A lui dobbiamo le centinaia di articoli pubblicati per “Il Mondo”, furenti e documentati, sui “Gangsters dell’Appia”, i nuovi riccastri, le dive, i divi, gli speculatori edilizi: dal centro storico si trasferivano sulla Regina Viarum che “faceva più status, più moda” costruendovi ville e villoni con piscina faraonica e altri servizi consimili. L’opera sua più grande è stata l’istituzione del Parco dell’Appia antica per il quale si è battuto come un leone per decenni. E mai il nostro insostituibile amico Antonio avrebbe voluto sentirsi chiamare maestro: ne avrebbe sorriso col suo modo unico di parlare e fischiare sommessamente, come faceva quando voleva sorridere di sé stesso e del suo amichevole interlocutore


Il ritratto di VITTORIO EMILIANI

ANTONIO CEDERNA, PARRÀ strano, divenne giornalista e saggista, il maggior polemista che abbiamo avuto in materia di natura, ambiente, urbanistica, città storiche. Un grande della nostra migliore cultura a difesa del Bel Paese sfregiato, manomesso, saccheggiato come pochi altri, forse come nessun altro. Nato a Milano ma di famiglia valtellinese, dal padre già industriale tessile (il Cotonificio Cederna) travolto dalla crisi del settore che non seppe evolvere a industria delle confezioni, morto abbastanza presto, descritto come un uomo dolce. La madre Ersilia Gabba — energica, cattolica fervente, legata alla Corsia dei Servi di Dal Piaz e David Maria Turoldo, di una famiglia di generali dell’esercito — era accesamente antifascista (il cardinale Ildefonso Schuster così corrivo col regime fascista l’avrebbe volentieri visto eliminato dopo il 25 aprile). Antonio, in famiglia il Tonino, ultimo di quattro figli, tre sorelle, la prima sposata al critico d’arte Leonardo Borgese, figlio di Giuseppe Antonio, uno dei dodici cattedratici che non giurarono fedeltà allo Stato fascista e persero volutamente la cattedra, così antifascista pure lui che non lo lasciarono nemmeno collaborare con pseudonimo alle riviste d’arte, vinse e poi fu bocciato in due concorsi nazionali e visse di lezioni private e di poco altro. 

Antonio Cederna sugli scavi di Carsoli

Antonio scese a Roma per una ricerca archeologica nei pressi della capitale su di un sepolcro “sotto il melo” che fu la sua prima opera. Ma fondamentali furono subito dopo le amicizie con gli intellettuali radicali del gruppo del Mondo appena nato sotto l’impulso e la direzione di Mario Pannunzio, lucchese di origine meridionale, il gemello giornalistico di Arrigo Benedetti anch’egli lucchese, laico e antifascista, prossimo fondatore de L’Espresso, entrambi, curiosamente, allievi di Leo Longanesi, geniale giornalista e grafico, fascista convinto prima, di fronda poi, di nuovo fascista con Gianna Preda al Borghese nel dopoguerra fino alla morte precoce a soli 57 anni.

Antonio Cederna diventa subito una colonna del Mondo con un articolo sferzante e divertente sulla spettrale Via della Conciliazione per la quale il Duce in persona, con maglione e basco, ha picconato e iniziato la demolizione della Spina di Borgo dalla quale si sbucava all’improvviso nel colonnato della magnifica piazza del Bernini fino alla maestosa e sobria facciata del Maderno. Memorabili saranno negli anni Cinquanta le campagne settimanali pagate come il Mondo poteva, cioè modestamente, senza contratto giornalistico, con una famiglia che la moglie Maria Grazia reggerà e che la sorella Camilla — lo so perché ebbi la fortuna di “crescere” nel suo salotto allora “redazione” de L’Espresso a Milano — aiutò spesso concretamente. 

Uno dei suoi articoli più celebri pubblicato su “Il Mondo” l’8 settembre 1953

Al Tonino dobbiamo le centinaia di articoli furenti e documentati sui “Gangsters dell’Appia”, i nuovi riccastri, le dive, i divi, gli speculatori edilizi che dal centro storico si traferivano sulla Regina Viarum che “faceva più status, più moda” costruendovi ville e villoni con piscina faraonica e altri servizi consimili, costellando i muri di grandi frammenti romani. Fu dunque anche un grande urbanista Cederna, e lo sostennero specialisti che si chiamavano Leonardo Benevolo, Italo Insolera, Vezio De Lucia, e altri. Lo avversava tutto il cotè piacentiniano che col pretesto di “modernizzare” Roma aveva completato gli sventramenti e le demolizioni del periodo Umbertino (Corso Vittorio Emanuele II) con la creazione della rettilinea Via dell’Impero grazie alla quale il Duce poteva vedere dalla finestra dello studio a Palazzo Venezia il Colosseo, tronfia conquista. Un lavoro instancabile, informato, sempre polemico ma anche propositivo dal quale nacque prima il Parco dell’Appia antica scongiurando altri scempi e nuove manomissioni e poi il grande progetto di una grandiosa “spina verde” (già pensata dai Francesi nel periodo del governo napoleonico a Roma) dal Campidoglio fino ai Castelli. 

Ma Cederna se ne occupava andando in giro per l’Italia e sventando altri disastri solo progettati come l’aeroporto militare a Ravenna in prossimità, nientemeno, di Sant’Apollinare in Classe, o della manomissione del bellissimo centro storico di Urbino per il quale appoggiò a fondo la proposta di Paolo Volponi, Giorgio Baiardi Cerboni, Andrea Emiliani e molti altri come Sichirollo per una prima legge speciale che ne arrestasse lo scivolamento a valle provocato dalle acque sotterranee sulla genga (mentre, ironia della sorte, scarseggiava non poco acqua potabile). A quella legge speciale, sfociata in un primo bel piano di Giancarlo De Carlo, ne seguirono altre due più discusse, ma sempre animate da buone intenzioni. 

Al risanamento dei centri storici Antonio Cederna dedicò innumerevoli articoli e inchieste

Antonio si dedicò molto fervidamente anche ai piani di risanamento e restauro promossi con gli ultimi fondi Gescal da Bologna a Taranto passando per Ferrara, Modena, Roma fino alla “città dei pescatori” di Taranto. Promotore sul piano politico — va ricordato — Franco Briatico. Antonio sui cantieri del quartiere popolare di San Leonardo a Bologna si soffermò ore e ore ricevendo da Pier Luigi Cervellati all’epoca assessore all’edilizia bolognese con Guido Fanti sindaco tutte le risposte tecniche e sociali alle sue puntigliose e pertinenti richieste. E lo stesso fece ovunque, fino a Taranto nella città antica e vecchia abbandonata da tanti anni con l’architetto Franco Blandino autore del coraggioso progetto. 

Altri tempi che paiono remoti. Eravamo la solita piccola squadra che accompagnava Cederna allora al Corriere di Giulia Maria Crespi poi venduto purtroppo al piduista Gruppo Rizzoli. Ingolositi dai contigui e già pessimi nuovi Lidi Ravennati, dopo Porto Garibaldi, da pescatori volevano ora passare a lottizzatori anche dei Lidi Ferraresi. E stavano marciando minacciosi sul convegno che Giorgio Bassani, allora validissimo presidente nazionale, oltretutto ferrarese, di Italia Nostra, aveva organizzato a Pomposa. Chiamato con urgenza da Cervellati, il presidente Fanti arrivò velocemente da Bologna, fermò i dimostranti alzando le mani in un corteo armato di cartelli degli aspiranti lottizzatori che avrebbero sconciata la zona del bel castello estense della Mesola e della lecceta sempre estense nel quale entravano le alte maree della Valle e che era ricco di animali selvatici. Fanti li convinse a riporre i cartelli e altro. Il problema era anche quello di modificare il percorso della superstrada che doveva sostituire l’antica Romea tranciando tutto il Delta a portando il traffico di ogni tipo proprio davanti all’Abbazia di Pomposa autentica meraviglia medioevale con l’asfalto che avanzava purtroppo dappertutto. Ma Bassani e Cederna non mollavano. 

Antonio Cederna fu tra i fondatori di Italia Nostra nel 1955 ma non comparve mai: “Ero timido”

Avevo chiesto ad Antonio perché non figura con Umberto Zanotti Bianco, Desideria Pasolini dall’Onda, Elena Croce, Pier Paolo Trompeo, Gino Magnani fra i fondatori di Italia Nostra nel 1955. Lui mi rispose un po’ ghignando: «Perché ero timido». Era fatto così. In Comune a Roma, dove fu eletto come indipendente nella lista del Psi, si batté in ogni modo per impedire la rovina di Monte Mario con lo speculativo, enorme Hotel Hilton, che ad Antonio toccava in sorte di scorgere dalla sua casa di via Romagnosi in basso. Alla Camera, dove fu eletto nel 1987 come indipendente di sinistra, promosse con l’ottimo Gianluigi Ceruti la fondamentale legge sulle aree protette che fece passare l’Italia da 4 a 24 Parchi Nazionali, tanti Parchi provinciali e aree di protezione marina. Una legislazione che purtroppo governi sciagurati si sono industriati di smontare o comunque di neutralizzare o di farne — come vorrebbero — Parchi-giochi aprendoli anche alla caccia (magari delle marmotte, come ha cercato di fare la Provincia Autonoma di Trento). Una volta a Pescasseroli ci aggredirono verbalmente minacciandoci come “amici del lupo e non dell’uomo”. Erano tempi difficili (come son tornati ad essere), dominati politicamente dalla famiglia Spallone, l’amministrazione voleva tracciare un grande viale intitolandolo a Palmiro Togliatti. Ma Cederna non mollava mai. 

Si scoprì gravemente leucemico per una improvvisa operazione di appendicite e purtroppo si poté soltanto ritardarne la fine. La domenica mattina lo accompagnavo in macchina a rivedere la “sua creatura” cioè l’Appia Antica, e capire cosa vi stava succedendo. Per esempio, nel tempietto romano (di Cerere e Faustina, mi pare) che sorge all’inizio, trasformato in una chiesa regolarmente officiata, si stava svolgendo un matrimonio di lusso, pacchiano, chiaramente di nuovi ricchi probabilmente malavitosi (e così era). «Dài entriamo, non ci sono entrato da tanti anni», mi fece ridendo. Ci scoprono dopo poco e due cupi guardaspalle ci buttano fuori, ma Antonio ride anche di questo. 

A Ponte in Valtellina, da sinistra a destra: Peppino Cederna, Corrado Stajano, Antonio Cederna, p. Camillo, Carluccio Cederna, Luigi Santucci

Andrà a morire nella sua Valtellina, nella grande casa paterna di Ponte. Al funerale, a cui accorremmo da Roma gli amici più cari, a nome dei quali, dopo un intervento sgarbato di Camilla jr., lessi in casa un breve e commosso — ma soprattutto grato — ricordo: un carissimo sodale che rimane coi suoi tantissimi articoli e coi suoi molti libri il più grande e tenace combattente per la bellezza italiana. Il figlio Giuseppe mi raccontò che l’ultima sera aveva recitato una poesia o forse uno dei brani descrittivi dei Promessi Sposi del suo amatissimo Manzoni che, come alcuni canti fondamentali della Divina Commedia, conosceva a memoria. Così si spense il nostro insostituibile amico Antonio che mai avrebbe voluto sentirsi chiamare maestro, anzi ne avrebbe sorriso col suo modo unico di parlare e fischiare sommessamente come faceva quando voleva sorridere di sé stesso e del suo amichevole interlocutore. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.