Il governo è ancora nella testa della Meloni (e del Presidente Mattarella) e già partono i distinguo su quale opposizione fare. Chi è impegnato a leccarsi le ferite (il Pd) la annuncia “assoluta”, anche i Cinque Stelle non danno tregua (almeno sulle loro bandiere: Reddito di cittadinanza e Superbonus). Calenda deciderà di volta in volta. Sembra facile. Guardando qualche esempio pratico non lo è poi tanto, neanche per l’autodefinito Terzo Polo, ovvero chi nelle urne è risultato essere il sesto partito. E sarebbe stato meglio vincere


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

Roma, 1 luglio 2022. Il presidente del M5S Giuseppe Conte e il segretario del Pd, Enrico Letta, durante l’evento della Cgil ”Il Lavoro interroga”, pochi giorni prima della rottura del campo largo che ha spalancato le porte alla vittoria della destra: il lavoro interrogò ma la risposta si perse per strada (credit Ansa/Ettore Ferrari)

LE MINORANZE USANO tre aggettivi per definire il loro tipo di opposizione. Il primo è uguale per tutte: “dura”. Poi cominciano i distinguo. Per alcune sarà solo intransigente, per altre invece anche costruttiva. Ci siamo già: per Pd e 5 Stelle sarà assoluta, per Calenda costruttiva (collaborativa si presta a qualche equivoco). La differenza non è banale e neanche meschina. Ci si capisce meglio facendo un esempio. Dice Calenda: se il governo nelle proprie leggi di riforma proporrà che i Governatori abbiano, in casi di emergenza, il potere di superare tutti i veti del territorio (ambientalisti e comitati per il no, immagino io visti i tempi) e se cambierà l’attuale sistema legislativo da bicamerale a monocamerale, io sono pronto a votare quegli articoli di legge.

Analizziamo i vari aspetti della questione. Bisogna vedere come sarebbero scritti i singoli articoli. Quali condizioni stabiliranno una emergenza? I Governatori saranno l’autorità che emana l’ordine ma certo non a loro capriccio. Si presuppone un iter — soprattutto scientifico — che lo giustifica. Una Camera dei parlamentari unica può essere una mossa per rendere più rapido e produttivo il percorso delle decisioni, per offrire al paese quella democrazia “decidente” che tutti invocano. Ma probabilmente per i padri costituenti il bicameralismo non era solo una tecnicalità ma un elemento portante dell’equilibrio tra poteri, proprio nel controllo e “aggiustamento” reciproco svolto dalle Camere col proprio lavoro.

Il presidente di Azione, frontman del Terzo Polo (e sesto partito), con l’incombente partner elettorale Matteo Renzi, campioni dell’egotismo politico: «Siedi, ignorantone, ché in qualunque posto io mi metta, io sarò sempre il solo capo di tavola» (copyright Miguel de Cervantes)

Modificare un singolo elemento di un “sistema” organico porta — comunque — a una riorganizzazione di tutta la filiera, a monte e a valle. A quel punto Calenda, pur acconsentendo solo ad alcune decisioni parziali e particolari, rischia di rendersi indirettamente partecipe di ben altro assetto che magari non voterà? Sia ben chiaro che il presidente di Azione — a mio avviso — non vuole certamente accreditarsi con il governo, non vuole fare “l’entrista”. Egli sa bene che l’esecutivo gode di una maggioranza schiacciante e non abbisogna di voti di riserva. Calenda fa il mestiere del riformista che significa cercare non una palingenetica ristrutturazione ma il continuo miglioramento di una situazione sempre perfettibile. 

Una posizione certamente diversa dall’organicismo delle ideologie che partono dal presupposto che il tuo avversario sbaglia per definizione e non va mai aiutato perché userà quell’aiuto proprio contro di te. Naturalmente il presidente di Azione vuole anche ribadire la sua equidistanza tra destra e sinistra, di partito “indipendente” e libero, pronto a sostenere il meglio che c’è in entrambi gli schieramenti (in quello di sinistra per ora non ne ha trovati).

Un ultimo aspetto, solo psicologico. Secondo voi, se di fronte ad un referendum confermativo di una legge di riforma costituzionale che contiene tantissimi aspetti — pur dando indicazione di voto per il no — riconosco alcuni buoni propositi, dimostro più l’occasione mancata oppure un certo equilibrio nel proponente? Vedete quanto è complesso fare l’opposizione. Non era meglio vincere? © RIPRODUZIONE RISERVATA

Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.

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