Trent’anni da Mani pulite. Craxi, Chiesa e la fine del Psi: alle radici di una sconfitta storica e politica

Comizio di Pietro Nenni subito dopo la guerra; sotto il titolo, Bettino Craxi segretario nazionale del Partito Socialista Italiano ad un Congresso del partito

“Passa un socialista, passa un uomo onesto”, si era detto per molto tempo, prima e dopo la guerra. Già la parte andata con Saragat nel Psdi aveva poi mostrato una grande propensione a comportamenti personali disinvolti, esplosa in veri e propri scandali. I socialisti rimasti nel Psi erano stati, per lo più, amministratori locali attenti, oculati, anche se qualcuno aveva dimostrato di amare un certo lusso. Con l’uscita di scena di Nenni e l’ingresso nel sottogoverno nazionale, controllori di voti e parlamentari eletti nel Psi avevano nel frattempo in maggioranza cambiato vita; dall’utilitaria erano passati come minimo alla Giulietta, e giacche di buon taglio avevano sostituito i vecchi abiti grigi di molti ex funzionari


L’analisi di VITTORIO EMILIANI

L’ARRESTO DI MARIO CHIESA per una somma neppure eccezionale il 17 febbraio 1992 apre una stagione di inchieste che battono soprattutto sul Psi, una volta considerato come una formazione di persone perbene, specchiate. “Passa un socialista, passa un uomo onesto”, si diceva allora. Ma già la parte andata con Saragat nel Psdi aveva mostrato una grande propensione a comportamenti personali disinvolti, esplosa in veri e propri scandali (la Lockheed, ad esempio) con la segreteria del modestissimo, ma servile, Tanassi. I socialisti rimasti nel Psi erano stati, per lo più, amministratori locali attenti, oculati, anche se qualcuno aveva dimostrato di amare un certo lusso. Ai democristiani gli italiani che li votavano in massa non imputavano granché perché li avevano salvati nel 1948 dal comunismo ancora fedele a Mosca (e con Mosca i legami si sarebbero allentati, ma mai propriamente tagliati, come ha testimoniato autorevolmente Gianni Cervetti conoscitore del Pci dall’interno nel suo libro l’“Oro di Mosca” e Alessandro Natta, primo segretario del Pci dopo la morte di Berlinguer, dove si era recato con Cossutta? A Mosca ad incontrare l’ormai perente Chernenko confermando antichi legami. Ma sui finanziamenti illegali del Pci ci sarebbero state testimonianze abbastanza marginali.

Roma, 1976. Direzione nazionale del Psi. Da sinistra Pietro Nenni, Francesco De Martino e Bettino Craxi

Nel Psi la segreteria De Martino aveva lasciato prosperare situazioni molto discutibili di accaparramento dei posti di potere che si sarebbero poi tradotte in tangenti non appena approdati al governo nazionale. Francesco De Martino, docente di Storia del diritto romano a Napoli, era una persona onestissima. Quando lo intervistai dopo il rapimento del figlio Guido e dopo che per il riscatto gli avevano messo in mano dei soldi “sporchi” di provenienza malavitosa, mi disse accasciato: «Io non nulla in proprietà, questa casa è una cooperativa di parlamentari. Ho soltanto una barchetta con la quale vado a pesca». Un’altra passione era la caccia per la quale (e questo poteva dar luogo ad amicizie dubbie con proprietari di riserve. specie al Nord) veniva invitato a battute. I demartiniani purtroppo furono fra quelli che più cambiarono modi di vita con l’andata del Psi al governo, anche perché erano forti in tutta Italia. I manciniani, che pure si segnalarono nel sottogoverno, erano diffusi soprattutto nel Sud, e si erano messi in vista con l’onorevole Principe nelle vicende dell’Università di Arcavacata. Mentre altri socialisti calabresi, ad esempio l’onorevole Salvatore Frasca, emergevano per la loro onestà e per l’impegno nella lotta alla malavita.

Certo il divario delle stesse preferenze fra Nord e Sud era tale da richiedere a sud di Firenze una lotta per le preferenze davvero molto dispendiosa. Se nello stesso vastissimo Collegio Milano-Pavia un socialista poteva essere eletto con poche migliaia di preferenze, in quello calabrese di Cosenza-Catanzaro all’onorevole La Morte ne occorrevano 100.000. Un dato di fondo che si ripeteva per la Democrazia Cristiana e che spingeva i deputati calabresi e meridionali in genere (si pensi, nel primo caso, a Misasi e, nel secondo, ai Gava, padre e figlio). 

Il generale dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo, protagonista del “Piano Solo”

Ma l’opinione pubblica più avvertita si attendeva che l’andata al governo del Paese dei socialisti, del Psi, portasse ad un reale cambiamento. Ciò per una parte fu vero. Ma soltanto per una parte. Il governo Fanfani in tredici mesi prende la decisione di nazionalizzare i più chiusi e assoluti potentati privati, cioè gli elettrici della Edison, della Sade, della Centrale, ecc. e poi gli espropri e l’insediamento del primo consiglio dell’Enel. Le altre riforme di struttura subirono un lungo blocco e nell’estate del 1964 ci fu il serio timore di un colpo di Stato organizzato dal generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, capo del Sim, con forze di estrema destra (il Piano Solo). Cosa che comunque costrinse il Psi a rinegoziare al ribasso le condizioni del centrosinistra e di rinviare, quanto meno, riforme strutturali come quella ospedaliera (Mariotti) e poi sanitaria (Bindi) strappate soltanto a fatica. Anche perché al Quirinale, dopo la malattia incurabile del doroteo Segni, era succeduto non Nenni, come si era pensato, ma Saragat che, teorizzando gli opposti estremismi, aveva bloccato lo spostamento a sinistra dell’asse del Paese

I controllori di voti, i parlamentari eletti nel Psi avevano nel frattempo in maggioranza cambiato vita; dall’utilitaria erano passati come minimo alla Giulietta, e giacche di buon taglio, magari inglesi, avevano sostituito i vecchi abiti grigi di molti ex funzionari. Poi c’era il cumulo di cariche che gli stessi si tenevano stretto: a Pavia il segretario provinciale Luciano De Pascalis (che poi scoprimmo essere stato nella Decima Mas) era segretario provinciale, assessore provinciale, capogruppo in Comune, mentre a Roma figurava come amministratore dell’Avanti! Una sera non fece in tempo a tornare da Roma e in pochi approfittammo per proporre un ordine del giorno sulle incompatibilità che incredibilmente venne votato alla unanimità con un solo astenuto. Quando tornò, De Pascalis fece una sfuriata, ma ormai la decisione era stata votata. Il Psi era fatto così. Le clientele elettorali lo avevano certamente guastato, corrotto, e però aveva ancora degli scatti d’orgoglio. Al Congresso provinciale del 1965 esordii parlando appunto di questo, della corruzione sempre più presente e sotto il palco vennero alzando le loro manone i “vigevanesi” che erano considerati i più corrotti, gente senza mestiere che portava scarpe firmate.

Antonio Di Pietro durante il processo per Tangentopoli

Per questa china negativa imboccata dal Psi, esso divenne il primo imputato di Tangentopoli anche se alcuni suoi uomini stavano amministrando benissimo le società di Stato, penso ad Alberto Meomartini alla Snam e a Franco Reviglio all’Eni con una spiccata propensione ambientalista garantita da personaggi singolari come Marcello Colitti che portava pure scarpe di color verde. Si creò col pool di Mani Pulite e con la sequela di arresti quotidiani un clima persino accesissimo davanti al Palazzo di Giustizia di Milano dove sembrava essersi perso il senso di una giustizia giusta. La corruzione era tanta e diffusa, le maxi-tangenti fra grandi gruppi e partiti emergevano, ma soprattutto Antonio Di Pietro assumeva sempre più la figura del giustiziere popolare: se collabori ti mando al carcere di Opera, se non collabori ti tengo a San Vittore e ti torchio. Così si ebbero alcuni suicidi clamorosi: quello del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari con un sacchetto di plastica a San Vittore, l’altro di Raul Gardini in casa a Milano con un colpo di pistola nonostante avesse la possibilità di fuggire in Francia dove contava molti amici, temendo un arresto imminente. La discesa in politica di Antonio Di Pietro ha dimostrato che giustizia e politica non vanno mai confuse

Davanti al Palazzo di Giustizia a Milano una folla attendeva con ansia trattenuta l’arresto e gli arresti di giornata esplodendo in grida di approvazione ogni volta che si sapeva di una nuova carcerazione preventiva. Craxi, sbagliando, tenne alla Camera un discorso che aveva un fondamento di realtà, lui che era stato meglio come uomo di governo — con l’abolizione della scala mobile, il raffreddamento dell’inflazione, la vicenda dell’Achille Lauro e quella di Sigonella resistendo ad una minaccia Usa che si ripetè fino all’arrivo dell’aereo a Roma — che non come segretario del Psi. Lo dico perché De Mita mi fece fuori dalla direzione del “Messaggero” nel 1986 e Craxi e Martelli assentirono accontentandosi in cambio della direzione del “Giorno” peraltro per Francesco Damato che con l’area socialista aveva ben poco a che fare e che presto fu costretto ad andarsene. 

Bettino Craxi e Claudio Martelli a un congresso del Psi [credit Getty Images]

Quando in un Transatlantico deserto, il coraggioso e polemico Peppino Loteta, da poco purtroppo scomparso, affrontò Craxi e Martelli dicendo loro senza giri di parole: «Avete fatto  una bella cazzata, eh, con Emiliani?», Martelli ammise: «Sì, abbiamo fatto una cazzata». Bettino Craxi invece si girò dall’altra parte. Tornato a Montecitorio, curiosamente, incrociai proprio De Mita ad una svolta del corridoio che porta al Transatlantico, e lui subito si schermì dicendo: «Guardi che io non c’entro, non c’entro proprio». Gli dissi sorridendo di non preoccuparsi: «Mi vede forse sciupato?» e lo lasciai in asso.

Craxi non accettava di essere considerato il principale responsabile di Tangentopoli e quindi se ne andò per tempo in Tunisia, ad Hammamet. Mentre altri accusati di gravi reati rimasero in Italia, a cominciare da Forlani e da Andreotti. Quest’ultimo assolto a metà per le collusioni con la mafia. Mentre Eni, Montedison e altri grandi gruppi rimasero al centro dei riflettori processuali per anni, la Fiat non venne coinvolta in Tangentopoli: l’amministratore delegato Cesare Romiti presentò alla magistratura milanese un voluminoso dossier sulla propria azienda ottenendo così una sorta di liberatoria. Un trattamento che ancor oggi, a trent’anni di distanza dall’arresto di Mario Chiesa, riesce difficile da capire per chi voleva davvero — se lo voleva — fare la rivoluzione (escluso Gerardo D’Ambrosio) per via giudiziaria. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutaci a restare liberi

Effettua una donazione su Pay Pal

About Author

Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.