Ullah lo disse ai carabinieri che lo avevano fermato a Tolmezzo in Friuli, mentre camminava insieme ad un coetaneo che aveva invece come meta l’indirizzo di una sorella a Bruxelles. «Dove volete andare?» era stata la prima domanda dei militari, di routine come le altre. Ma non altrettanto piatte si erano tradotte nelle risposte di Ullah: «Nella mia città non sai se arrivi vivo a sera». E poi il racconto del suo viaggio: l’Afghanistan devastato prima ancora del ritorno al potere dei Talebani, con la facile riconquista di Kabul, ad agosto 2021, e la decisione familiare di farlo emigrare sin da giugno verso le porte dell’Occidente ricco come unica soluzione per cercare di arginare la fame di chi non ha nulla e nessuno cui apppoggiarsi. Fuorché indebitarsi con le bande criminali che da internet offrono il loro know-how aziendale:  mezzi e tariffe per il viaggio, alternativa al cammino e al “game”, come dolorosamente i migranti chiamano l’affrontare le frontiere della rotta balcanica e le sempre più frequenti “barriere tecniche” finanziate direttamente o indirettamente dall’Unione Europea per arginare a sua volta il flusso dei camminanti. 

Al confine tra Turchia e Grecia, i reticolati pagati con 3 miliardi di euro dall’Unione Europea al regime di Erdogan nel 2016 per arginare al di là del Bosforo l’arrivo dei migranti lungo la rotta balcanica

Quanto vale la politica securitaria europea per dotare le forze di polizia di muri, reticolati sormontati di filo spinato e controllati da telecamere? Quanto spende la Ue per il resto, cioè le tecnologie sempre più sofisticate (droni, visori termici, sensori elettronici in grado di intercettare il battito cardiaco a distanza o di visualizzare la sagoma di un migrante all’“assalto” ad un chilometro e mezzo dalla sua meta)? I primi 3 miliardi di euro elargiti nel 2016 al regime di Erdogan per bloccare milioni di profughi al di là del Bosforo sono stati il chiaro segnale di una politica contro le persone in fuga da guerre, carestie, vecchie e nuove dittature e non contro almeno la rete criminale internazionale che sin da Kabul prospera sulla tratta di esseri umani grazie a confini resi ugualmente porosi dalla corruzione di quegli stessi soggetti che li sorvegliano con tutti quei mezzi tecnologici a disposizione. 

La famiglia di Ullah si è indebitata per 6 mila euro con una banda criminale. Così il ragazzo ha potuto intraprendere un viaggio che è stato spedito per oltre metà della rotta balcanica. Poi anche lui è diventato un camminante e ha subìto le violenze di strada che possiamo tutti immaginare se abbiamo occhi per guardare dentro la realtà di adolescenti soli e resi particolarmente vulnerabili dal bisogno di non fermarsi. Partito dall’Afghanistan a giugno, Ullah era a Tolmezzo il 3 novembre scorso, seduto davanti ad una scrivania a raccontare la sua storia ad un carabiniere. Poi la foto segnaletica, che lo ritrae sorridente: gli era stato appena comunicato che non sarebbe stato rispedito in Slovenia, come è accaduto troppo spesso grazie alla politica securitaria italiana del governo gialloverde, con Salvini al ministero dell’Interno, in barba alla legge Zampa del 2017, concepita e approvata per proteggere i minori stranieri.

In un’agricomunità in Friuli dissuasero Ullah e l’altro adolescente afghano dal ripartire, raccontandogli dei severi controlli per chi viaggiasse senza documenti e certificazioni anti-virus

La storia di Ullah diventa sempre più simbolica di questi tempi truci: la foto di un ragazzino sorridente che assomiglia a Dybala, il campione argentino di calcio, scolora con il suo piglio sbarazzino nel seguito che “La Stampa” di Torino, nel pubblicare immagine e grafico della rotta balcanica, riporta per quanto riguarda l’orrenda conclusione ignorandone la causa: la totale solitudine di un quindicenne sul suolo italiano. 

Dopo essere stato accompagnato in una prima comunità per trascorrervi i 10 giorni canonici di quarantena previsti dalla normativa anti-Covid che lui non aveva (e dove non ci si ricordava di lui tre mesi fa quando chiamai per aver notizie: «Questo è un porto di mare, di ragazzi ne passsano tantissimi»), Ullah fu portato in un’altra struttura insieme all’amico afghano con cui aveva affrontato parte del viaggio. Un’agricomunità in cui cercarono di dissuaderlo dal ripartire e di trattenerlo raccontandogli dei severi controlli per chi viaggiasse senza documenti e certificazioni anti-virus. L’ultimo dei pensieri dei due giovanissimi. Che una notte lasciarono la comunità di nascosto per timore di essere bloccati. Del secondo ragazzo afghano non si è saputo più nulla. Di Ullah, purtroppo, sì: tre mesi dopo la loro partenza a piedi dal Friuli, era in Valle di Susa, riverso sulla massicciata della ferrovia, a qualche decina di metri dal punto di impatto con il treno che l’aveva colpito e fatto volare, insieme con la sua vita. 

Ullah aveva seguito i binari della ferrovia, sicuro che non avrebbe smarrito la strada e che nessuno l’avrebbe fermato su una linea che, superata l’ultima grande città, Torino, imboccava con la Valle di Susa numerose gallerie buie, strette e pericolose, come il manuale del ferroviere documenta. Ullah è andato a morire su un terrapieno, spossato dalla stanchezza di tanto cammino e per questo i suoi sensi non dovevano averlo allertato del sopraggiungere del treno. Che non si è fermato. Il macchinista non si è accorto di aver investito una persona o un grosso animale? Quando mi occupavo di cronaca i ferrovieri alla guida dei convogli avvertivano l’urto sull’acciaio del locomotore lanciato in velocità. Era un suono strano e fermavano il convoglio. 

Ullah è andato a morire il 26 gennaio scorso su un terrapieno, spossato dalla stanchezza di tanto cammino: i suoi sensi non dovevano averlo allertato del sopraggiungere del treno; il suo corpo è stato rimpatriato a febbraio

Per Ullah non è accaduto. Il suo corpo è stato scoperto da cantonieri che svolgevano lavori di manutenzione sulla linea e si è stabilito che la morte del ragazzo doveva risalire al 26 gennaio scorso. È stata aperta un’inchiesta contro “ignoti”, chiusa il 28 febbraio successivo, e ancora nei mesi successivi la polizia ferroviaria rispondeva alle mie telefonate di vecchio cronista con il “segreto investigativo”: per troppo tempo mi ero occupato delle vittime nel loro percorso di morte e, mesi dopo, volevo sapere se il corpo di Ullah era rimasto in una cella frigo nella morgue di un ospedale della zona, oppure se era stato sepolto; nel primo caso avrei mobilitato qualche amico per aiutarmi nel fare qualcosa per Ullah almeno da morto.

Mi è è rimasto il mio vecchio mestiere: ho fatto decine di telefonate, mi sono rivolto ad autorità civili e religiose, finché non ho chiamato il magistrato che aveva aperto il fascicolo sulla fine di Ullah. Almeno lei, una donna che aveva lavorato al tribunale dei minori e che ne ha conservato l’impronta di impegno civile, così scarsa in tante altre sedi giudiziarie, mi ha dato l’unica informazione che chiedevo: il corpo di Ullah è stato rimpatriato sin da febbraio dopo che lo stesso magistrato aveva sollecitato le autorità diplomatiche competenti. Anche la famiglia di Ullah, in Afghanistan, era stata avvisata. In eredità a genitori e fratelli e a noi stessi rimane la determinazione di quel  ragazzino che camminava di notte, presumibilmente, per non farsi scoprire e per non essere fermato. 

Spinto oltre le sue forze dall’impegno di cui era stato investito: raggiungere Parigi, in tasca aveva un numero di telefono della capitale francese, sulle spalle uno zainetto contenente un berretto di lana, una felpa e un caricatore a batteria per il telefonino, con cui tenersi in contatto con casa. 

Una sala dell’Asai di Torino, associazione di volontariato che da oltre trent’anni offre ospitalità e riparo ai minori stranieri soli; le comunità per minori stranieri sono state smantellate dopo i decreti del ministro dell’Interno Matteo Salvini nel primo governo di Giuseppe Conte

A Torino avrebbe potuto fermarsi un poco, a cercare ristoro presso l’Asai, associazione di volontariato che da oltre trent’anni offre ospitalità e riparo ai minori stranieri soli in strada. Un punto di riferimento in particolare per i ragazzi afgani. Ullah non ha cercato i volontari dell’Asai: non era a conoscenza della loro esistenza. Così come di altri luoghi sicuri. Ullah sapeva di avere solo se stesso su cui contare e la sua solitudine è stata davvero totale in una terra che doveva sentire come straniera. Per questo motivo la sua morte, oltre che terribilmente reale, è anche simbolica, nel segno di un’eredità, non ancora cancellata, lasciataci dal ministro Salvini.

Ce ne ha parlato Sergio Durando, fondatore dell’Asai e ora a capo dell’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi torinese e della “Camminare insieme”, eredità viceversa di un arcivescovo profetico, Michele Pellegrino, in via Cottolengo, la via del Bene per tanti torinesi. Durando parla di un fenomeno complesso riferendosi alla rete delle Ong e delle comunità per i migranti in cammino: «Dentro, ci trovi di tutto, anche operatori non adeguatamente preparati che non mettono al centro la persona, così come strutture che portano avanti progetti per avere finanziamenti e campare». 

Al cuore della questione Durando giunge quando la nostra conversazione vira concretamente sulle persone: «Chi decide di ripartire viene sostenuto da un certo tipo di associazionismo e comunità». Gli rammento che so di persone che hanno accompagnato in auto oltre confine ragazzini soli in cammino. Durando mi riferisce a sua volta di una comunità parrocchiale, religiosi e laici, che hanno aiutato a crescere in sicurezza un altro giovanissimo afghano: «Adesso ha un lavoro e sta per affittare un appartamento dove andare a vivere per conto suo. Era stato accolto al suo arrivo a Torino nella comunità per minori stranieri di San Mauro, altro hinterland torinese, che, a renderla comunità e non solo una struttura, era il gruppo di famiglie della zona che la sostenevano. Dopo le politiche anche sui minori del ministro Salvini adesso una comunità come quella di San Mauro non esiste più e con essa si è disperso il patrimonio umano che vi si era raccolto intorno». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista di lungo corso, collaboratore a “il manifesto” nei primi anni Settanta, dal 1981 cronista prima a “Stampa Sera”, poi a “La Stampa”, nella sua carriera si è occupato soprattutto di cronaca giudiziaria. Tra i suoi libri “Falsi di stampa: Eternit, Telekom Serbia, Stamina” (2014) e “Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione” (2017).

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