Dino Gambetta, davanti ad una sua installazione

Conosco Dino da un sacco di anni, talmente tanti che non ci ricordiamo quanti, né la circostanza che ci fece conoscere. Ho sempre ammirato in lui l’animo semplice e la cultura contadina che si sono riversati nella sua arte. Ricordo che la prima ceramica che gli acquistai la pagai con una cassa di spumante Erbaluce, che a lui piaceva molto. Siamo pressoché coetanei e ricordiamo la Liguria com’era. Dino abita da sempre nella casa contadina di famiglia a Luceto, frazione di Albisola Superiore, a fianco di un piccolo rio


L’intervista di FABIO BALOCCO con DINO GAMBETTA

Dino, tu lavori la creta, dipingi, da quando ti sei scoperto artista totale?

«Io iniziai da giovane, avrò avuto un po’ meno di vent’anni. La prima piccola mostra la feci nel 1977, che di anni ne avevo ventitré. Iniziai con la pittura su ceramica, prima in terra bianca, poi maiolicata. In seguito iniziai a fare anche sculture. E poi oli e acquerelli. Quello che servì alla mia crescita fu il frequentare l’ambiente degli artisti di Albisola, che magari non erano di Albisola, ma ci lavoravano. Conobbi così Wilfredo Lam, Ansgar Elde, e proprio con loro feci la mia prima mostra collettiva a Millesimo, e dopo ricordo che andammo a mangiare in una trattoria di Biestro, e io dovevo stare attento che i figli di Lam non si ubriacassero, ma uno si ubriacò ugualmente e successe un casino. Poi, indirettamente, conobbi anche Asger Jorn, che nel 1957 comprò un rudere sulle alture di Albisola Mare, e poi lo fece restaurare. Bene, il custode di quella casa era Berto Gambetta, cugino di mia madre, a cui Jorn lasciò in eredità l’uso della casa. Io negli anni novanta avevo un piccolo alloggio sulla strada che portava a casa di Jorn e andavo spesso a parlare con Berto, che ricordava quel grande artista, e poi Berto era un vecchio contadino e amava molto la natura».

Ma sei sempre stato un artista, in vita tua?

Installazione con nudo di donna con colomba tra foglie di limone

«Ma no, io ho fatto un sacco di lavori. Ho fatto il giardiniere, ma principalmente il tipografo. Ho lavorato per diversi anni con un tipografo di Albisola che a sua volta lavorava molto con gli artisti di qua. Lo stesso primo studio che aprii, nel 2006, era una vecchia tipografia, e io continuai a stampare, ad esempio opuscoli che si legavano alle mie opere. Facevo altri lavori per arrotondare un po’, ma devo dire che io non sono mai stato legato al denaro: i lavori che facevo li facevo perché mi piacevano. Non sono mai stato legato al denaro, perché, essendo di famiglia contadina, da mangiare bene o male ne avevo, ne avevamo sempre. Ho iniziato a fare solo l’artista intorno a metà anni novanta».

In parte mi hai già risposto, ma il mondo degli artisti albisolesi ti ha aiutato a crescere…

«Sì, anche se io sono sempre stato a margine del mondo dell’ufficialità, del presenzialismo, del voler esserci a tutti i costi. Di quelli che la fanno fuori dal vaso. Sono cose che non ho mai amato. Io mi definisco un “cugino degenere” di questo mondo albisolese. Io amo la vita semplice, anche se fare la vita semplice quando sei un po’ conosciuto è complicato, ma devo dire che ci riesco abbastanza».

Dino, sarai anche stato in qualche modo influenzato dagli altri artisti, ma tu sei riuscito a crearti un mondo tutto tuo, tu hai una poetica che si riconosce, diversa dalle altre.

«Io da ragazzo vivevo abbastanza per conto mio. Mio padre morì che avevo tre anni, sì c’era mia madre e mio fratello e mia sorella, ma io amavo starmene per conto mio. La mia casa era il bosco, appena potevo, andavo nel bosco a raccogliere asparagi, funghi, prodotti della natura. E mia madre spesso si preoccupava perché non mi vedeva tornare. Questo soprattutto ha improntato le mie opere».

Il gatto con i palloncini, murale nella casa di Luceto

Anche se tu non ti rifai solo alla natura, ma anche a storie di vita vissuta.

«Sicuramente, io ho una raccolta immensa di filastrocche, di storie popolari. E poi le letture, anche le letture mi hanno influenzato. C’è stato ad esempio un periodo in cui ho fatto tanti acquerelli ispirandomi ai personaggi di Alvaro Mutis, uno scrittore colombiano che devi assolutamente leggere e che piaceva tanto anche a De André. Poi ho lavorato anche su altri classici, come Edgar Allan Poe».

So che tu non ti ritieni un “naif”. Ma quale definizione ti daresti come artista?

«Sì, non mi ritengo un naif, se poi uno vuole definirmi tale faccia pure, ma io personalmente mi definisco “naturale” perché amo la natura. Lo so che non è una definizione accettata, canonica, ma io mi sento così. E devo dirti che uno che mi ha insegnato molto di natura fu Libereso Guglielmi, il giardiniere di Calvino. Lui aveva una conoscenza enorme del mondo delle piante e mi aiutò molto nel mio percorso di crescita».

Dipinti e ceramiche dell’artista

La Liguria che tu “canti”, contadina, dei piccoli orti, della sussistenza, non esiste pressoché più. Non ti senti come uno degli ultimi cantori di una civiltà che sta scomparendo? Un sopravvissuto?

«Vero, ci sono ancora piccole oasi in mezzo al cemento, ma poca roba. E continuano a costruire. Abitazioni, ma anche supermercati. Ma belìn, ma solo ad Albisola Capo e Superiore ci saranno quindici supermercati, che poi tu considera che qui c’è sempre meno gente e più anziana. Una cosa da pazzi. Ah, e poi volevano fare anche un percorso naturalistico qui vicino a dove vivo. Questi percorsi fanno danni enormi perché creano nuovi itinerari e poi ci aggiungono il solito stupidissimo ponte tibetano. Non l’hanno fatto solo perché c’è l’amianto».

La limonaia nel giardino di casa

Ma dimmi, c’è ancora qualcuno ad Albisola che sa cucinare le frittelle come faceva tua mamma?

«Mia sorella. Quando io faccio qui a casa due volte l’anno una piccola mostra, lei viene a fare i friscieu, le frittelle, come quelle che faceva mia mamma. Poi, invece, se vieni giù a trovarmi, possiamo andare a mangiare da mia nipote, la figlia di mia sorella, che ha aperto una trattoria e anche lei cucina benissimo. Così, ti regalo anche un opuscolo che ho tirato in un certo numero di copie. Si chiama “Baci dal treno”, e si rifà ad una storia degli anni venti dello scorso secolo. Non so se hai presente lo scoglio della Madonnetta. Lì correva la ferrovia e fra una galleria e l’altra c’era un piccolo casello ferroviario. Lì ci abitava una famiglia, marito, moglie e tre figlie, molto carine. In quel punto i treni dovevano rallentare per via delle gallerie, e i ferrovieri si affacciavano e si innamoravano di quelle tre belle ragazze e gli inviavano vere e proprie lettere d’amore. Questa storia me l’ha raccontata una signora che ora non c’è più. A me questo racconto è piaciuto tantissimo e ho realizzato degli acquerelli sulla storia che sono finiti in questo opuscolo. E poi con dei ragazzi di qui abbiamo anche allestito un piccolo teatrino che racconta la storia dei ferrovieri innamorati».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.

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