Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato a livello globale, con circa +1,45°C rispetto ai livelli preindustriali (Copernicus Climate Change Service). Il 2024 e il 2025 hanno confermato la stessa tendenza e purtroppo non e più un’anomalia, ma un dato strutturale: la nuova normalità. Donald Trump ha più volte rimesso in discussione l’esistenza stessa del cambiamento climatico, riportando indietro il dibattito di anni, quando ha revocato nel febbraio di quest’anno, la “endangerment finding (constatazione di pericolo), norma chiave dell’era Obama. Il caso vincente della battaglia contro il “buco nell’ozono”, mettendo al bando i Cfc (cloro fluoro carburi) nel 1987: non ci credeva nessuno e invece è in fase di recupero con scelte attive e responsabilità condivise: si sono coinvolte le industrie, allineate le istituzioni, informati i cittadini e avviata la grande sfida che può dichiararsi vinta
◆ L’analisi di VITO AMENDOLARA
► Il 22 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Terra, divenuta un “rito” che non ha nulla a che vedere con la presa di coscienza di ciascuno. Viviamo immersi in una infodemia permanente: guerre, crisi geopolitiche, tensioni economiche. tutto occupa spazio, tutto urla e nel rumore generale è sparita la questione più grande di tutte: quella del cambiamento climatico, che ha subìto una riduzione di fatto delle notizie a riguardo, addirittura del 47% (fonte Greenpeace), mentre la crisi peggiora ogni giorno. Un problema non affrontato seriamente, non superato, semplicemente rimosso. Eppure i numeri non sono cambiati., anzi sono peggiorati. Secondo l’Ipcc (Intergovernmentale Panel on Climate Change) per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C servirebbero riduzioni drastiche e immediate delle emissioni, non tra dieci anni ma adesso e purtroppo siamo fuori traiettoria, e “abbiamo altro da fare”.
Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato a livello globale, con circa +1,45°C rispetto ai livelli preindustriali (Copernicus Climate Change Service). Il 2024 e il 2025 hanno confermato la stessa tendenza e purtroppo non e più un’anomalia, ma un dato strutturale: la nuova normalità. E mentre i dati parlano chiaro, il mondo gli volta le spalle. Negli Stati Uniti torna con forza una narrazione negazionista. Donald Trump ha più volte rimesso in discussione l’esistenza stessa del cambiamento climatico, riportando indietro il dibattito di anni, quando ha revocato nel febbraio di quest’anno, la “endangerment finding (constatazione di pericolo), norma chiave dell’era Obama, che riconosceva il cambiamento climatico come una minaccia per la salute umana e l’ambiente Nel frattempo, l’Europa continua a produrre strategie, ma fatica a tradurle in scelte incisive.
Le grandi conferenze internazionali, le cosiddette Cop (l’ultima, la n. 30, tenuta in Brasile nel novembre scorso), si sono progressivamente svuotate di efficacia. L’“Accordo di Parigi”, firmato da 177 Paesi nel 2015, ha sostituito il protocollo di Kyoto, fissando un obiettivo chiaro: contenere l’aumento della temperatura entro 1,5° rispetto ai livelli preindustriali, per evitare conseguenze catastrofiche, anche in questo caso si continua a segnare il passo. È appena il caso di ricordare che mancano meno di cinque anni al 2030, data prevista per il raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile contenuti nell’Agenda Onu 2030, e anche in questo caso siamo lontani dall’obietivo 13 legato al cambiamento climatico (due numeri emblematici). Infine, secondo l’Unep − il programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (United Nations Environment Programme) − con le politiche attuali il mondo è diretto verso un aumento della temperatura di circa 2,5–2,9°C entro la fine del secolo, e non vi sono segnali di presa d’atto di questa pericolosa e stridente asimmetria.
Abbiamo trasformato la Giornata della Terra in una ricorrenza da calendario che dura da 56anni “22 aprile 1970”. Ma la verità è più scomoda, e non ci sono alibi capaci per giustificare un atteggiamento quasi di presa d’atto dell’ineluttabile. Nonostante sappiamo cosa fare, prevale con forza la scelta del non fare, dando vita ad una sorta di Sindrome di Cassandra. Eppure una lezione esemplare ce l’abbiamo e non è né Teoria né fake news: quando il mondo ha deciso davvero di intervenire, i risultati sono arrivati come nel caso del buco nell’ozono, formatosi principalmente a causa del rilascio in atmosfera di sostanze chimiche sintetiche, in particolare dei clorofluorocarburi (Cfc), utilizzati per decenni in spray, frigoriferi e condizionatori, scoperto formalmente il 16 maggio 1985.
Il buco nell’ozono sembrava una condanna irreversibile per l’Umanità, poi la consapevolezza è prevalsa e con la firma del Protocollo di Montreal, il 16 settembre del 1987, vietando l’uso dei Cfc, si è posto un freno ad una deriva pericolosa. Con accordi vincolanti e responsabilità condivise, si sono coinvolte le industrie, allineate le istituzioni, informati i cittadini e avviata la grande sfida che ormai può dichiararsi vinta. Secondo la Nasa e Wmo (World Meteorological Organization) lo strato di ozono è in fase di recupero e potrebbe tornare ai livelli del 1980 entro il 2045/50. Non ci credeva nessuno e invece è successo.
Questo significa una cosa sola: la traccia esiste. Ma serve la volontà, quella vera, per fare diventare l’utopia storia. Se continuiamo a rimandare, non sarà un errore, sarà una scelta: la scelta dello struzzo che continua a solcare interminabili deserti di sabbia, rendendo irreversibile la crisi climatica. E allora sì, potremo dire di aver commesso non un peccato veniale, ma uno mortale nei confronti dei nostri figli, perché fra quattro anni saremo nel 2030, data entro la quale bisogna ridurre del 50% rispetto al 2010 le emissioni di Co2. È già domani. E noi, quel domani, lo vedremo arrivare con tutto il suo peso addosso, forse senza aver fatto quello che doveva essere fatto. Cui prodest? Boh… © RIPRODUZIONE RISERVATA
