Qual è il nostro posto nel mondo naturale dell’unico pianeta abitato da umani a noi noto? Fragile nell’oscurità del cosmo, la “piccola biglia blu” apparve all’obiettivo della macchina fotografica di William Anders. Era la notte di Natale del 1968, a bordo della navicella spaziale Apollo 8, la prima missione con equipaggio a orbitare attorno alla Luna senza allunaggio. Gli astronauti Frank Borman, Jim Lovell e William Anders furono i primi esseri umani a vedere la Terra sorgere dall’orizzonte lunare. Un evento che non era previsto nel piano scientifico della Nasa. E “Earthrise” (riprodotta sotto il titolo di questa pagina) scosse e cambiò per sempre la percezione della Terra nella mente dell’umanità intera. Quella foto, fra le tante conseguenze anche filosofiche ed etiche, diede impulso al fiorire di studi e ricerche che covavano nei laboratori di tutto il mondo per capire la fragilità di quella piccola biglia blu e l’irriducibile complessità (e bellezza) di un pianeta di cui l’uomo ha preteso di dominarne il destino. Con l’esito, fra gli altri, dei termometri che misurano questi giorni una febbre crescente. Per cercare una risposta alla domanda su qual è oggi il nostro posto nelle dinamiche del mondo biofisico, Fabio Balocco ha incontrato Elisabetta Corrà per una lunga conversazione fra due giornalisti ambientali “controvento”. L’incontro in cinque puntate muove dal termine che dovrebbe riassumere, in un sostantivo, una controversia scientifica decennale intorno al dissesto planetario


◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con ELISABETTA CORRÀ, giornalista e scrittrice ambientale

Il termine Antropocene non è ancora riconosciuto dalla comunità scientifica, ma è comunque diventato di uso comune. È più facile che uno conosca almeno per sentito dire l’Antropocene, piuttosto che l’Olocene. Ci puoi dire, Elisabetta, che cosa si intende con questo sostantivo e quando si potrebbe situarne la nascita?

Elisabetta Corrà, giornalista e scrittrice ambientale, osserva e racconta le origini della sesta estinzione di massa con il sito “trackingextinction.com”, esplorando la condizione ecologica, storica ed esistenziale dell’umanità nel XXI secolo

«Nel marzo del 2024 la International Union of Geological Sciences (Iugs) ha annunciato di aver respinto la proposta di fissare al 1952 l’inizio dell’Antropocene. Una decisione che ha spiazzato un mucchio di esperti, che avevano già la bottiglia di champagne in mano. Non saremmo in una epoca diversa dall’Olocene, quindi, nonostante gli impatti planetari dei nostri progetti e delle nostre attività. A spendersi per questa datazione, il 1952, che corrisponde all’anno in cui gli isotopi da test nucleari si sono depositati nel Crawford Lake, un lago incontaminato in Ontario, in Canada, è stato soprattutto il partito dei geologi, che voleva a tutti i costi un marcatore fisico, tangibile, che ci indicasse da quando tutto è cambiato. Il Crawford è una sorta di archivio geologico di strati sedimentari, ma, anche se le sue acque sembrano purissime, contiene tracce dei test nucleari». 

— Ci sono state però anche altre proposte di datazione.

«Ci sono state negli anni molte proposte su quale dovesse essere questo marcatore, il cosiddetto “Golden spike” dell’Antropocene: gli isotopi di plutonio radioattivo dei fall-out nucleari, le microplastiche, i residui di pesticidi, l’azoto di sintesi dei fertilizzanti, il black-carbon (microsfere di cenere da combustione di petrolio e carbone sospese in atmosfera), il cemento, i tecno-fossili, l’anidride carbonica e il metano. Penso che questo modo di intendere le cose abbia più a che fare con l’ossessione per le risposte univoche, quadrate, ingegneristiche che con la reale scala (mostruosa) di quello che queste proposte stanno cercando di cogliere e descrivere. Ci parla anche dell’importanza mitologica, archetipica, dell’origine: sapere al 100% quando è cominciato qualcosa, quando è comparso il primo Australopiteco, quando siamo diventati umani in senso cognitivo, quando si è rotto il legame tra politica e cultura civile… cercare l’origine in senso scientifico mantiene e trattiene una suggestione antichissima, mistica. Ed è una componente euristica fondamentale della scienza occidentale. La battaglia attorno all’Antropocene non ha né smentito né tradito il copione».

— Qual è la tua personale posizione sul tema?

Una lezione di Erle Ellis nel 2017

«Io credo che la prospettiva giusta sull’Antropocene sia quella di Erle Ellis, un genio dell’ecologia che insegna alla Maryland, negli Stati Uniti, e che di fatto, insieme al suo team, è uscito vincitore dalla querelle. Il suo ragionamento è molto più sofisticato e realistico, il tipo di riflessione, per intenderci, fisiologicamente inadatto per Otto&Mezzo o il Tg1. Ellis sostiene che l’Antropocene non è una epoca distinta, particolare, bensì un “evento”: la comparsa di Homo sapiens sulla faccia della Terra. È da migliaia di anni che noi modifichiamo gli ambienti e gli ecosistemi, escogitando strategie di sopravvivenza che poi diventano meccanismi di espansione geografica ed economica quasi auto-alimentati, inerziali. Il motore interno di questo comportamento su base evolutiva è la cultura, ossia la capacità di immaginare scenari ancora da costruire, di testarli e, se efficaci, di trasmetterli alle generazioni future. Oggi i paleontologi considerano la cultura un fattore evolutivo tanto quanto i geni».

— Facci capire.

Impronta fossile (icnita) del Triassico inferiore appartenente all’icnogenere “Chirotherium”, probabilmente lasciata da un arcosauro arcaico; la prima scoperta di questo tipo avvenne nel 1833 a Hildburghausen (Turingia, Germania). Questo esemplare, tuttavia, proviene dalla formazione Helsby Sandstone della cava di Storeton, vicino a Liverpool. La specie è denominata Chirotherium storetonense

«Quello che sembra emergere dalle scoperte della paleo-ecologia è ciò che Erle Ellis chiama “la condizione-Antropocene”: un accumulo di impatti sul Sistema Terra che ha acquistato velocità e scale di grandezza crescenti man mano che le società umane diventavano più complesse e quindi più creative nel mobilitare le risorse naturali attorno a loro. In definitiva, quindi, l’Antropocene è il talento bio-trasformativo della nostra specie. Questo è il punto centrale. Antropocene non è la modernità tecnologica, ma qualcosa di più ancestrale e profondo che ci portiamo dentro come specie praticamente da sempre. Noi siamo in grado di far funzionare la nostra complessità sociale sempre in avanzamento dentro il sistema ecologico planetario. Il fatto che queste abilità abbiano anche risvolti negativi o catastrofici è stato per millenni non volontario ed è quasi superfluo, se vogliamo vedere in modo scientifico, asettico, come funzionano questi feedback ambientali. Guarda cosa succede adesso con la spinta propulsiva dell’intelligenza artificiale, molto simile a quello che è stato il carbone due secoli fa o l’espansone della coltura del riso Champa tra Cina e Sud-est asiatico tra il 1000 e il 1300». 

— Vuoi dire che l’Antropocene è come se nascesse con noi?

«Sì, e secondo me questa interpretazione dell’Antropocene ha un vantaggio filosofico molto importante, perché sgombera il campo dalle semplificazioni del tipo “siamo diventati una sciagura in un solo secolo”. La storia umana non funziona così. Funziona per accumuli di trasformazioni ecologiche. Non solo: se è alla nostra natura di specie che dobbiamo guardare, allora il problema dell’Antropocene acquista tutto il suo peso morale. Possiamo cambiare rotta? Possiamo ri-progammare le nostre tendenze? Siamo condannati ad essere altamente performanti come specie, ma a rimanere pur sempre esseri viventi incompatibili con il diritto alla vita di tutti gli altri? Considerare in questi termini l’Antropocene riposiziona completamente anche la questione del cambiamento climatico, che da troppo tempo è stata monopolizzata dall’impianto teorico e politico che presiede le Cop e passa attraverso i report dell’Ipcc. L’alterazione dell’equilibrio climatico terrestre, il fatto che siamo ormai usciti dal clima stabile dell’Olocene, non è il prodotto unico e unidirezionale del ricorso globale ai combustibili fossili. È l’approdo di una mobilitazione a fasi progressivamente sempre più aggressive di prelievo e sfruttamento delle risorse naturali, viventi e non viventi».

Miniera di carbone nella Renania Settentrionale-Vestfalia
(credit foto Edward Burtynsky. Courtesy Admira Photography, Milano & Nicholas Metivier Gallery, Toronto)

— Stai dicendo…

«Che non siamo di fronte a una necessaria – e semplice – sostituzione di una fonte energetica non rinnovabile con una rinnovabile, ma ad una intera civiltà per cui petrolio e carbone sono madre e padre. È la civiltà umana dell’Antropocene che, due secoli fa, scopre nel carbone, e poi, un secolo dopo nel petrolio, la fonte vitale delle proprie aspirazioni, dei propri desideri, delle proprie potenzialità latenti. È evidente che, visto così, l’Antropocene si spiega molto meglio con Nietzsche che con Ipcc. Ma che sia in corso un cambio di prospettiva, perché finalmente la ricerca seria sta virando verso una comprensione multi-disciplinare delle nostre attuali condizioni di dissesto planetario, lo dimostra un lavoro mastodontico come quello della scuola di storia moderna di Yale nella persona di Sunil Amrith. Amrith parla apertamente del “desiderio” come causa prima dei rivolgimenti sempre più rapidi e impetuosi che coinvolgono Europa e Asia tra 1300 e 1400, quel vortice incontrollabile di commerci, innovazioni, sperimentalismo che sfocerà in un unico sistema ecologico integrato, l’economia oceanica del 1500, anticamera del cambiamento climatico». (1. continua)

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Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.