Il Pronto Soccorso affollato di barelle dell’Ospedale Cardarelli di Napoli; sotto il titolo, Pronto Soccorso dell’Ospedale San Filippo Neri a Roma [credit Cecilia Fabiano/ LaPresse]

Mancano 4.200 medici, un numero davvero enorme. Chi lavora nella medicina di emergenza è in una perenne prima linea: turni massacranti, ferie che saltano, reperibilità continua giorno-notte-festivi, con pazienti costretti a restare sulle barelle perché non c’è posto nei reparti di destinazione. Molti medici, esausti e demotivati, abbandonano la sanità pubblica. Una delle situazioni più drammatiche è al Cardarelli di Napoli. All’ospedale Maggiore di Bologna un paio di settimane fa i pazienti sono stati dirottati fuori provincia. E più sono vistose le carenze di personale, più aumentano le fughe, un serpente che si morde la coda. Le denunce inascoltate dell’Anaao: «A breve è necessario “ripopolare” gli ospedali, di posti letto e di personale. Dare dignità al lavoro con un tangibile e stabile incremento economico»


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

I PRONTO SOCCORSO sono al collasso, sotto accusa le gravi carenze di organico, non più sopportabili. Infatti, mancano 4.200 medici, un numero davvero enorme. Chi lavora nella medicina di emergenza è in una perenne prima linea: turni massacranti, ferie che saltano, reperibilità continua giorno-notte-festivi, con pazienti costretti a restare sulle barelle perché non c’è posto nei reparti di destinazione. Molti medici, esausti e demotivati, abbandonano la sanità pubblica. Una delle situazioni più drammatiche è al Cardarelli di Napoli, dove l’afflusso di persone oscilla tra le 170 e le 200 persone al giorno, di cui almeno la metà richiederebbe un ricovero, e quando il posto non c’è sale la tensione tra i parenti che non si rassegnano a vedere i propri cari in un corridoio. Ma non è solo il Sud a soffrire. All’ospedale Maggiore di Bologna un paio di settimane fa i pazienti sono stati dirottati fuori provincia. Anche i Pronto Soccorso romani sono presi d’assalto. In molte aree del Paese la “normalità” nei Pronto soccorso è quella di pazienti stipati, gli uni accanto agli altri, molti lasciati sulle barelle.

I problemi sono di vecchia data. E più sono vistose le carenze di personale, più aumentano le fughe, la carenza ormai cronica di medici è un serpente che si morde la coda

Dall’inizio dell’anno le dimissioni sono piovute a decine, c’è chi stima che siano centinaia. Chi abbandona la sanità pubblica va alla ricerca di incarichi meno usuranti e meno rischiosi. Tutto questo dopo due anni di Covid (un virus con cui dobbiamo convivere chissà ancora per quanto), mentre spunta il vaiolo delle scimmie. Colpisce il fatto che la crisi attuale fosse più che prevedibile. I problemi sono di vecchia data. E più sono vistose le carenze di personale, più aumentano le fughe, la carenza ormai cronica di medici è un serpente che si morde la coda. 

Per decenni sottofinanziata e sottoposta a un’infinità di tagli, la sanità pubblica è malata da lungo tempo. E proprio l’emergenza, settore tra i più delicati, ne ha risentito pesantemente. L’attuale caos è conseguenza di problemi antichi, che ora si sono aggravati. Il ministro Speranza ha fatto promesse, è intenzionato a intervenire, ma i Pronto soccorso sono allo stremo. La denuncia è del sindacato medici Anaao Assomed nell’ultimo appello rivolto al ministro Speranza, il 16 maggio scorso. Ecco che cosa scrivono i medici al ministro: «La Commissione nazionale Emergenza Urgenza non intende elencarle per l’ennesima volta le condizioni disumane in cui versano i Pronto Soccorso di tutta Italia, disumane per i pazienti e disumane per gli operatori, le sono sicuramente note, sono note a tutti. A settembre 2021 la Commissione aveva elaborato un “decalogo” di provvedimenti che si ritenevano necessari per frenare l’emorragia di medici dal Pronto Soccorso. Il nostro segretario nazionale le ha rappresentato queste richieste. Ne è scaturito a novembre il decreto sull’indennità aggiuntiva per medici e infermieri di Pronto Soccorso (provvedimento che però non ha compreso tutti gli operatori dell’emergenza, non prevedendo tutto il personale del Sistema 118), che è in condizioni di estrema criticità perché paga non solo le gravissime carenze di personale, ma anche assetti organizzativi frammentati e spesso “improbabili”».

Sandro Petrolati, coordinatore della Commissione Emergenza Urgenza dell’Anaao: «Passata la paura, sono spariti i ripensamenti e i “mea culpa”»

Sandro Petrolati, coordinatore della Commissione Emergenza Urgenza dell’Anaao, rincara la dose: «Nel frattempo, anche se pareva impossibile poter peggiorare, la situazione di tutti i Pronto Soccorso si è ulteriormente aggravata proprio quando si stava allentando la pressione del Covid sugli ospedali. A testimoniare il fatto che i tanti problemi delle emergenze non sono stati per nulla affrontati è il gesto estremo degli operatori: dimettersi». 

Già, dimettersi. Come segno di protesta estremo. Per scuotere il governo e far capire quanto sia grave la situazione. Anche perché l’indennità concessa è del tutto insufficiente. «In concreto quasi un’elemosina nelle tasche degli operatori», denuncia l’Anaao. Il governo Draghi guarda al Pnrr, finanzia progetti per strutture territoriali, ospedali di prossimità, assistenza domiciliare con la telemedicina. Edifici per un nuovo modello di sanità. E i medici? Gli infermieri? Gli operatori tutti? Sottopagati, con stipendi ben inferiori alle medie dei Paesi Ue, a loro, per il momento, sono stati promessi in busta paga pochi euro in più. Si farà così la sanità del futuro? L’indennità aggiuntiva data dal ministero della Salute per «il riconoscimento della peculiarità, complessità e difficoltà del lavoro sull’Emergenza», nella speranza che ci si ricordi anche del 118 non basterà a colmare lacune, inefficienze, ritardi. I medici chiedono che siano presi — ora o mai più — provvedimenti concreti. «Le grida di allarme — afferma ancora Petrolati — sono state lanciate da oltre un decennio, sono state elaborate tante articolate proposte dalle società scientifiche e dai sindacati. Nel pieno del terremoto della pandemia sembrava che le menti si fossero aperte e che finalmente si fosse percepito che la politica di progressiva riduzione degli investimenti sul Servizio sanitario nazionale era scellerata e stava mettendo in ginocchio il Paese. Passata la paura, sono spariti i ripensamenti e i “mea culpa”. Di fatto, al di là del decreto con la piccola indennità aggiuntiva (neppure arrivata, perché vincolata al percorso per il nuovo contratto, ancora in alto mare), nulla è cambiato. Il grosso degli investimenti previsti con il Pnrr andrà per rinforzare la sanità sul territorio: giusto principio, tante volte invocato come strumento per evitare i congestionamenti dei Pronto Soccorso. Ma il rinforzo del territorio ha bisogno di tempo, ha bisogno spesso di creare strutture e risorse partendo da zero. Perciò la pressione sui Pronto Soccorso, sull’intero Sistema dell’Emergenza, non potrà cessare a breve». 

«A breve è necessario “ripopolare” gli ospedali, di posti letto e di personale. Occorre dare dignità al lavoro degli operatori (tutti!) riconoscendo un tangibile e stabile incremento economico»

Ed ecco che cosa chiedono, a breve, i medici Anaao. «A breve è necessario “ripopolare” gli ospedali, di posti letto e di personale. Occorre dare dignità al lavoro degli operatori (tutti!) riconoscendo un tangibile e stabile incremento economico. A breve è necessario alleviare i pesanti turni degli operatori riconoscendo riposi compensativi aggiuntivi, come accade per molti altri lavoratori. Inoltre dare riconoscimento che lavorare nell’emergenza-urgenza è un lavoro usurante». E per superare il collo di bottiglia che dopo la laurea in medicina impedisce a tanti giovani di avere subito accesso alle specializzazioni, i medici chiedono anche di allargare la piattaforma formativa, consentendo anche agli ospedali di essere luogo per la formazione di specialisti, di concerto con le università. Ma c’è un altra spina nel fianco, quella delle denunce “facili”. «È necessaria un’ulteriore revisione della giurisprudenza che tuteli il delicato lavoro di chi opera nell’emergenza-urgenza, perché non sia esposto a valanghe di azioni giudiziarie più o meno pretestuose ma che, anche laddove giustificate, andrebbero rapportate alle condizioni di lavoro ed alle responsabilità oggettive, non dipendenti da negligenza o imprudenza». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.

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