Dal 1997 al 2005 il sociologo italiano è stato già vicesegretario e direttore esecutivo dell’Ufficio per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (Unodc). In questa intervista dalla Puglia — dove si trova per una breve pausa della sua campagna elettorale con incontri e scontri, discussioni e programmi in varie parti del mondo —, l’attuale presidente del “Forum internazionale di criminologia e diritto penale” conferma ad “Italia Libera” di puntare alla leadership dell’Assemblea delle Nazioni Unite che, per lui, «deve trasformarsi in un vero e proprio Parlamento mondiale, esprimendo un esecutivo più consono al mondo attuale. Un Pianeta che è cambiato dove i Sud del mondo hanno assunto un’altra dimensione politica, economica e culturale». «La Francia e l’Inghilterra non sono più delle potenze mondiali e si continua a tenerle nel Consiglio di sicurezza solo per un retaggio culturale e storico». Nel suo programma la cancellazione del diritto di veto che la paralizza e i Caschi blu armati. Con l’appoggio di chi? Del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), 100 Paesi sui 193 totali, la sua risposta
◆ L’intervista di ANNALISA ADAMO AYMONE con PINO ARLACCHI, sociologo

► A pochi mesi dalla pubblicazione di uno dei suoi libri più importanti “La Cina spiegata all’Occidente” (Fazi editore), il sociologo italiano Pino Arlacchi annuncia la sua candidatura alla Segreteria generale dell’Onu, di cui era stato già vicesegretario e direttore esecutivo dell’Ufficio per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (Unodc) dal 1997 al 2002. Attualmente presidente del “Forum internazionale di criminologia e diritto penale”, un’associazione di studiosi d’eccellenza provenienti da cinquanta paesi, con sede a Pechino, Arlacchi è stato deputato, senatore e parlamentare europeo ma prima di tutto professore di Sociologia applicata all’Università della Calabria. Raggiunto al telefono in una calda giornata di aprile, Pino Arlacchi mi svela di essere in Puglia per una breve pausa di quella che è già una campagna elettorale molto impegnativa, piena di incontri e scontri, discussioni e programmi.
— Quando è stata annunciata la candidatura mi sono subito chiesta: l’Italia della Meloni l’appoggerà?
«Assolutamente no, non mi aspetto alcun appoggio da questa Italia! Punto ad avere il sostegno dei paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, con l’aggiunta dal 2024 di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti), che all’interno dell’Onu rappresentano un numero pari a 100 su 193 Paesi».
— Ormai è chiaro a tutti che, così come è stata portata avanti negli ultimi anni, l’Onu si mostra come una scatola vuota, basata su scelte ormai anacronistiche. Ma come se ne esce dai continui impasse di un’organizzazione internazionale che a quanto pare servirebbe al mondo più che mai in questo momento?
«Se da una parte la Carta delle Nazioni Unite contiene tutti i principi necessari all’Onu per svolgere il suo ruolo, dall’altra esistono diverse problematiche a livello attuativo che è necessario risolvere. Come il diritto di veto di paesi che si trovano nel Consiglio di Sicurezza e che ormai puntualmente paralizzano le decisioni. Bisogna abolire il diritto di veto e avviare un vero e proprio processo di democratizzazione, facendo entrare nei processi decisionali quei paesi dell’Assemblea che ormai, dalla costituzione dell’Onu ad oggi, ne hanno fatta di strada. La Francia e l’Inghilterra non sono più delle potenze mondiali e si continua a tenerle nel Consiglio di sicurezza solo per un retaggio culturale e storico. Peraltro la Francia la guerra non l’aveva nemmeno vinta. In definiva nella mia proposta l’Assemblea diventa sovrana e deve trasformarsi in un vero e proprio Parlamento mondiale, esprimendo un esecutivo più consono al mondo attuale. Un mondo che è cambiato dove i Sud del mondo hanno assunto un’altra dimensione politica, economica e culturale».
— In prima battuta come si articola il suo programma e come pensa di rafforzare l’efficacia del Onu in un momento di crescenti tensioni geopolitiche?
«I miei interventi strutturali primari sono due: 1) la riforma dei caschi blu in forza armata; 2) il potenziamento della prevenzione. Già quando avevo ricoperto il ruolo di vice Segretario dell’Onu avevo istituito l’‘Ufficio prevenzione del genocidio’, perché ero e resto profondamente convinto che il ruolo della prevenzione sia fondamentale. Con più prevenzione il genocidio a Gaza non ci sarebbe stata, perché è un tipo di crimine che non nasce dall’oggi al domani».
— In che misura si aspetta l’appoggio proprio della Cina, paese nel quale lei ha lavorato occupandosi di sicurezza e sul quale ha scritto il suo ultimo libro?
«Mi aspetto un appoggio totale da parte della Cina come degli altri paesi del Brics, del resto è la parte di mondo che più conta in questo momento. I paesi europei vivono un forte stallo e i legami con l’America condizionano ogni loro orizzonte. Quanto accaduto con gli accordi di Minsk, definiti da alcuni come una ‘finzione’ o una gestione parziale della crisi, i paesi europei sono in difficoltà e non trovano la forza per uscirne».

— In un momento in cui il conflitto militare americano contro l’Iran si sta rivelando un vero e proprio incubo per l’amministrazione Trump, la Cina sorprende tutti scegliendo un ruolo di potenza “dietro le quinte”. Non combatte, ma media, protegge i propri interessi e cerca di guadagnare peso geopolitico evitando i rischi di un coinvolgimento diretto. Andato in frantumi il piano americano di forzare il cambio di regime, l’offensiva americana ha provocato una ritorsione economica devastante tramite la chiusura dello Stretto di Hormuz, mettendo in ginocchio i mercati energetici globali. Eventi che non poteva immaginare al momento della stesura di questo suo nuovo libro “La Cina spiegata all’Occidente”, pubblicato da Fazi, con cui prova a contrastare – come spiega lei stesso – l’industria della paura e dell’ignoranza che alimenta gran parte della narrazione sulla Cina diffusa attualmente in Occidente.
«Infatti. In questo libro parlo dei segreti – molto poco noti agli occidentali – del ‘miracolo cinese’, che in tanti fanno partire dal 1978 in poi, con le riforme di Deng Xiaoping, ma che in realtà comincia già con la rivoluzione del 1949. Si tratta di tre risorse strategiche che hanno reso la Cina ciò che è: il non espansionismo, legato a una radicata avversione della guerra e alla violenza; la meritocrazia come strumento di governo; un particolare modello economico socialista».

Secondo Arlacchi, questa triade è la vera chiave con cui capire una società millenaria, molto diversa, da quella europea nella visione del mondo e nelle istituzioni. “La Cina spiegata all’Occidente” è nei fatti un vero e proprio studio scientifico e sociologico, con un valore narrativo molto alto, capace di aprire gli occhi – anche a chi non possiede conoscenze specialistiche – su tutti gli aspetti che rendono oggi la Cina insuperabile nel nuovo ordine multipolare. «Il tramonto della potenza americana – scrive Arlacchi verso la fine del suo libro – non è una conseguenza delle politiche di Trump, ma un processo in atto da trent’anni, che Trump ha soltanto accelerato e reso più esplicito (…) I dati economici confermano questa analisi. La quota americana del Pil mondiale a parità di potere d’acquisto è scesa dal 21,8 % del 1990 a meno del 16% nel 2024, mentre quella cinese è salita dal 4,1 a oltre 18% nello stesso periodo (…) La storia, dopo una pausa di cinque secoli, sta tornando alla sua norma millenaria: l’Eurasia, i mari come strumenti di connessione piuttosto che barriere, la cooperazione continentale come chiave della prosperità. Marco Polo, se potesse risvegliarsi oggi, riconoscerebbe probabilmente questo mondo più di quanto non avrebbe riconosciuto quello del XX secolo. Il Cuore del mondo batte di nuovo, e il ritmo sta definendo il tempo della nuova era che viene».
Non resta che sperare che questo italiano, tra le massime autorità mondiali in tema di sicurezza umana, noto per la sua attività pubblica contro i poteri criminali arrivi presto, attraverso la Via della Seta, al vertice del Palazzo di vetro di New York. © RIPRODUZIONE RISERVATA

«I miei interventi strutturali primari sono due: 1) la riforma dei caschi blu in forza armata; 2) il potenziamento della prevenzione. Già quando avevo ricoperto il ruolo di vice Segretario dell’Onu avevo istituito l’‘Ufficio prevenzione del genocidio’, perché ero e resto profondamente convinto che il ruolo della prevenzione sia fondamentale. Con più prevenzione il genocidio a Gaza non ci sarebbe stata, perché è un tipo di crimine che non nasce dall’oggi al domani».