2 / Cederna e il giornalismo: «Sull’ambiente, la stampa deve informare, formare e prevenire»

Il lavoro sul campo di Antonio Cederna continua ad essere un raggio di luce per la comprensione dell’oramai ex Bel paese. La riprova in questa seconda parte dell’articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” il 21 febbraio 1980; un articolo-manifesto che sembra scritto ieri: «Si presenta oggi una straordinaria occasione per combattere sottosviluppo e disoccupazione. Tutto questo, naturalmente, se i nostri giornali vorranno davvero contribuire, attraverso una nuova cultura dell’ambiente e del territorio, a fare un’Italia più onesta e più giusta, più europea e meno sfasciata. Se no, le cose andranno sempre peggio, e sarà sempre più inutile abbandonarsi a deplorazioni e registrazioni di fatti compiuti»


L’articolo di ANTONIO CEDERNA

[seconda parte]  DA QUANTO S’È DETTO sin qui risulta che è necessario cambiare metodi e mentalità. Occorre cominciare a rendersi conto che, nella questione ambientale, ogni distinzione tra fatto e problema, tra notizia e commento, tra attuale e non attuale, tra importante e non importante, tra obiettività e parzialità, eccetera, è una discriminazione di comodo, falsa e pretestuosa. Ogni angolo del territorio è prezioso e insostituibile, quale che sia la sua consistenza storica o naturale: Gorgonzola come Venezia. E ancora: le linee che in questo momento l’oscuro geometra di uno degli ottomila comuni italiani sta tracciando sulla mappa del piano regolatore, sotto la pressione dell’ignoranza o della speculazione, sono un “fatto”, una “notizia” altrettanto importante del vacillare del Colosseo, dell’inaugurazione dell’ultima inutile autostrada, dell’epidemia dovuta all’inquinamento dell’acquedotto, della grande alluvione di turno, dello sprofondamento di Ravenna. 

«Il giornalismo deve cambiare metodi e mentalità»

Lo stato delle fognature, la sopravvivenza del paesaggio, lo stato dei servizi pubblici nelle città, l’erosione galoppante del suolo, il risanamento dei centri storici, i guasti dell’industrializzazione selvaggia, il costo sociale degli inquinamenti, la conservazione del sottobosco e dei suoi lombrichi, la difesa dei camosci e la creazione di parchi nazionali e naturali, la pianificazione dei litorali, il funzionamento dei musei, l’attuazione dei piani regolatori, il disinquinamento di aria e acque, eccetera eccetera. Questa è la realtà italiana, queste le cose ordinarie che vanno trattate quotidianamente e continuamente sui giornali perché la vita quotidiana degli italiani si svolga in condizioni un po’ più decenti. 

Questo è il realismo di cui deve dar prova la stampa, se davvero vuol essere specchio fedele, non deformante, della situazione: irrealista, evasiva è la stampa quando trascura queste cose ordinarie e le sottomette a una selezione capricciosa. E invece i nostri giornali, come la Cassa per il Mezzogiorno, si occupano solo di cose straordinarie: salvo poi sacrificare pagine e pagine all’inesausto chiacchiericcio politico, alle dichiarazioni di questo e quell’onorevole, e poi all’intervista del medesimo e poi al commento dell’intervista e poi alle dichiarazioni dell’onorevole avversario e poi all’intervista del medesimo e poi al commento della stessa (per tacere di centenari e cinquantenari e millenarie ricorrenze). È la lutulenta, strabocchevole e stucchevole cronaca del Palazzo, secondo un inesauribile copione che si ripete da decenni e che, chissà perché, si continua a credere che appassioni straordinariamente la massa dei lettori, i quali probabilmente si limitano invece a leggere occhielli, titoli, e sottotitoli, in generale sufficienti a capire di che si tratta. 

«Bisogna fare campagne di stampa per influire su chi ha potere e dissuaderlo dalle bestialità»

Sia dunque lecito avanzare qualche opinione diversa, per quanto scandalosa possa sembrare. In questo, come in altri campi, il compito del giornalismo deve essere, oltre che informativo, formativo e preventivo. L’informazione accidentale, improvvisata e sussultoria a rimorchio dei fatti straordinari, i commenti deplorativi, tardivi e funerari, per quanto doverosi, servono a poco se non sono preceduti e accompagnati da un’informazione costante, continua e sistematica sui problemi che vanno affrontati e risolti in sede politica e amministrativa affinché i disastri, se possibile, vengano evitati. È quindi anche ora di smetterla di considerare non più attuale una catastrofe ventiquattrore dopo che si è verificata: la questione ecologica italiana è una questione di attualità permanente. Tutta l’Italia è potenzialmente una Seveso, un’Agrigento, una Gioia Tauro, tutta l’Italia è permanentemente sotto la spada di Damocle delle micidiali sentenze della Corte costituzionale. Sono dunque i problemi che devono diventare notizia: ad esempio, dei boschi bisogna occuparsi d’inverno quando piove, e non solo d’estate, con articoli approssimativi e precipitosi, quando vanno a fuoco. Solo così si può sperare che, tra l’inverno e l’estate, chi può provveda a evitare che vadano a fuoco. 

A meno che (e sarebbe deprimente) uno come me non abbia capito nulla e quindi abbia sbagliato tutto nella sua vita, compito del giornalista dovrebbe essere quello di scrivere perché le cose nel Paese cambino in meglio: nonostante autorevoli pareri in contrario, bisogna dunque ricominciare a fare campagna di stampa sia per influire su chi ha potere e dissuaderlo dalla bestialità che sta per compiere, sia per aiutare la gente a rivendicare i propri diritti elementari, il diritto a condizioni ambientali meno inumane, in città, al lavoro, nelle campagne, a scuola, nei luoghi del tempo libero. 

«I problemi sono la notizia; non bisogna aspettare i fatti catastrofici per parlarne» 

Del resto, le campagne di stampa mi pare siano in grande onore nella stampa inglese e americana, cui spesso, a parole, i nostri signori della notizia dicono di volersi rifare. Più in concreto, bisogna che i giornali, senza aspettare i maledetti fatti catastrofici, diventino sul serio specchio e compendio della realtà ambientale in tutti i suoi aspetti. Essi devono dare conto sistematicamente dei lavori parlamentari in materia, dell’attività di consigli comunali e regionali, discussioni, proposte di legge, leggi, indagini, studi, ricerche: come pure dell’attività, degli studi, delle denunce, delle proteste e delle proposte delle associazioni protezionistiche e urbanistiche, dei gruppi di pressione sparsi in tutta Italia. La provincia italiana è ricchissima di intelligenze e di competenze, di gente che si batte rischiando spesso di persona contro malgoverno, soprusi e speculazioni: è semplicemente antigiornalistico e autolesionistico non tenerne conto, è antisociale, razzistico, antipatriottico non dare voce e ascolto e spazio a tutte queste energie spesso giovanili che lottano per un’Italia diversa. 

Rubriche fisse? Pagine speciali o no? È da vedere, se ne cominci a discutere. Un giornale straniero cui spesso i superiori si rifanno è “Le Monde”: un giornale che ha pagine fisse dedicate all’aménagement du territoire e a équipement et regions. Aménagement e équipement: due parole, due concetti che qui in Italia nemmeno si sa come tradurre, perché le cose cui corrispondono le abbiamo sempre sottovalutate, disprezzate, irrise, col risultato che la maggioranza dei giornalisti non sa nemmeno cosa sono. A questo proposito sarebbe anche opportuno che gli stati maggiori dei giornali si fidassero un po’ più di quei giornalisti, ben pochi, che si occupano prevalentemente ed esclusivamente di questi problemi, dimostrando di avere i due requisiti richiesti: avere una certa competenza e credere in quello che scrivono. Direttori, vicedirettori, eccetera (che non possono ovviamente essere onniscienti) diano ascolto a costoro e si lascino convincere a trattare quegli argomenti che costoro gli suggeriscono. 

«Direttori e vicedirettori non sono onniscienti: ascoltino i loro giornalisti specializzati»

Il giornalismo italiano, ed è una bella cosa, va verso un certo riconoscimento delle specializzazioni: ma stiamo attenti anche qui al riflusso. Quando, due anni fa, si rievocò la figura dell’illustre direttore de “La Stampa”, non si esitò ad attribuirgli come merito l’aver affermato che i giornalisti specializzati sono così stupidi che (logica conseguenza) di un convegno di chirurgia cardiaca è meglio incaricare un cronista di nera o un inviato speciale di ritorno dalla caccia alla balena. 

E bisognerà pure decidersi, sull’esempio di quanto si sta facendo nei paesi industrialmente più avanzati, a rinnovare i criteri con cui è trattata l’economia. Non è più possibile procedere nel modo convenzionale, occorre affrontare il problema dei costi e dei benefici, e ragionare in termini di economia ambientale, per capire finalmente l’enorme parte che il collasso ecologico ha avuto nel nostro attuale collasso economico generale. E quindi vedere quanto ci è costata l’industrializzazione di base, divoratrice di capitali e di risorse e produttrice di pochissimi posti di lavoro, quante migliaia di miliardi di debiti ha accollato allo Stato la sbornia autostradale, quante migliaia di miliardi ci è costato il rifiuto di ogni politica preventiva di risanamento fisico del territorio, quante migliaia di miliardi ci è costata la rendita fondiaria che oggi la Corte costituzionale torna a riconoscere come legittima. 

Per capire finalmente la cosa più importante di tutte: che cioè non c’è progresso civile ed economico senza politica ambientale ed ecologica, e che questa si presenta oggi come una straordinaria occasione per combattere sottosviluppo e disoccupazione. Tutto questo, naturalmente, se i nostri giornali vorranno davvero contribuire, attraverso una nuova cultura dell’ambiente e del territorio, a fare un’Italia più onesta e più giusta, più europea e meno sfasciata. Se no, le cose andranno sempre peggio, e sarà sempre più inutile abbandonarsi a deplorazioni e registrazioni di fatti compiuti: né si può pensare che le cose migliorino se alla questione ambientale continuerà a essere dedicato mediamente, come capita oggi, meno dell’uno per cento dello spazio disponibile. [21 febbraio 1980] (fine)


Si ringrazia sentitamente l’Archivio Antonio Cederna per il suo prezioso e insostituibile lavoro

About Author

Archeologo, giornalista, urbanista, attivista di associazioni, parlamentare e amministratore pubblico, ha dedicato la propria vita all’impegno per la difesa del patrimonio storico-artistico e paesaggistico del nostro paese. Nato il 1921 e scomparso nel 1996, dagli anni Cinquanta del Novecento ha denunciato tutto ciò che potesse mettere a rischio l’integrità del territorio e dei beni culturali italiani. Le infinite battaglie contro lo sventramento dei quartieri storici delle città, la cementificazione delle coste, la distruzione di aree archeologiche a favore di nuovi quartieri residenziali, sono state da lui portate avanti con appassionati articoli, interviste e proposte legislative. Famosa e cruciale è stata la grande battaglia combattuta per la salvaguardia della Via Appia Antica, a cui dedicò oltre 140 articoli contro abusi edilizi ed incuria.