Le ventinove vittime nella tragedia del 18 gennaio 2017, all’Hotel Rigopiano nel territorio di Farindola in Abruzzo

A cinque anni di distanza dalla tragedia, fra due settimane si celebrerà l’ennesima udienza preliminare al processo sui mancati soccorsi. Il 28 gennaio sarà depositata la perizia disposta per stabilire se il terremoto ha concorso a scatenare la valanga. Le richieste di aiuto erano partite dalle prime ore del mattino del 18 gennaio 2017, subito dopo le prime scosse di terremoto: se i soccorsi fossero scattati subito, le 29 vittime si sarebbero salvate e undici superstiti si sarebbero evitati i traumi e le sofferenze che li accompagnano da quel giorno. «Lotteremo per le nostre vittime, fino alla fine dei nostri giorni», le parole di Paola Ferretti a “Italia Libera”. All’hotel Rigopiano ha perduto il figlio di 31 anni, Emanuele Bonifazi


L’intervista di LILLI MANDARA, da Pescara

Il mattino dopo la tragedia, i soccorritori scavano ancora fra detriti e neve ghiacciata

«L’HO PROMESSO A MIO FIGLIO, quel giorno sulla sua bara: lotterò fino alla fine dei miei giorni, senza mai perdere la forza e la speranza affinché lui e le altre 28 vittime abbiano giustizia». Ma quanto è difficile coltivare ancora la speranza, oggi che sono passati cinque anni da quella valanga maledetta e che mancano due settimane all’udienza preliminare (e vale la pena sottolineare: preliminare, dopo 5 anni), un’altra udienza che si consumerà in fretta come tutte quelle passate, forse con ulteriori rinvii, sospensioni, pause forzate. Il 28 gennaio dovrebbe essere depositata la perizia disposta dal giudice per stabilire se il terremoto ha concorso a scatenare la valanga, quanto utile si dovrà decidere nel corso del dibattimento visto che le richieste di soccorso dall’hotel Rigopiano erano partite già dalle prime ore del mattino del 18 gennaio 2017, e proprio subito dopo le prime scosse di terremoto: quindi, se i soccorsi fossero scattati subito, se le richieste di aiuto non fossero state sottovalutate, le 29 vittime si sarebbero potute salvare e gli undici superstiti magari avrebbero potuto risparmiarsi i traumi e le sofferenze che li accompagnano da quel giorno.

La neve della valanga è penetrata all’interno dell’Hotel Rigopiano, furono trovati 11 superstiti

Ed è quello che ripete Paola Ferretti, la madre di Emanuele Bonifazi, il receptionist dell’hotel Rigopiano, 31 anni al momento della tragedia: «La speranza, nonostante questa vergogna, non possiamo perderla, è un lusso che non possiamo permetterci, perché mio figlio e tutti gli altri si potevano e si dovevano salvare». E però quanto è dura essere considerati un niente, «ospiti» dice Paola, in quel processo in cui si consumano riti faticosi e incomprensibili, «ospiti sgraditi, oserei dire, in cui le parti civili vengono considerate meno di niente, in cui non possiamo fare un cenno o dire una parola, ma solo assistere impotenti a lentezze indicibili, tenendo a bada le nostre emozioni». Perché è vero, le indagini sono durate due anni tra depistaggi e ripensamenti, ma poi, poi gli altri tre anni come sono passati? Così, sono passati, e ci si è messo anche il Covid. Un’udienza per comunicare il nome dei periti, un’altra per nominarli, un’altra ancora per il giuramento: «E ogni volta un viaggio, noi dalle Marche fino a Pescara, per coltivare la promessa di giustizia fatta sulla tomba dei nostri cari». 

«Come madre sono delusa, addolorata, ma come cittadina sono schifata, mi vergogno di essere italiana. Prima della tragedia non ero mai entrata in tribunale, ho difficoltà a chiamarla aula di giustizia, ma nel corso di questi anni mi sono resa conto di quanto sia farraginoso, complicato, cavilloso il nostro sistema giudiziario che mette al primo posto la difesa dell’imputato e in cui invece le vittime sono considerate quasi con fastidio». Da 39 anni Paola Ferretti lavora come maestra elementare «ma da qualche tempo avverto una crescente difficoltà a trasmettere ai miei alunni alcuni principi. Soprattutto dopo aver visto molti degli imputati promossi nelle rispettive carriere, promozioni spesso sbandierate a destra e a manca senza che nessuno si indigni o si scomodi a ricordare». 

Per mettere in moto la macchina dei soccorsi si persero ore preziose, costate la vita a 29 vittime

Paola è diventata la voce del Comitato dei parenti delle vittime, che il 18 ha organizzato una fiaccolata davanti all’obelisco di Rigopiano, poi l’alzabandiera, il deposito dei fiori, la messa (se daranno l’autorizzazione a celebrarla lì), e infine verranno scanditi i nomi dei 29 Angeli di Rigopiano, con il rintocco delle campane. E alle 16.49, l’ora della valanga, in cielo voleranno 29 palloncini bianchi. Di quel giorno ricorda la telefonata drammatica del figlio Emanuele. «Erano le 16, mio figlio era riuscito finalmente a chiamarmi: dal mattino mi diceva che le linee non prendevano e che la sera avremmo potuto provare a sentirci via WhatsApp e invece alle 16 riuscii a parlargli. Io ho cercato di trasmettergli un po’ di ottimismo e mi sono rivolta a lui dicendo “ehi Emanuele, va tutto bene vero?” e sono rimasta di sasso quando lui mi ha risposto “No mamma, qui è un disastro”». Dopo neppure un’ora sarebbe caduta la valanga. «Eppure in quel momento non mi ero preoccupata, non più di tanto. Più tardi, nel pomeriggio, l’altro mio figlio provò a scrivergli altri messaggi ma lui non li leggeva, e pensammo che era troppo occupato col lavoro. Solo alle 22 un’amica ci chiamò per dirci che aveva letto da qualche parte la notizia della valanga. Siamo partiti subito, e da lì è cominciato il calvario, la roulette russa dell’estrazione dei corpi, dei vivi e dei morti».

A cinque anni dalla tragedia, nel processo-lumaca di Pescara siamo ancora alle udienze preliminari

Il 28, se si riuscirà a evitare un nuovo slittamento, potrà esserci lo stralcio per 29 dei 30 imputati che hanno chiesto il rito abbreviato e il rinvio a giudizio per  l’ex sindaco di Rigopiano Antonello De Vico che invece affronterà il processo ordinario. Ma il rischio prescrizione è l’incubo di tutti. «Questo per me, per tutti noi, è un gioco al massacro. Non so e non capisco perché si va avanti così. Delle due l’una: o si aspettano che ci stanchiamo oppure che moriamo anche noi. La nostra sopportazione è davvero al limite, e spero che non ci siano ulteriori rinvii». È morto due volte, Emanuele, racconta Paola. La seconda, quando l’Inail non gli ha riconosciuto la morte sul lavoro (insieme a lui, altri quattro ragazzi) perché non aveva familiari a carico, né moglie o figli. «Abbiamo avuto 2.136 euro di assegno funerario — spiega Paola — che ha coperto metà delle nostre spese. Ecco, un’offesa più grande non poteva esserci».

Gennaio è un mese terribile per i parenti delle vittime. I riflettori, i giornali che pure servono perché devono tenere alta l’attenzione sennò chi se le ricorda più le 29 vittime di Rigopiano, le interviste i permessi i riti le celebrazioni, e quanto dolore e quante amarezze ogni volta. «Noi siamo qui e ci saremo sempre, nonostante le spese incredibili e le umiliazioni. Ci saremo perché insieme siamo una forza, troviamo la reciproca solidarietà che in questi cinque anni da altri non abbiamo avuto, e perché insieme condividiamo i sorrisi dei ricordi dei nostri ragazzi e le lacrime che possiamo far scorrere in libertà». Andranno avanti, perché questa vergogna del processo lumaca venga cancellata e perché venga fatta finalmente giustizia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ha lavorato nella redazione abruzzese del “Messaggero” dal 1984 al 2014. Ha seguito per il quotidiano di Roma molte vicende dell’attualità italiana. Dal 2015 è direttore responsabile del blog “Maperò”, testata giornalistica che si occupa in Abruzzo di politica, cultura e cronaca. Collabora col “Fatto quotidiano” e con “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’“Osservatore Romano”.