La sede del “Messaggero” in Via del Tritone; sotto il titolo, Ciriaco De Mita scomparso a 94 anni il 26 maggio 2022 [credit Mauro Scrobogna /LaPresse]
«Volevo dire che lei non può distorcere il mio penziero…». «Ma io l’ho riprodotto pari pari chiosandolo il minimo indispensabile». De Mita intignò una, due, tre volte. Non ci fu niente da fare. Vinse la partita perché Craxi e Martelli optarono per “Il Giorno”, lasciandogli “Il Messaggero”. Avevo preteso di essere licenziato visto che lasciavo un giornale in ottima salute economica ed editoriale. Quando, dopo una ventina di giorni, mi feci rivedere alla Camera, ad una svolta del corridoio quasi mi scontrai con De Mita il quale inaspettatamente alzò le braccia dicendomi: «Io non c’entro. Non c’entro nulla». Mi venne facile la battuta: «Ma perché, mi vede forse patito, sciupato? Stia tranquillo. Sto benissimo, come vede», e lo lasciai di sasso col suo seguito sul posto


L’articolo di VITTORIO EMILIANI

CIRIACO DE MITA mi aveva colpito ad un bel convegno della Dc sulle Regioni (relatore generale l’acuto Leopoldo Elia) denunciando «la resistibile ascesa delle teste non pensanti». Diventato segretario, molti anni dopo (e per un po’ pure presidente) della Democrazia Cristiana assunse tutt’altro tono. Ero diventato direttore del “Messaggero”, il giornale veleggiava verso le 300mila copie di cui 150mila soltanto su Roma. Il passivo di 7 miliardi era stato completamente recuperato ed eravamo in attivo per 4 miliardi di lire avendo fatto tutti gli ammortamenti immaginabili. Ma dentro il giornale c’era chi aspirava alla direzione, il mio vice “eletto” più o meno a vita Felice La Rocca, amico di De Mita. Che cominciò a telefonarmi in tono minaccioso. 

«Direttore lei non può…» 

«Mi scusi, ma io posso: articolo 21 della Costituzione e articolo 6 del contratto di lavoro».

«Volevo dire che lei non può distorcere il mio penziero…»

«Ma io l’ho riprodotto pari pari chiosandolo il minimo indispensabile».

De Mita intignò una, due, tre volte. Fallì quasi nel disprezzo la generosa mediazione di Guglielmo Zucconi all’epoca deputato. «Venite dalla stessa Milano degli anni Cinquanta. La Milano viva, laica, del cattolicesimo avanzato…». Non ci fu niente da fare. 

Bettino Craxi e Claudio Martelli, segretario e vice del Psi negli anni della “Milano da bere”

Aveva stretto un patto con Craxi-Martelli: a loro “Il Giorno” declinante affidato per di più a Francesco Damato che con Milano non c’entrava nulla e si trascinava il fardello dell’enorme passivo accumulato dalla direzione Afeltra caldeggiata da Leone e da Montanelli. Vinse la partita De Mita perché Craxi e Martelli optarono per “Il Giorno” che aveva un patrimonio formidabile di tecnologie inutilizzato e però una immagine sbiadita (nonostante il colore) rispetto al periodo Baldacci-Pietra e che certo non poteva essere risollevato da un direttore come Francesco Damato del tutto estraneo al contesto di Milano e dell’area padana di diffusione del quotidiano. 

A Roma io avevo preteso di essere licenziato visto che lasciavo un giornale in ottima salute economica ed editoriale. Quando, dopo una ventina di giorni, mi feci rivedere alla Camera, ad una svolta del corridoio quasi mi scontrai con De Mita il quale inaspettatamente alzò le braccia dicendomi: «Io non c’entro. Non c’entro nulla». Mi venne facile la battuta: «Ma perché, mi vede forse patito, sciupato? Stia tranquillo. Sto benissimo, come vede», e lo lasciai di sasso col suo seguito sul posto. A dirigere “Il Messaggero” andò Mario Pendinelli che in brevissimo tempo lo spostò su una linea demitiana. Poco dopo il giornale entrò nell’impero della Ferruzzi dal quale era stato nel frattempo espunto Raul Gardini. E Pendinelli col cognato Carlo Sama marito di Alessandra Ferruzzi si diede a spese folli varando anche un “Messaggero Romagna” con redazioni costose sottratte al “Carlino” in un giorno e però vendite modeste. 

Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti ad una direzione della Democrazia Cristiana

In pochi anni, fra Bingo milionari e altre spese pazze, accumularono un passivo di parecchi miliardi che toccò a Giulio Anselmi risanare con grande fatica e a Caltagirone, che poi lo acquistò, gestire affidandosi però ad un ex brillante e inventivo come Pietro Calabrese il quale volle farmi collaborare. Persino con un lungo pezzo in ricordo di Antonio Cederna scomparso nella casa della grande famiglia paterna in Valtellina. 

E De Mita? Era stato per poco un mediocre capo del governo fatto fuori da Andreotti e dai dorotei. Anche da Craxi che da uomo di governo aveva riscattato l’immobilismo clientelare del partito con alcuni colpi azzeccati come il taglio della scala mobile e il conseguente forte raffreddamento dell’inflazione arrivata a sfiorare il 21 per cento, i buoni rapporti con l’Olp, la vicenda dell’Achille Lauro, la risposta ai missili di Gheddafi e la successiva riappacificazione al supervertice di Pechino con Ronald Reagan. Eravamo lì fuori, e Gennaro Acquaviva ci raccontò tutto nei dettagli. 

Su tangentopoli, Craxi fece alla Camera un discorso realistico sbagliandone però il tono di sfida. Tutti i partiti si avvalevano di finanziamenti illeciti. Ma si coprivano con uomini di paglia. Lui no. A Bettino troppi volevano far pagare quella sua sicumera e lui non si poteva immaginare processato in Italia, nella sua “Milano da bere”. Per cui malinconicamente finì ad Hammamet. Mentre De Mita giocava a scopetta a Nusco di cui sarebbe stato anche sindaco da vecchio© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.

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