Neanche il fallimento annunciato della Capitale della Cultura 2025 ha prodotto un sussulto di responsabilità. Nessun passo indietro, né da parte di chi ha governato né dei consiglieri comunali chiamati a vigilare. A cui si aggiungono le inchieste giudiziarie in corso per corruzione. Sullo sfondo, la perdita di circa 50 milioni di euro destinati alla rete idrica: una ferita concreta per una città da sempre assetata. Ma c’è anche il tema rimosso della qualità del pubblico. La politica democratica è anche uno scambio: i politici offrono, gli elettori scelgono. Di conseguenza, se la domanda privilegia il consenso immediato e il favore particolare, anche l’offerta si adegua. Nonostante tutto, Agrigento ha dimostrato di essere dotata di anticorpi efficaci. Il referendum sul rigassificatore lo dimostra e la costruzione del bene comune è ancora possibile 


◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA, Movimento per la Sostenibilità

Il Palazzo del Municipio di Agrigento

Dalle occasioni mancate alle inchieste, fino alla crisi della domanda politica: il vero nodo non è solo chi governa, ma il sistema che lo rende possibile. È difficile non definire grottesco il comportamento di un ceto politico che, dopo anni di governo, non mostra nemmeno il minimo di dignità per guardare in faccia il degrado in cui ha trascinato Agrigento. Neppure la mancata occasione della Capitale della Cultura 2025 — trasformata in un fallimento annunciato — ha prodotto un sussulto di responsabilità. Nessun passo indietro, né da parte di chi ha governato né dei consiglieri comunali chiamati a vigilare. Il quadro si aggrava alla luce delle inchieste in corso, che lambiscono figure di primo piano senza generare conseguenze politiche. 

Il sistema continua a riprodurre se stesso: l’ex assessore regionale Di Mauro resta influente nelle scelte, fino all’indicazione del sindaco, portando con sé responsabilità pesanti, come la vicenda del rigassificatore — ritenuto pericoloso per salute e sicurezza — per il quale sono stati concessi 70 mesi di proroga nonostante autorizzazioni scadute. Accanto a ciò, un gruppo di sodali è coinvolto in inchieste per corruzione, con l’accusa di aver utilizzato i fondi della Capitale della Cultura come un bancomat. Sullo sfondo, la perdita di circa 50 milioni di euro destinati alla rete idrica: una ferita concreta per una città da sempre assetata. Tutto questo ha un nome: il “potentato”. Un sistema di potere pervasivo, privo di reale statura politica, che ha operato con metodi spicci e opachi, lontano dal confronto pubblico ma ritenuto “efficace”.

Emblematico il cortocircuito dell’autocelebrazione: un “premio alla sostenibilità” costato oltre 120 mila euro pubblici, mentre si autorizzava un impianto ritenuto inquinante in area sensibile. In questo quadro pesa anche il ruolo del presidente della Regione, Renato Schifani, che — secondo ricostruzioni — si è orientato favorevolmente anche sulla spinta dei vertici Enel. A ciò si aggiungono candidature deboli: profili logorati o compromessi, incapaci di rappresentare un reale cambiamento. Ne deriva un linguaggio politico che normalizza pratiche opache e svuota i principi liberali. Ma fermarsi alla qualità del ceto politico non basta. 

Esiste un tema rimosso: la qualità del pubblico. La politica democratica è anche uno scambio: i politici offrono, gli elettori scelgono. Ma se la domanda privilegia il consenso immediato e il favore particolare, anche l’offerta si adegua. Così il circuito si impoverisce e la politica diventa gestione del potere, non costruzione del bene comune. Questo equilibrio è oggi aggravato da inverno demografico e gerontocrazia. Con i giovani che emigrano, pesa di più un elettorato anziano, più orientato al presente che al futuro. E quando il presente diventa l’unico orizzonte, la politica smette di progettare. Eppure Agrigento ha dimostrato di avere anticorpi. Il referendum sul rigassificatore — con circa 8.000 cittadini al voto e un rifiuto netto — lo dimostra.

Allora che fare? È davvero un vicolo cieco? Non necessariamente. Anche sistemi chiusi possono incrinarsi, grazie alle trasformazioni tecnologiche che aumentano trasparenza e riducono rendite di posizione. Ma la tecnologia non basta: serve una domanda politica più consapevole ed esigente. È irrealistico? Forse. Ma meno che continuare a ignorare le cause della crisi. Perché negare la realtà è il modo più sicuro per consegnarsi alla continuità. Guardarla in faccia è il primo passo per cambiarla. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi senza pubblicità. Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

IBAN

È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.