Al “Corriere della Sera” nessuno si candida nel Comitato di Redazione. Mai accaduto prima

La notizia “bomba” l’ha data su “Professione Reporter” Raffaele Fiengo, storico “corrierista”, per tanti anni leader di quel fondamentale CdR. La crisi della rappresentanza sindacale dei giornalisti si aggrava, l’informazione è il “cane da guardia della democrazia” ma gli editori e quasi tutti i politici di oggi se ne fanno un baffo. Intanto la Casagit cerca nuovi associati, non strettamente giornalisti o pubblicisti per rimanere positivamente in vita, e l’Inpgi invece è al caffè, con stipendi dirigenziali vicini a quelli di un’azienda privata. La crisi del giornalismo vista con gli occhi di ex sindacalista, direttore e deputato


Il commento di VITTORIO EMILIANI

Fuga dall’impegno sindacale al “Corriere della Sera”, un tempo leader dell’informazione

LA NOTIZIA È CLAMOROSA: al Corriere della Sera (sede centrale di Milano) nessun giornalista si è voluto candidare per il Comitato di Redazione. Nella redazione romana si è trovato a fatica chi rimanesse in carica. Lo denuncia su Professione Reporter Raffaele Fiengo che per tanti anni è stato il leader di quel fondamentale CdR (per alcuni anni ci sono stato anch’io al Giorno, ai tempi dei disastri e dei passivi di Afeltra, e pure il compianto Claudio Carabba scomparso di recente al gruppo Poligrafici Resto del Carlo-Nazione infestato dai piduisti). 

All’epoca c’era grande partecipazione, al Giorno di Milano ci votarono in 108 su 109 essendomi io astenuto. Fu questa compattezza che ci consentì — checché ne dica Luciano Ceschia — di eleggere per un pugno di voti di maggioranza alla presidenza della Fnsi Paolo Murialdi partigiano, giornalista e didatta, minacciando Ceschia di non votare se non lo proponeva quale candidato di Rinnovamento. Eravamo 4 cavalli scossi: Andrea Barbato, ancora socialista come me e Giulio Mazzocchi, e il moroteo Nuccio Fava. Murialdi ebbe poi un segretario eccezionale nel collega Piero Agostini e furono anni di lotte riuscite non tanto sul piano retributivo ma su quello normativo, dei diritti sindacali. Gli anni degli accordi integrativi (al Giorno, protagonista o suggeritore occulto Mario Fossati, un grande del giornalismo non solo sportivo, del ciclismo in specie) che entravano a far parte pari pari del contratto nazionale. Un esempio: ottenemmo che per aggiornamento professionale i colleghi, a turno, facessero uno stage presso un quotidiano estero da loro prescelto.

Il Messaggero appoggiando a tutto spiano il “No” alla abrogazione del divorzio, si diede un accordo integrativo che prevedeva vice-direttori eletti (non si sa per quanto e per cosa, e fu uno dei mali endemici del giornale) e che consentiva, per esempio alle Regioni, all’epoca molto numerose, una sorta di controllo dei voti autoritario e altri difetti strutturali. Che da direttore — dal 1980 al 1987 avendo rifiutato esplicitamente un voto unanime di “gradimento” — riuscii a fatica a smontare. Fu comunque una voce laica, democratica e antifascista nel momento in cui si scopriva che intere testate erano controllate o egemonizzate dalla Loggia P2 di Licio Gelli, dal Corriere della Sera di Angelo Rizzoli, Tassan Din, Di Bella, dell’intero gruppo Poligrafici Resto del Carlino-Nazione con Zicari, Di Bella, Ciuni e altri (Gianfranco Piazzesi era stato ben presto licenziato).

Paolo Murialdi, giornalista e scrittore, presidente della Fnsi dal 1974 al 1981

A Bari, finiti i mandati di Murialdi, costringemmo (poi me ne dispiacque molto) Piero Agostini a subentrargli, ma fu comunque il Congresso in cui emerse Miriam Mafai che doveva essere eletta al susseguente Congresso di Salerno. Sono stato allegramente amico di Miriam e però non posso nascondere che a quel tempo era ancora molto “comunista” ed ebbe parole troppo dure per il cattolico liberale ministro Mino Martinazzoli. Conoscendolo bene, feci da intermediario e la cosa andò a buon fine. Miriam divenne più liberal. Dopo non ho più molto seguito le vicende della Fnsi. 

Dal 1990 sono stato presidente della Fondazione Rossini di Pesaro (solo uno spartano rimborso-spese) con un sindaco capace e soccorrevole, Amati, che puntualmente dall’assestamento di bilancio ci dava soldi per una legge (legge!) del 1941 che imponeva tutta la manutenzione ordinaria e straordinaria del Palazzo Oilivieri-Machirelli destinato da Rossini a Scuola superiore di musica, un peso insostenibile per il quale i tanti ministri andati a implorare poco potevano. Ci voleva una legge. A Pesaro mi offrirono la candidatura alla Camera con i Progressisti dove ottenni il 49% dei voti, un successone, aiutato più da Rifondazione e da uno straordinario Giorgio Baldantoni comunista instancabile e mio amico. Rimasi comunque per un po’ consigliere della Stampa Romana governata dalla destra, ma con un sindacalista Rai di Forlì molto capace e aperto (Guglielmo Moretti, quello che apriva il mitico “Tutto il calcio, minuto per minuto”). Poi il Congresso Fnsi di Rimini, quelli di Bari (Agostini) e di Salerno (Mafai). Con un sindacato Rai granitico dopo Evangelisti, nell’autoconservarsi e arroccarsi.

Quindi il salto alla pratica “distruzione” di un sindacato giornalisti da parte di un sindacalista acquiescente (di cui parleremo) e di editori incuranti della qualità, che porta al crollo della carta stampata e alla affermazione di fogli, foglioni e foglietti Web riforniti spesso da agenzie approssimative o addirittura da false notizie che circolano liberamente nel mare indistinto dei social. Comunque con poche inchieste in proprio, realizzate andando sul posto, o sfoghi e bizzarrie personali (un bravo giornalista come Massimo Fini, un amico che stimo, il quale ci racconta perché non voterà… lo stesso direttore del Corrierone che divaga) mentre papa Francesco ribadisce le sue risolute posizioni e lotta contro lobby interne, anche in un Tribunale vaticano finalmente con giudici non ecclesiastici, si son fregati persino i soldi delle elemosine…). 

Concentrazioni editoriali superiori agli anni ’50 e miserabili retribuzioni per giovani aspiranti giornalisti

E soprattutto concentrazioni peggio che negli anni ’50. Ma i giovani aspiranti giornalisti vengono pagati 3, 5, 10 euro (se va bene) a pezzo e pochi protestano. E al Corriere giornale leader, anche sindacale un tempo, nessuno vuole candidarsi al Comitato di Redazione, come già detto. Altrove vengono rinnovati quelli, inerti, che ci sono, la Casagit cerca nuovi associati, non strettamente giornalisti o pubblicisti per rimanere positivamente in vita. L’Inpgi invece è alla frutta, anzi al caffè, con stipendi dirigenziali vicini a quelli di un’azienda privata, avendo come prospettiva o un’autoriforma severissima e partecipata, oppure quel passaggio, per ora  negatole, all’Inps.   

Un quadro troppo nero? Non mi pare. La notizia del Corriere della Sera dove nessuno vuole candidarsi nella carica sindacale interna è una autentica “bomba” per me vecchio giornalista e anche sindacalista. “L’informazione è il cane da guardia della democrazia”. Ma gli editori e quasi tutti i politici di oggi se ne fanno un baffo, in Italia o nelle tante dalle Regioni a statuto speciale, chissà perché, o specialissime, coi cosiddetti Governatori che fanno e disfano persino le leggi, in specie urbanistiche (Italia addio), per peggiorarle. Ma che Repubblica siamo, quella della Costituzione, o quale? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.