Ancora aule occupate, proteste in piazza degli studenti in molte città italiane per Lorenzo Parelli, morto schiacciato sotto una trave di acciaio in uno stabilimento metalmeccanico in provincia di Udine nell’alternanza scuola-lavoro. Sotto accusa una modalità introdotta nel 2003 dall’allora ministra dell’Istruzione Letizia Moratti. Per i critici, uno sfruttamento istituzionalizzato di lavoro non retribuito, una esperienza estesa dagli istituti tecnici anche ai licei. Di fronte ai molti casi di infortuni gravi nel 2017 la normativa è stata integrata dalla Carta dei diritti e dei doveri degli studenti che ha portato ad applicare le norme del testo sulla sicurezza. Sicurezza disattesa per Lorenzo e per i 1404 lavoratori morti nel 2021 in Italia, una lunga scia di vittime che sta continuando anche nel 2022


L’inchiesta di STEFANELLA CAMPANA

Una foto dall’alto del crollo della gru schiantata al suolo il 18 dicembre 2021 a Torino che ha provocato la morte di tre operai

ANCHE A TORINO, il 18 dicembre 2021, è stato il crollo di una gru a provocare la morte di tre operai e il ferimento di tre passanti. È uno strazio vedere un selfie sui social: i tre uomini sono in cima alla gru, i volti sorridenti del ventenne Filippo Falotico e di Marco Pozzetti, 54 anni e Roberto Peretto, 52 anni. Quella mattina Raffaella, nel vicino bar di via Genova, aveva servito loro il caffè: «erano felici, dicevano che avrebbero finito di lavorare presto». Il giovane Filippo raccontava la sua professione sui social con grande entusiasmo. Dei due operai più maturi i compagni di lavoro parlano di persone attente, scrupolose. Non è bastato. Due giorni prima dell’incidente la gru era stata sottoposta a manutenzione e l’addetto specializzato di una ditta esterna aveva riscontrato un’anomalia nell’impianto. Un’altra tragedia a Torino sul lavoro e il pensiero va al rogo della Thyssen Krupp, il 6 dicembre 2007, che ha provocato la morte di sette operai. «Non voglio morire», è l’urlo disperato che si sente in una telefonata al 118 lanciato dall’operaio delle acciaierie Giuseppe Demasi, investito da un’ondata di fuoco in quella tragica notte. Quell’urlo è diventato il titolo di un libro scritto da Stefano Peiretti (Echos libri): “Un cammino di memoria, rabbia, emozioni durato 2 anni e mezzo”. «Ha riaperto una ferita mai completamente rimarginata — racconta Rosina Platì, la mamma di Giuseppe Demasi — ma volevamo far capire quanto eravamo felici prima e come le nostre vite sono state distrutte da quel rogo». Una vicenda giudiziaria durata sette anni con la conferma in Cassazione della condanna di sei dirigenti dello stabilimento per omicidio colposo plurimo, incendio doloso e omissione dolosa delle cautele contro infortuni sul lavoro.

Luana D’Orazio e Laila El Harim, ambedue morte sul lavoro, ricordate in questo fotomontaggio

Dai dati Inail emerge un quadro a tinte fosche del mondo del lavoro in Italia: nel 2021 sono aumentate le denunce di patologie di origine professionale: 55.288 nel 2021 (+ 22,8% sul 2020). E sono state 555.236 le denunce per infortuni sul lavoro, il 36% riguarda le donne che sono il 17% del totale di morti sul lavoro. Storie tragiche, come quella della ventiduenne Luana D’Orazio, uccisa dall’orditoio a cui era stato tolto il meccanismo di sicurezza, nell’azienda tessile di Prato dove lavorava. L’azienda ha versato ai parenti 166 mila euro che non basteranno a risarcire la figlia di cinque anni, il dolore per la perdita di sua madre. Laila El Harim, quarant’anni, anche lei madre di una bimba, non era stata formata per le mansioni che le avevano affidate ed è stata uccisa da una fustellatrice in un’azienda di packaging nel Modenese. Per le donne si registra un’elevata incidenza di infortuni in itinere, cioè nel percorso casa-lavoro: troppa stanchezza, troppo stress anche per il doppio-triplo lavoro che una donna si ritrova a svolgere? Se sono soprattutto gli uomini giovani under 34 anni con mansioni che hanno livelli di rischi più elevati, sono le donne over 50 anni a incorrere di più in infortuni.

I sindacati che puntano il dito contro il buio nero dei subappalti tra cooperative e micro imprese, la pericolosa corsa contro il tempo nelle migliaia di cantieri aperti per effetto del Superbonus al 110% (riqualificazione energetica e rischio sismico) per rispettare le scadenze richieste dalla normativa fiscale

Tutti e tutte pagano la mancanza di formazione, strumenti di lavoro vecchi o danneggiati o con scarsa manutenzione, denunciano i sindacati che puntano il dito contro il buio nero dei subappalti tra cooperative e micro imprese, la pericolosa corsa contro il tempo nelle migliaia di cantieri aperti per effetto del Superbonus al 110% (riqualificazione energetica e rischio sismico) per rispettare le scadenze richieste dalla normativa fiscale. Un’accelerata anomala e incontrollata che provoca difficoltà a reperire ponteggi, materiale e personale qualificato e i costi elevati spingono le aziende ad allestire e smantellare i cantieri troppo velocemente, con alti rischi. E nella catena della esternalizzazione il rischio maggiore sono i soggetti poco seri che s’infiltrano e non rispettano le più elementari regole di sicurezza, i contratti e la formazione. Non a caso Il settore dell’edilizia è il più colpito per le morti nei cantieri. Secondo fonti ufficiose si ipotizza che circa un terzo degli infortuni mortali sul lavoro non vengano rilevati e che il sommerso sia ancora più rilevante, soprattutto nel settore agricolo. Tra l’altro va tenuto conto che l’Inail computa le denunce di morte delle lavoratrici e dei lavoratori coperti dalla propria assicurazione, dei soggetti assimilati (ad esempio i parasubordinati) e del personale del “Conto Stato” (amministrazioni centrali, scuole e università statali). Restano fuori abusivi e sommersi, quelli in nero e i clandestini. E anche le categorie che non ricadono nelle rilevazioni dell’Inail, tra cui: forze armate e forze di polizia, vigili del fuoco, liberi professionisti indipendenti, commercianti, alcune partite Iva, giornalisti, sportivi dilettanti, volontari della protezione civile, le infermiere volontarie della Croce Rossa. Una notevole schiera. Da poco tempo l’Inail ha incluso i riders, i ciclofattorini che consegnano a domicilio, almeno quelli messi in regola e dovrebbero essere ricompresi anche i lavoratori autonomi dello spettacolo.

È prevista una rendita ai superstiti di lavoratori deceduti in seguito a infortuni o malattia professionale. Ne hanno diritto il coniuge (fino alla morte o nuovo matrimonio) e i figli nella misura del venti per cento (fino a diciotto anni, 21 anni se studente di scuola superiore e per tutta la durata del corso, fino a ventisei anni se universitari, maggiorenni inabili al lavoro finché dura l’inabilità)

È prevista una rendita ai superstiti di lavoratori deceduti in seguito a infortuni o malattia professionale, una prestazione economica non soggetta a tassazione Irpef che decorre dal giorno successivo alla morte. E’ calcolata sulla base della retribuzione massima convenzionale del settore industriale nella misura del 50 per cento. Ne hanno diritto il coniuge (fino alla morte o nuovo matrimonio) e i figli nella misura del venti per cento (fino a diciotto anni, 21 anni se studente di scuola superiore e per tutta la durata del corso, fino a ventisei anni se universitari, maggiorenni inabili al lavoro finché dura l’inabilità). In mancanza di coniuge e figli, la rendita va ai genitori naturali o adottivi nella misura del venti per cento. Non scatta il risarcimento per comportamenti abnormi o imprevedibili o prestazione non richiesta e non prevista da parte della vittima. È previsto anche un assegno per le spese funerarie. «Qualsiasi indennizzo non riuscirà mai a coprire il danno umano e sociale di chi ha perso un padre, una madre, un fratello… bisogna aiutare il lavoratore ad essere cosciente dei propri diritti. Ci troviamo con un vero shopping contrattuale. Le aziende scelgono il contratto e non applicano quello nazionale degli edili. Gli ispettori sono troppo pochi per effettuare controlli. Si può aprire un‘azienda edile senza certificazione d’impresa. Prima di iniziare il lavoro in cantiere si devono seguire sedici ore di formazione per essere cosciente dei rischi che si corrono ma non sempre succede», sottolinea Marco Bosio, segretario generale Fillea-Cgil di Torino.

La facciata storica dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato in provincia di Alessandria; la multinazionale s’è lasciata alle spalle una lunga scia di 392 morti per asbestosi e mesotelioma pleurico; Una storia drammatica che ha segnato la città e che non è ancora finita

Massimiliano Quirico, direttore della rivista “Sicurezza e lavoro”, rivista nazionale che ha fondato, svolge un importante lavoro di sensibilizzazione su un tema dai tanti risvolti e di cui si parla solo quando si devono contare nuove vittime del lavoro. Un numero impressionante, oltre 3 morti al giorno. Va anche nelle scuole per informare i giovani, come raccontare il caso drammatico della Eternit di Casale Monferrato, la multinazionale dell’amianto che ha provocato 392 morti. Una fabbrica dove si era ben pagati e con benefit, ma che poi si è rivelato un abbraccio mortale perché non è stata subito capita la pericolosità di quello che stavano maneggiando, le fibre di amianto che impregnavano anche le loro tute blu che lavate dalle mogli facevano ammalare anche loro di mesotelioma. Una storia drammatica che ha segnato la città e che non è ancora finita. Il prossimo 16 marzo riprende il processo Eternit bis sugli effetti dell’amianto sul territorio piemontese e che vede imputato ancora il magnate svizzero Schmidheiny accusato di omicidio volontario con dolo per le 392 vittime.

Il Covid 19 con i contagi di massa, le migliaia di morti ha creato situazioni nuove nel mondo della sanità, delle Rsa, della sicurezza nei luoghi di lavoro, affrontato all’inizio con armi spuntate. Molti infermieri e medici hanno pagato con la vita, ma lo stress e le conseguenze psicologiche post traumatiche hanno pesato su tutti. Graziano Di Benedetto, un infermiere chiamato d’urgenza dal reparto psichiatrico dove lavorava a un reparto Covid di un ospedale piemontese, ha documentato la sua esperienza in un libro “Reparto Covid 19”, denso di emozioni, ma anche delle angosce vissute a contatto con malati soli e delle sue paure di contagiare la famiglia: «Avrò lasciato il mostro a casa?». Come urlano in piazza e nelle scuole gli studenti «non si può morire di lavoro». Il bollettino delle vittime non può continuare e chiama in causa tutti i responsabili. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.