Ritratto di Antonio Cederna di Giovanna Borgese

Ai vizi generali della nostra cultura, vanno aggiunti alcuni vizi particolari del nostro giornalismo. Il primo vizio consiste nella granitica pretesa, in chi fa un giornale, di sapere quello che interessa al pubblico dei lettori. È una pretesa che non si sa su cosa si basi. Il secondo vizio è la pretesa di “imparzialità” e di “obiettività”, come se si potesse essere spettatori imparziali di una speculazione edilizia, di una fuga di diossina, di una morte in fabbrica per inquinamento. Terzo vizio è l’incostanza, l’annoiarsi presto, il precoce fastidio, e quindi la propensione a degradare a moda passeggera i problemi seri


L’articolo di ANTONIO CEDERNA

[…] È UN INTERESSE TIEPIDO quello che la stampa italiana dimostra da sempre per i problemi dell’ambiente, della qualità della vita, delle risorse naturali, dell’ecologia, dell’inquinamento, del territorio generale. Interesse tiepido e saltuario, che rispecchia ovviamente l’arretratezza della cultura italiana in materia. Una cultura, come sappiamo, figlia dell’arcadia e dell’accademia, fatta di laureati in belle lettere, di letterati e di avvocati, risultante, per dirla un po’ all’ingrosso, dalla miscela di cattolicesimo, idealismo e marxismo. 

«L’impasto di cattolicesimo, idealismo e marxismo è alla base dell’incultura delle nostre classi dirigenti sui problemi ecologici e ambientali» 

È una miscela che finora non ha dato buoni risultati: il cattolicesimo ha dissacrato la natura, e ci ha dato un papa che benediceva il tiro al piccione (fa eccezione l’ultima enciclica del papa attuale), l’idealismo ci ha insegnato che la natura non esiste, che le scienze sociali non sono una cosa seria e per decenni ha tolto l’insegnamento delle materie scientifiche dalle scuole; il marxismo, almeno nella sua vulgata, ha per decenni predicato il carattere sovrastrutturale di ogni intervento razionalizzatore di ambiente e territorio, rimandando alla palingenesi finale la soluzione dei problemi, e solo recentemente ha cominciato ad affrontare seriamente i problemi ambientali. Così che San Francesco e Carlo Cattaneo appaiono assai poco italiani, meteoriti cadute dal cielo e sperse nella nebbia. 

Per sommaria che sia questa analisi, essa sta a significare che, prima ancora della speculazione edilizia e industriale, prima del culto della rendita fondiaria, prima della politica di rapina territoriale ispirata al disprezzo dell’interesse pubblico esercitata da trent’anni di dominio delle peggiori forze economiche, alla base del saccheggio del nostro Paese sta una grave carenza di cultura, una grave sottovalutazione del problema: e dunque, questa è la difficoltà, come pretendere di aver ragione di profittatori, speculatori e distruttori se non si riesce a mobilitare intellettuali, letterati e scrittori afflitti da una simile ignoranza in fatto di ambiente e territorio? 

«Un infimo spazio è riservato dai quotidiani ai problemi ambientali»

Non è qui il caso di fare il diagramma dello spazio riservato dai giornali ai problemi ambientali negli ultimi dieci anni, da quando cioè l’ecologia, almeno da noi, si è imposta all’attenzione generale. È un diagramma che alterna lunghe cadute a brevi impennate; nel deprimente spettacolo della stampa quotidiana, con la sua infima percentuale di spazio riservata a questi problemi, il “Corriere della Sera” è quello che mediamente meno sfigura: le punte massime si devono, in sostanza, al periodo di Giulia Maria Crespi. 

Certo è che, ai vizi generali della nostra cultura, vanno aggiunti alcuni vizi particolari del nostro giornalismo. Il primo vizio consiste nella granitica pretesa, in chi fa un giornale, di sapere quello che interessa al pubblico dei lettori. È una pretesa che non si sa su cosa si basi, dal momento che nessun giornale ha mai promosso, che si sappia, una seria indagine di opinione (o se l’ha promossa l’ha tenuta nascosta) per sapere quello che il pubblico vuole. Ci fosse più attenzione all’Italia reale, ci si accorgerebbe che da tempo il dibattito culturale e politico locale, in comuni, province e regioni, da un capo all’altro d’Italia, è prevalentemente incentrato sulle questioni dei piani regolatori, della difesa dell’ambiente, della lotta all’inquinamento, della salvaguardia dei beni culturali, della difesa della natura: e che questo moltissima gente vorrebbe veder trattato sui giornali, anziché essere oppressa da pagine e pagine sacrificate alle chiacchiere del Palazzo, alle insulse dichiarazioni di onorevoli, al nauseante bizantinismo politico, alle prediche letterario-teologiche. 

«Come si può essere spettatori imparziali di una speculazione edilizia o di una morte in fabbrica?»

Il secondo vizio è la pretesa di “imparzialità” e di “obiettività”, ossia, come ha detto un famoso direttore in una famosa intervista, il principio che il giornalista deve essere soltanto “spettatore” e quindi “riferire ciò che crede di aver capito indipendentemente dalle proprie preferenze”. A parte tutto quello che si potrebbe dire circa l’obiettività dei giornali che pretendono di essere obiettivi, come si può essere spettatori imparziali di una speculazione edilizia, di una fuga di diossina, di una morte in fabbrica per inquinamento, eccetera? Di fronte a questi fatti si deve essere parziali per principio, anche solo per buona educazione: l’imparzialità sarebbe solo complicità, e infatti imparziali sono solo quei giornalisti che vengono, per dir così, plagiati dalle società immobiliari, dalle imprese industriali e dagli inquinatori. 

Terzo vizio è l’incostanza, l’annoiarsi presto, il precoce fastidio, e quindi la propensione a degradare a moda passeggera i problemi seri. Nulla di più umiliante per un giornalista cercare di convincere i superiori, all’altro capo del telefono, dell’importanza di un dato argomento. Qualche brontolio, molte obiezioni, e poi, strappato il consenso e assegnate le righe, ecco la frase che lascia senza parole: “Sì, l’articolo te lo pubblichiamo oggi su domani se non succede qualcosa”. Se non succede qualcosa! Come dire che nel giornale non c’è uno spazio prestabilito per l’ambiente e l’urbanistica, e che qualunque accidente di cronaca, omicidio di suocera o bomba molotov, può far saltare l’articolo o sottoporlo alle solite sforbiciate a tradimento. 

Antonio Cederna, in un’immagine degli anni Ottanta, alla sua Lettera 32 (Foto di Giovanna Borgese)

E con questo arriviamo al vizio di fondo del nostro giornalismo, cioè al culto maniacale e nevrotico della “notizia”: quella “notizia” che, secondo quanto ai giornalisti è stato insegnato fin dalla culla, deve essere il fine ultimo, la ragione di essere esclusiva del loro mestiere; quella “notizia” che, come ci siamo sentiti ripetere fino alla nausea, deve essere, ohibò, separata dal “commento” come il diavolo dall’acqua santa; quella “notizia”, infine, alla quale sacrificano con civetteria anche le grandi firme quando, nel corso di impegnative inchieste su qualche grave problema nazionale, si rivolgono ai lettori autodefinendosi umilmente “il vostro cronista”. Cosa per cui, come è detto ancora in quella celebre intervista, il giornalista non dovrebbe far altro che “augurarsi che le cose accadano, che siano interessanti, che lui se ne accorga prima degli altri e che sappia prima degli altri capire come andrà a finire…”. 

Conseguenza di questo modo di pensare, per quanto riguarda la questione ambientale, urbanistica, ecologica, sarebbe che dovremmo augurarci un’alluvione al mese, una fuga di diossina ogni semestre, un affondamento di petroliera nel Mediterraneo ogni estate, un furto di Piero della Francesca alla settimana: queste sì, vivaddio, sono belle e buone ed eccitanti notizie, anche da prima e terza pagina, per le quali mobilitare le grandi e perfino le grandissime firme. Però è impossibile che uno se ne accorga prima degli altri (strana pretesa agonistica del resto, in un Paese in cui vengono letti 0,09 quotidiani per abitante), dal momento che sono fatti che ti cascano addosso come tegole sulla testa, e due giorni dopo non se ne parla più. 

Notizia, dunque, nella pratica corrente del nostro giornalismo, è sinonimo di “fatto”, di accidente, di cosa comunque accaduta: ed è qui che quel culto maniacale di cui dicevo produce, per quanto riguarda l’argomento che ci interessa, i suoi effetti deleteri, dal momento che, come insegna l’esperienza, le notizie ritenute degne di essere menzionate e trattate sono quelle che si identificano coi fatti compiuti, ossia con gli eventi catastrofici. 

«L’essenza del nostro giornalismo sulle questioni ambientali è: notizia uguale catastrofe»

Notizia uguale a catastrofe: questa è l’essenza del nostro giornalismo nella questione ecologica e ambientale. E, infatti, a sfogliare le collezioni, ci si accorge che si scopre l’urbanistica quando frana Agrigento sotto il peso di ottomila vani abusivi; si scopre il dissesto idrogeologico quando Venezia o Firenze vanno sott’acqua o i treni deragliano per una frana; si scopre l’importanza della vegetazione quando d’estate i boschi vanno a fuoco; si parla un po’ diffusamente di edilizia popolare quando per conquistarsi una casa si fa la guerriglia urbana, o quando sul Paese si abbattono a cicli ricorrenti, come nei secoli scorsi la peste, le sentenze della Corte costituzionale; si scopre l’importanza del verde pubblico quando un bambino affoga nelle “marane”, l’inquinamento quando viene il colera, e via dicendo. 

Il giornalismo si riduce a passiva registrazione di fatti luttuosi quanto clamorosi, con relativa deplorazione che lascia il tempo che trova: l’ecologia viene degradata a cronaca nera. Si rileva così l’inconsistenza di quell’altro sbandierato principio secondo il quale il giornalismo dovrebbe essere lo “specchio della realtà” quegli stessi fatti catastrofici vengono regolarmente sottoposti dai signori della notizia a una selezione soggettiva, discrezionale, legata a umori e insofferenze, con tanti saluti alla completezza dell’informazione. I disastri soppesati in base al numero dei morti, all’entità delle distruzioni e dello scompiglio politico che suscitano: quelli considerati minori, e che sono la norma, e che sommandosi portano il Paese allo sfacelo fisico vengono trascurati perché, alle solite, si assicura che annoiano e che non interessano il lettore. 

Un articolo di Antonio Cederna pubblicato da “Il Mondo” sul degrado della Capitale

E che dire di quell’altra fissazione di cui i signori della notizia vanno fieri, quella dell’“attualità”? Avendo identificato la notizia con il disastro clamoroso, la loro “attualità” è sempre postuma: arrivano cioè sempre, immancabilmente, malinconicamente, comicamente in ritardo, a morti e distruzioni avvenute, a nubi di diossina scappate, a fognature scoppiate, a quadri rubati, a bagni proibiti, a boschi bruciati, a vibrioni ingeriti, a frane franate. Sempre dopo, sempre a rimorchio degli eventi, per non avere affrontato e approfondito per tempo e con la necessaria costanza i problemi: e i lettori li si fa assistere soltanto all’ultimo atto della tragedia, per di più col soffitto del teatro che cade sulla testa degli spettatori (solo i bimillenari, i centenari, i cinquantenari, eccetera, arrivano puntuali). Altro che specchio della realtà: i nostri giornali, per quanto riguarda ambiente e sociologia, rischiano di diventare semplici bollettini di guerre perdute, elenchi di morti e dispersi, fogli di soli necrologi, per di più senza alcun profitto economico per l’azienda. [20 febbraio 1980] (continua…)


La seconda parte del lungo articolo di Antonio Cederna su classi dirigenti italiane e ambiente uscirà oggi pomeriggio

Archeologo, giornalista, urbanista, attivista di associazioni, parlamentare e amministratore pubblico, ha dedicato la propria vita all’impegno per la difesa del patrimonio storico-artistico e paesaggistico del nostro paese. Nato il 1921 e scomparso nel 1996, dagli anni Cinquanta del Novecento ha denunciato tutto ciò che potesse mettere a rischio l’integrità del territorio e dei beni culturali italiani. Le infinite battaglie contro lo sventramento dei quartieri storici delle città, la cementificazione delle coste, la distruzione di aree archeologiche a favore di nuovi quartieri residenziali, sono state da lui portate avanti con appassionati articoli, interviste e proposte legislative. Famosa e cruciale è stata la grande battaglia combattuta per la salvaguardia della Via Appia Antica, a cui dedicò oltre 140 articoli contro abusi edilizi ed incuria.

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