29 ottobre: la crisi climatica incombe, acceleriamo sul green e finiamola con fossili e nucleare

“Agire subito!” chiedono milioni di giovani; nel governo c’è chi cammina con la testa girata all’indietro

Le devastazioni in questi giorni a Catania ci dicono che gli eventi estremi si intensificano, mentre cominciano ad arrivare i fondi europei per il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Nel governo c’è chi cammina ancora con la testa girata all’indietro, e il ministro Cingolani dà retta alle sirene del nucleare “buono”, facendo da sponda alla strategia Oil&Gas dell’Eni. All’Onu il premier Draghi ha detto che “non c’è più tempo” e bisogna finirla col “bla bla inconcludente”. Si passi allora ai fatti, dichiarano a “Italia Libera” Massimo Scalia, Gianni Silvestrini, Mario Agostinelli e Roberta Cafarotti, fra i promotori della mobilitazione nazionale di domani in tutta Italia: «La transizione ecologica è l’opportunità imperdibile per modernizzare il Paese e dare ascolto alla società civile. Non sprechiamola» 


Interviste di LILLI MANDARA

IN VISTA DELLA MOBILITAZIONE nazionale di domani per il clima, abbiamo rivolto quattro domande a quattro grandi esperti di ambiente e sostenibilità: Massimo Scalia (fisico matematico alla Sapienza, tra i fondatori del movimento ambientalista italiano); Gianni Silvestrini (saggista e ricercatore, direttore scientifico del Kyoto club e del portale QualEnergia.it); Mario Agostinelli (vice presidente dell’Associazione “Laudato si’”, ex ricercatore dell’Enea e attivista nel Forum mondiale di Porto Alegre), Roberta Cafarotti (direttore scientifico di Earth Day Italia, presidente di CeSar, Centro studi accademici su Reputazione e sostenibilità). 

Anticipare al 2025 gli obiettivi sul clima per evitare il peggio [credit Valerio Portelli/LaPresse]

In questi mesi si parla solo di Covid ma in Italia si stima che ci siano 219 morti al giorno a causa dell’inquinamento. Il clima non fa sconti, è uno degli slogan della manifestazione del 29 ottobre. Cosa deve fare il governo per realizzare gli obiettivi energia/clima del 2030 e contrastare l’aggravamento della crisi climatica?

Massimo Scalia: «Il governo deve tenere bene a mente e dare seguito ai tre slogan della manifestazione: cioè che sia il 2025 la linea del Piave climatica, anno entro il quale realizzare obiettivi e piani per la transizione energetica; attuare la raccomandazione Ue del 40%, almeno 28 GW di solare ed eolico entro quella stessa data; e far cambiare immediatamente rotta al gruppo dirigente Eni in modo che il 25 per cento di riduzione sia realizzato entro il 2025. Il resto è solo un bla bla bla. Il mio auspicio è che Cop26 possa concludersi con l’anticipo degli obiettivi green o almeno di una loro parte al 2025».

Gianni Sivestrini: «Prima di ogni cosa dovrà rivedere il Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) predisposto quasi due anni fa, che prevedeva di ottenere alla fine di questo decennio una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 37% rispetto al 1990, un’inezia rispetto all’Europa che nel frattempo si è data l’obiettivo di ridurre entro il  2030 del 55% i gas climalternanti, col risultato che l’Italia resta sempre un passo indietro. Un obiettivo insufficiente il suo, poco ambizioso e inutile ai fini di contenere il riscaldamento globale entro limiti accettabili. Occorre quindi un salto decisivo del livello delle ambizioni, per dare una spinta energica alla crescita delle rinnovabili». 

“Smettere di dare continuità ai fossili come si fa a Civitavecchia, sostituendoli con le rinnovabili”

Mario Agostinelli: «Innanzitutto deve darsi da fare adesso, subito, per realizzare gli obiettivi climatici entro il 2025, dando seguito esattamente agli slogan della manifestazione, uno dei quali fissa a quella data la cosiddetta “linea del Piave”. Subito dovrà quindi sostituire le fonti fossili con sistemi non più centralizzati che attingano a vento, sole, acqua. Dovrà anticipare gli obiettivi e smettere di dare continuità ai fossili come sta accadendo a Civitavecchia sostituendoli con energie rinnovabili, rendendo i territori autosufficienti con la creazione delle “comunità energetiche”. Poi, per riassumere, dovrà cominciare a fare sul serio, per raggiungere gli obiettivi indicati dall’Europa. Finora abbiamo scantonato, appoggiando i piani industriali dell’Eni che vanno in direzione diametralmente opposta agli obiettivi della transizione energetica».

Roberta Cafarotti: «Secondo me il governo dovrà rendere coerenti tutte le politiche che attengono a energia/clima, entrando in correlazione con le politiche del lavoro ed educative, in grado quindi di valorizzare i capitali ambientali, umano e sociale oltre che economico in un’ottica che diventi civile e sostenibile. Altrimenti il rischio sarà quello di continuare ad attuare una politica frammentaria che non permette alla società civile di controllare i vari processi e di essere di supporto all’economia sostenibile».

Uno dei fronti più caldi della mobilitazione è la Basilicata per la trivellazione di pozzi petroliferi, ma anche a Ravenna l’Eni ha in programma la realizzazione di un deposito di stoccaggio della Co2 e a Civitavecchia la sostituzione della vecchia centrale a carbone con una a gas. L’Italia quindi sembra andare in controtendenza rispetto agli obiettivi della transizione energetica. Come si spiega?

Il gruppo dirigente dell’Eni ritarda la transizione energetica [credit Alfredo Falcone – LaPresse]

Massimo Scalia: «Questo è un capitolo che si spiega soltanto con l’infamia dell’Eni, che continua a insistere nel mantenere come core business gli idrocarburi, e del suo gruppo dirigente che vuole continuare a inquinare dandosi il vergognoso obiettivo di riduzione del 25% dei Ghg (Gas ad effetto serra) entro il 2030. Secondo me dovrebbero essere destituiti e messi in pensione, così farebbero meno danni. Da questo tunnel si esce solo indicando quel 25% come obiettivo per il 2025, conseguibile perché già esiste un’intesa Enel/Eni affinché la grande azienda elettrica intervenga sui siti “hard to abate” dell’Eni. L’Eni dovrebbe gettarsi anima e corpo nella vera transizione energetica, come avrebbe fatto il suo fondatore Enrico Mattei e invece continua a prodigarsi per mantenere l’Italia nell’era dei fossili, come accade a Ravenna dove vuole realizzare il progetto “Carbon Capture and storage».

Gianni Silvestrini: «Si spiega col fatto che l’elettricità ha viaggiato col freno tirato negli ultimi sette anni, anche a causa del sistema delle autorizzazioni che impediscono alle imprese che investono in energie rinnovabili di crescere nei territori. Bisognerà rivedere il sistema dei procedimenti autorizzativi e lasciare che le Sovrintendenze si esprimano solo lì dove ci sono vincoli veri, in modo da riuscire a reindirizzare le risorse dal fossile alle rinnovabili. Il principale motivo del mancato sviluppo del mercato in questi anni è legato proprio alla lentezza dei procedimenti autorizzativi. Il governo dovrà anche dare indicazioni chiare perché il mondo fossile impari a diversificare, a partire dall’Eni».

Mario Agostinelli: «Ci sono due grandi motivi: uno è l’Eni che non si mette in testa la necessità della riconversione e fa resistenza, in primo luogo rifiutando di adattare la propria struttura a un futuro che non sia fossile, determinando di conseguenza un appiattimento sulla sua linea delle scelte governative; l’altro è la nostra politica industriale che non è rivolta verso le rinnovabili. Partendo subito, saremo costretti a importare una parte dell’eolico perché l’industria manifatturiera non è improntata alla sostenibilità, non è ancora pronta. Queste difficoltà sono risultate palesi nelle posizioni espresse dalla Confindustria di Bonomi».

“Stimolare l’innovazione tecnologica e coinvolgere le comunità locali nella transizione ecologica”

Roberta Cafarotti: «Il comportamento dell’Italia si spiega con la pigrizia. Il tema si appoggia su politiche industriali già note e conosciute. Si cercano le vie brevi, soluzioni magiche quando in realtà si tratta di mettersi a lavorare, perché spesso le soluzioni già esistono: occorre stimolare l’innovazione tecnologica e soprattutto lavorare in maniera sana con i territori. È indispensabile il supporto dei territori e della società civile perché deve essere chiaro che la politica non può basarsi su valori competitivi ma realmente condivisi. Le comunità energetiche di autoproduzione e autoconsumo collettivo possono rispondere in modo concreto alle sfide legate al contrasto al cambiamento climatico».

Non c’è più tempo, siamo proprio agli sgoccioli. Però con i fondi del Pnnr forse qualcosa si potrà fare. Come dovranno essere utilizzati perché non si traducano nell’ennesimo spreco di risorse?

Massimo Scalia: «Il vero problema è smettere di imbrigliare le energie rinnovabili, a prescindere dai fondi. I 10 miliardi per i progetti verdi non sono sufficienti per raggiungere quel 37 per cento indicato da Bruxelles. È scontato che debba avvenire uno spostamento di scelte e obiettivi, il futuro è elettrico e anche gli investimenti devono andare in questa direzione».

Gianni Silvestrini: «Purtroppo non ci sono molti fondi, ma bisogna fare in modo che vengano utilizzate le risorse che molte imprese sono disposte a investire. Per questo ribadisco che è importante eliminare i vincoli che limitano le autorizzazioni in modo che le Regioni riescano a riattivare un settore che è stato fortemente penalizzato negli ultimi otto anni».

“Con l’uso del Pnrr dimostriamo che l’Italia non è il freno del cambiamento in Europa”

Mario Agostinelli: «Sì, i fondi del Pnrr sono utilissimi, sia per quantità che per dimostrare la volontà dell’Italia di adeguarsi agli obiettivi europei, visto che finora il nostro Paese viene rappresentato in Europa come elemento di resistenza al cambiamento. Però dovranno essere fondi non riservati alle imprese ma ai territori».

Roberta Cafarotti: «Per alcuni aspetti siamo già in netto ritardo, alcune decisioni sono state già assunte e il flusso dei finanziamenti è stato già indirizzato. Ora il problema è l’attuazione del Pnnr, le indicazioni provengono troppo dall’alto e questo fa sì che il Pnnr ruoti sulle nostre teste mentre la società civile fa fatica a intervenire. Serve il sostegno popolare, l’ascolto delle istanze sociali, delle Regioni, dei territori, senza i quali non potremo essere in grado di valutare se il Pnnr riuscirà a produrre del bene oppure del male».

Il premier Draghi riconosce che il tempo stringe e il ministro Cingolani sembra andare da un’altra parte rispetto all’utilizzo del Recovery Fund, su trivelle e nucleare. Come se ne esce?

Massimo Scalia: «Cingolani? Ma di che parliamo, un confusionario che ha la fissa del nucleare. Un ministro che non ha ancora capito che lo sconvolgimento climatico si abbatte drammaticamente su tutti, e che dobbiamo realizzare in tutta fretta un formidabile spostamento verso l’elettricità in ogni settore di consumo. Il nucleare, rannicchiato in tutto il mondo sotto il 2 per cento dei consumi finali di energia e superato alla grande dall’idroelettrico e dalle rinnovabili, non può dare alcuna risposta utile contro il global warming entro il 2030. In Italia il “popolo sovrano” l’ha cancellato con ben due referendum».

Mario Draghi all’Assemblea dell’Onu: “Non c’è più tempo; basta bla bla”; allora si passi ai fatti

Gianni Silvestrini: «Da lui sono arrivate affermazioni stonate sul green hydrogen o sul superamento dell’uso delle batterie o ancora sul nucleare. Un punto di vista in controtendenza rispetto alle strategie e agli investimenti delle case automobilistiche. E altresì ha detto che abbiamo nove anni di tempo e invece no, dobbiamo accelerare adesso sennò non ce la faremo mai». 

Mario Agostinelli: «Cingolani non è l’uomo giusto per la transizione energetica, né per formazione né per cultura e da subito è apparso l’uomo sbagliato nel posto giusto. Scontato quindi che risultasse coinvolto nella coazione a ripetere i vecchi schemi. Ma anche a Draghi attribuisco grande responsabilità perché avrebbe potuto esercitare la sua influenza per indirizzare le scelte nella giusta direzione e se non l’ha fatto è perché non ha voluto». 

Roberta Cafarotti: «Politicamente con il quadro partitico attuale la situazione è molto difficile, esiste uno scollamento tra le voci che provengono dal basso e il governo, l’interlocuzione è problematica se non del tutto azzerata. Nello stesso tempo non esistono processi democratici di partecipazione che consentano di fare sintesi e di instaurare un dialogo concreto sulle politiche industriali ed economiche. Insomma, manca l’altra voce, la voce dei cittadini. Finché non ci saranno processi di partecipazione, resterà solo la piazza, e gridare non è sicuramente un processo costruttivo. La manifestazione? Potrà rivelarsi utile in quanto da lì partirà una richiesta di ascolto, la richiesta di inserire la società civile nel dialogo con le istituzioni». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.